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ALESSIO PRATICÒ – «La luce negli occhi»

Lo immagini da bambino salire su un palco di un piccolo teatro, con gli occhi lucidi di felicità, innamorato dell’arte e di tutto ciò che da lì in poi sarebbe arrivato. Alessio Praticò, talentuoso attore di progetti importanti come “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, “Il Miracolo” di Niccolò Ammaniti, “Trust” del premio Oscar Danny Boyle. I suoi occhi sono arrivati fino ad oggi in esperienze straordinarie come “Lo spietato” di Renato de Maria e “Il traditore” di Marco Bellocchio, pellicola che viene presentata in concorso all’ultimo Festival di Cannes.

di Anna Chiara Delle Donne

 

Benvenuto Alessio. All’ultimo Festival di Cannes è stato presentato il film “Il Traditore” di Marco Bellocchio. Il tuo ruolo è quello di Giuseppe, ce ne parli?
Questo è un film corale. C’è da dire che intorno alla figura di Tommaso Buscetta, girano diversi personaggi tra cui anche Giuseppe. Giuseppe è il killer preferito da Totò Riina. È una figura emblematica di quegli anni, delle varie stragi e delle varie vendette che ci furono. Non è un caso che il film sia uscito il 23 maggio. Si voleva omaggiare Giovanni Falcone. Nel film si racconta dell’amicizia tra Buscetta e Falcone. Con un film del genere, non vogliamo dimenticare quello che è successo. Marco Bellocchio ha indagato sul tradire, sul voler punire un certo atteggiamento di alcuni personaggi che andavano controcorrente. Raccontiamo di regole che vengono trasgredite, del tradimento in quel mondo. “Il Traditore” è un film particolare che va visto.

Come hai vissuto il tuo personaggio?
Giuseppe è una persona che esegue degli ordini. Una volta che fai parte di quel mondo, non puoi fare altro che seguire quelle linee di pensiero. I personaggi di questa storia hanno una sorta di orgoglio che li spinge a far parte di quel meccanismo. Nascono e crescono in quel contesto, non vedendo altre possibilità di vita. Il loro desiderio è quello di avere ricchezza e potere, eppure queste persone sono costantemente in bilico, sempre nella paura di essere giustiziati. Non godono le cose che ottengono tramite il loro “lavoro”.

Quale significato dai al tradimento nella tua vita e nel tuo lavoro?
Il tradimento è una mancanza di lealtà, di trasparenza. Con il tradimento vuoi cambiare delle regole non scritte, non vuoi mantenere la parola data. Sono una persona trasparente e leale. Mi infastidisce che una persona improvvisamente si riveli un’altra cosa. Tante volte si cerca di mentire a sé stessi, cercando di darti una motivazione per non sentirti in colpa. Non potrei mai mentire. Non riesco a fare qualcosa che non rispecchia i miei principi.

Com’è stato lavorare con un regista come Marco Bellocchio?
Mi piace ascoltare e osservare gli altri. Quando mi trovo su un set mi sento una spugna che assorbe. Bellocchio è un maestro del cinema italiano. Credo che sia un regista che lascia molto spazio agli attori. È stato un onore essere sul set con lui, con colleghi straordinari con i quali si è creato un legame d’amicizia. Sono felice di aver avuto questa possibilità.

Un altro bel progetto è “Lo Spietato” che da poco è approdato su Netflix. Che effetto ti fa essere in un film del genere su una piattaforma così seguita?
Per noi è stata una grande opportunità. Il film ha un respiro internazionale ed è visibile in circa 190 paesi. Arriviamo ovunque ed è una bellissima vetrina. Con “Lo Spietato” si omaggia il genere poliziesco, ma con una chiave estremamente nuova. I nostri personaggi non si prendono sul serio, le situazioni risultano essere anche comiche e divertenti. Abbiamo avuto la possibilità di poter lavorare benissimo in un lavoro di squadra. La parte creativa di ogni attore è stata portata avanti dal regista ed è stato davvero gratificante.

Hai dichiarato che è importante non cadere nei cliché quando si interpreta un personaggio cattivo…
Certo. Uno degli errori che può fare un attore è quello di giudicare un personaggio che si interpreta. Non deve uscire fuori quello che tu pensi, ma il personaggio. Se interpreto un personaggio cattivo, deve uscire fuori il marcio che c’è in lui. Evito di cadere nel cliché e negli stereotipi. Noi attori raccontiamo storie di uomini ad altri uomini. Nei personaggi che interpreto, amo inserire una chia-ve umana perché penso che gli esseri umani siano esseri fallibili. Diventa poco interessante raccontare figurine e non persone.

Quando è avvenuto l’incontro con la recitazione?
Da bambino, ho frequentato una scuola per l’infanzia che curava l’aspetto che legava al teatro e all’arte. All’età di quattro anni ho incontrato l’arte drammatica e ho iniziato a fare i primi spettacoli a teatro. In quel momento si è generato in me qualcosa che mi porto ancora dietro. Durante gli anni scolastici ho sempre avuto la fortuna di fare spettacoli. Quando ho finito il liceo, ho deciso di proseguire gli studi iscrivendomi alla facoltà di Architettura. Anche se studiavo, frequentavo corsi teatrali. Una volta presa la laurea ho deciso di catapultarmi in quell’amore di gioventù. È partito un percorso che mi ha portato fino a qui. Per me è una fortuna recitare.

Quali sono i punti di te stesso che senti di aver rafforzato grazie al tuo mestiere?
Ho una maggiore consapevolezza di quello che posso fare e che posso dare. Ho sviluppato maggiormente l’empatia, il saper ascoltare gli altri nella vita e quindi anche in scena. É fondamentale saper stare in relazione con gli altri.

Hai definito il teatro come il tuo primo amore. È ancora così per te?
É vero, inizia tutto da lì. Il teatro è il mio primo amore, qualcosa di viscerale. L’idea di avere un pubblico vivo e presente a cui raccontare storie, mi emoziona. Non amo chi crea etichette dicendo che esiste l’attore teatrale ed esiste l’attore cinematografico. Per me, esiste l’attore che fa teatro, cinema, televisione. Cambia soltanto il mezzo. Esiste una cattiva e una buona recitazione. Ringrazio quel bambino che sono stato, che amava salire sul palco. Faccio l’attore perché posso esprimere tante sfaccettature di me e regalarle ai personaggi. Magari nella vita non lo farei. Voglio continuare a fare quello che faccio, mantenendo sempre quella luce negli occhi che avevo da bambino.

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