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ALESSANDRO PREZIOSI – «Sono in lotta costante con me stesso»

Uno sguardo magnetico con cui ha bucato lo schermo sin dalle prime apparizioni che lo hanno reso noto al grande pubblico. Ama mettersi in gioco e i diversi ruoli interpretati lo dimostrano. Alessandro Preziosi ha da poco svestito i panni di un intenso Van Gogh. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nel camerino del Teatro Manzoni di Milano per ripercorrere le tappe fondamentali del suo percorso.

di Maria Lucia Tangorra

Partiamo da “Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco” (di Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi, con F. Biscione, M. Nicolini, R. Manzi, V. Zampa, A. Genchi), quale scombussolamento emotivo ha provato facendo un viaggio così interiore?

In questo caso parlerei più di scoperte. Certo emotivamente incarnarlo tante volte può essere molto faticoso, ma lo è soltanto per una durata limitata di tempo. L’aspetto più interessante sono le scoperte che si fanno interpretando questo personaggio e sono quasi tutte belle, indefinibili, declinabili come le varie sfumature di giallo per Van Gogh.

Guardando al suo percorso, cosa pensa che non sia stato colto sul piano artistico e umano?

Ritengo sia stato colto tutto. È come quando uno spettatore su ottocento si alza in piedi e, sfidando l’imbarazzo, applaude. È come se si alzassero in cento. La capacità di direzione da parte del pubblico credo che dipenda da quanto l’artista accetta se stesso e io mi accetto abbastanza bene perciò ritengo di essere accettato per quello che sono.

Esiste una corda interpretativa che non ha ancora avuto modo di far emergere?

Questo è un lavoro ed è lungo come percorso. Sicuramente mi sono lasciato dietro tanta leggerezza, già riscontrabile in alcuni lavori che ho realizzato come “Cyrano” o “Don Giovanni” o alcune commedie da quelle più divertenti a quelle più sentimentali. C’è tempo per accordare altri strumenti.

C’è un progetto che individua come il suo giro di boa?

Sicuramente “Van Gogh”, è quello fatto con più densità di ingredienti. Ha tante svolte perché parla della creatività, non intendendo solo quella che si cerca di raccontare attraverso un tappeto bianco da riempire di colori – quindi strettamente connessa allo spettacolo. La creatività è anche quella che lo spettatore vede ogni sera attraverso l’interpretazione del sottoscritto, gli ingressi musicali e illuminotecnici, la regia di Alessandro Maggi. Sin dal primo momento in cui ne ho parlato con Massini, c’è stata l’intenzione di raccontare il processo di creatività e così è stato.

Sul piano formativo, quanto l’ha forgiata l’Accademia dei Filodrammatici di Milano?

Mi ha dato la possibilità di sperimentare le capacità e le potenzialità a livello inconscio e via via sempre più conscio. Mi ha fornito la disciplina per poter credere che il teatro si fa soltanto con quella metodologia e non in maniera estemporanea; mi ha conferito gli strumenti per respirare, emettere, cantare, per conoscere la storia del teatro e del costume così come ho imparato a utilizzare il corpo.

Si è mai scontrato con dei muri?

No, li ho sempre visti in lontananza e alla fine non li ho notati più, li ho aggirati e basta, merito anche di una condivisione con le persone giuste – i soci di KHORAteatro, la mia agente, gli amici e i famigliari.

Com’è mutata la conquista della libertà all’interno della sua carriera?

Di solito uno pensa che la libertà sia un modo per poter agire indipendentemente dal giudizio degli altri, ma quando finisce quello, c’è il proprio di giudizio che corrisponde alla responsabilità, grazie a cui si cresce. La libertà abbraccia tante fasi, non è soltanto a seconda delle età e delle circostanze.

A proposito della scelta di diventare produttore, secondo lei l’attore deve diventare sempre più creatore e auto-finanziatore?

È molto personale come decisione. Io credo che l’attore debba fare l’attore se lo è dalla testa ai piedi. Io non rientro in quest’ultima categoria, sono un creativo e sono abbastanza frustrato nella mia creatività perché il lavoro dell’attore necessita di un aspetto performativo. Per arrivare a performare devo inevitabilmente costruire i presupposti e il teatro, mediante la produzione, mi permette di creare dai secondi che servono per aprire il sipario a quelli che servono per chiuderlo. Io ho scelto di produrre per poter creare. In altri contesti ti devi affidare alla sensibilità e alla fortuna degli altri così come alle capacità altrui, che non sempre sono come tu vorresti, ma questo fa parte della vita.

In “Amleto”, testo a lei molto caro, Polonio dice a Laerte «sii onesto con te stesso, ne seguirà come la notte al giorno, che non sarai mai falso con nessuno»…

È il mio motto. Ho cercato di essere sempre profondamente onesto con l’idea che ho di me ed è forse uno dei motivi per cui sono in lotta costante con me stesso.

Qual è l’idea che ha di sé?

Di essere un umanista e come tutti gli uomini soffro di questa grande altalena che sono le circostanze che portano ad avere pregi e difetti…  e quindi, in una sola parola, napoletano.

Insieme a Greta Scarano è co-protagonista della serie diretta da Gianluca Tavarelli “Non mentire” (trasmessa su Canale5 dal 17 febbraio 2019) in cui si parla anche di violenza di genere. Cosa pensa che si possa fare dal punto di vista maschile?

Più che scendere in piazza le donne dovrebbero farlo gli uomini, i quali dovrebbero anche ammettere che il rifiuto spinge l’uomo a essere una bestia, assumendosi la responsabilità come genere maschile. Sarebbe necessario provare a capire tutti insieme quale sia la causa della violenza di genere.

Lei è testimonial di Adricesta Onlus (Associazione Donazione Ricerca Italiana Cellule Staminali Trapianto e Assistenza) come mai ha sposato quest’iniziativa e come si vince la diffidenza di chi dovrebbe donare?

Ho toccato con mano il loro impegno andando diverse volte all’ospedale Civile Santo Spirito di Pescara e ho constatato come effettivamente l’isolamento di un bambino nelle stanze  d’ospedale necessiti di alcuni strumenti. In questi casi la tecnologia ha una forte utilità. Rispetto alla conquista della fiducia credo avvenga con la costanza e mostrando concretamente i risultati.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Un documentario sul sisma del 1968 nella Valle del Belìce (tit. provvisorio “La legge del terremoto”). Il progetto è nato per raccontare ciò che è accaduto, celebrandone la memoria, ma anche per provare a capire qual è stato l’indotto di un evento per cui nessuno può fare niente. Si va alla scoperta di quel territorio, dello stato attuale delle cose e ci si interroga su come migliorare così da essere un apripista per le altre realtà.

Ph Cover Sabina Filice

 

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