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ALESSANDRO HABER

Barba quasi totalmente bianca, nessuna voglia di sembrare più giovane, ma sempre più seducente. Parlare con lui è un po’ come ripercorrere 50 anni di storia del cinema italiano. Vengono in mente i tanti ruoli da lui interpretati per registi come Bernardo Bertolucci, i Fratelli Taviani, Marco Bellocchio, Pupi Avati, Mario Monicelli, Nanni Moretti, Pier Paolo Pasolini, ma anche del teatro, forse la sua passione più grande. Grandi prove attoriali costruite anno dopo anno, un talento eclettico e tutto questo grande lavoro riconosciuto dalla critica che lo ha ricoperto di premi come Nastri d’Argento, David di Donatello e Premio Gassman. Un artista che non smette mai di stupire soprattutto con le sue metamorfosi, scegliendo ruoli bizzarri come Andrea il protagonista de Il Padre, lo spettacolo di Florian Zeller.

Di Francesca Capaccioli

Una pièce emozionante, come hai scoperto questo testo?

Durante la tournée de Il Visitatore, mi sottoposero questo testo da leggere, ma distrattamente lo accantonai. Tempo dopo, fu Federica Vincenti della Goldenart Production (la produttrice dello spettacolo) con Michele Placido a ripresentarmelo. Rileggendolo mi accorsi che aveva grandi potenzialità. Per me è fondamentale che il testo faccia riflettere ed emozionare il pubblico, Zeller autore giovanissimo è riuscito a trattare in modo delicato e intelligente un argomento come quello dell’Alzheimer, è riuscito a mettere il pubblico nella testa di Andrea visto dalla sua prospettiva, un caos continuo di ansie, paure, vuoti che si confondono e sovrappongono nella sua mente in un groviglio indistricabile e profondo e in questi vuoti affiora quello che è stato, a tratti è aggressivo e cinico e subito dopo diventa come un bambino. Andrea ha soltanto brevi percezioni della realtà che diventa sempre più confusa, le scene si alternano tra realtà, immaginazione e deformazione, ho cercato di pensare come lui, cercando di trasmettere la verità, senza cedere troppo al dramma, alcune scene infatti sono anche comiche e il fatto di aver convinto dottori e badanti è stata un ulteriore conferma.

A cinque anni avevi già capito che volevi fare l’attore…

I miei genitori erano persone umili, mio padre era originario del regno Austro-Ungarico, rumeno ed ebreo, mia madre era di Bologna. Mi ricordo la mia infanzia in Israele, che aveva appena avuto l’indipendenza.

Vivevamo a Tel Aviv, avevo cinque, forse sei anni e andavo al cinema, non c’era la televisione e quando tornavo a casa cercavo di emulare ciò che avevo visto, mi travestivo, imitavo questi attori mi truccavo e poi costringevo gli amici di mio padre a subire le mie performance, li ricattavo, andavo a letto soltanto dopo che mi avevano guardato. Quando giocavo c’era sempre una coscienza in ogni travestimento o ruolo che facevo, nella vestizione, nel trucco, e questa passione è andata avanti ha lavorato dentro di me come una malattia e ho scoperto poi che era un mestiere. Quando ci siamo trasferiti in Italia, a Verona, avevo nove anni e ho scoperto che vedendo il mio primo spettacolo “Chi ha paura di Virginia Woolf” con Enrico Maria Salerno, Sara Ferrati, Umberto Orsini esisteva anche un’altra forma di espressione oltre al cinema, c’erano gli attori vivi che potevi toccare con mano e da quel momento ho iniziato ad innamorarmi del teatro.

Haber tu riesci ad entrare profondamente nelle storie che racconti sul palco e a trasportare il tuo essere attore anche quando canti…

La musica fa parte della mia anima è trascinante, è molto forte, è importante come lo sono le parole. I testi ti entrano nella testa, nel cuore e ti rimangono dentro. Comunicare attraverso di essa è fondamentale, perché poi recitare è anche musicalità, tempo, è un movimento, forte, adagio. Ho sempre cantato per piacere nei pianobar e in tempi non sospetti (era il 1995) Mimmo Locasciulli mi fece debuttare con tre pezzi in un suo concerto ed ebbi un successo incredibile, due giorni dopo sul Messaggero, Fabrizio Zampa scrisse: “Haber grande interprete!”. Nasce cosi l’idea del mio primo album “Haberrante” dove amici come Virzì, Fossati, Ruggeri, Papaleo, scrivono per me un pezzo; poi, quando Francesco de Gregori mi propose il testo della “Valigia dell’attore” ne restai stupefatto. Ritrovarsi in ogni accordo, in ogni verso è stata una forte emozione.

Sei eclettico, hai interpretato ruoli incredibili tra teatro e cinema…

Con il teatro ho un controllo totale di quello che faccio, se sbagli è perché sbagli tu, diventi autore di quello che fai. È più intenso del cinema ti emozioni insieme al pubblico.

Uno dei personaggi che mi ha più coinvolto, che mi ha più straziato in qualche modo, che mi ha anche lasciato qualche cosa di indefinibile e di imperscrutabile, uno dei personaggi più difficili e imprevedibili è Orgia di Pierpaolo Pasolini con Laura Betti, uno degli spettacoli più belli e difficili che abbia mai fatto.

Sono legato anche ad altri personaggi, ad esempio l’Arlecchino di Strehler. Decisi che lo avrei fatto soltanto ad una condizione, senza maschera e senza vestito a rombi. Un arlecchino rivoluzionario, con i problemi reali del lavoro, della disoccupazione, un arlecchino extracomunitario, tragicomico che ha avuto un grande successo.

Poi Zio Vania, e anche questo padre che sto facendo adesso, è un personaggio in cui devi trovare la misura, la forza psichica che non ti regala nessuno. O ce l’hai o non ce l’hai. Ma bisogna avere un senso critico, guardarsi ironicamente, distanziarsi e poi riprendersi. Come sempre cerco di arrivare alle verità, certe volte mi sento più vero nei personaggi che interpreto che nella vita che faccio. È strana questa cosa.

Ci sono degli attori che sono trasformisti, io mi trasformo nell’anima.

Gian Maria Volonté, ad esempio, che era un genio era un grande trasformista aderiva totalmente a quel personaggio, io invece cerco di trovare, attraverso la mia sensibiltà e il mio parco di divertimento, che è l’anima, che è la testa che è il corpo, qualche cosa che mi porti a quel personaggio.

Nel cinema ho fatto personaggi interessanti, i miei miti erano Volonté, Brando, Clift, James Stewart. Ho lavorato con tanti registi. Nel cinema mi piace recitare ruoli diversi, da interprete a piccole parti, basta che abbia un senso, una storia, un carattere

Raccontaci un aneddoto dei tuoi…

La sai quella di Monicelli? Avevo venticinque anni, cercavano due protagonisti per interpretare due colonnelli e allora vado a fare il provino. Toccava a me, improvvisamente c’era un divano, un tavolo, una sedia e un telefono, Mario mi chiede come mi chiamo, profilo destro, profilo sinistro, e poi mi chiede di improvvisare una telefonata.

A me Haber, che di telefonate ne avevo improvvisate tantissime, mi veniva da ridere. In quell’occasione ebbi un’idea geniale, feci una cosa pazzesca davanti alla macchina da presa, feci il numero sul telefono e dopo qualche secondo di attesa dissi: “è occupato!” e andai via. E me ne andai dalla stanza. Tutti si misero a ridere, ma lui, Mario, che era permaloso mi lasciò andare e nessuno mentre uscivo mi fermò. Questa la racconto anche nel film Antonio H, non volevo fare uno che piangeva e rideva al telefono sarebbe stato banale, io sapevo che avrei potuto fare delle cose geniali con il telefono, ma davanti a Mario feci cosi.

Sei felice?

Felice, sereno? No, l’unica cosa che mi salva è mia figlia.

Non riesco più ad innamorarmi, preferisco restare per i fatti miei, mi annoio, mi sento un po’ disadattato. Sento che l’età avanza. E poi penso spesso alla morte e questo mi mette ansia. È una paura malinconica la mia, è la paura di lasciare un sentimento legato al mio lavoro, alla mia passione, è come un abbandono… e perdere questo sentimento mi dispiace.

 

 

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