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ALESSIO PRATICÒ: dal successo de “Il cacciatore” a Netflix

Si è fatto strada con ruoli da cattivo e dal 19 aprile, dopo il successo della serie Sky “Il miracolo”, ritroviamo l’attore calabrese su Netflix con “Lo spietato”. E all’orizzonte Cannes, con “Il traditore” di Marco Bellocchio.

di Elisabetta Bartucca

A cinque anni era già salito su un palcoscenico, aveva le idee chiare sin da allora. Fare l’attore è stata una scelta, non un incontro fortuito. E oggi, dopo aver collezionato una serie di fortunate esperienze su set come “Il miracolo”, “Trust” e “Il cacciatore” – di cui da fine mese si prepara a girare la seconda stagione a Palermo – Alessio Praticò, classe 1986, da qual bambino ci torna spesso: “Quando ho i miei momenti di frustrazione vado a riguardare le foto di me da piccolo e in quegli occhi ritrovo la gioia di fare questo mestiere; mi aiuta a riacciuffare quel piccolo Praticò e avere la purezza necessaria a indagare e raccontare i personaggi e le storie che incontro”, mi racconta. Dopo la laurea in Architettura, “non avevo ancora il coraggio di seguire quel sogno e nell’incertezza mi sono iscritto all’università”, decise che era arrivato il momento di provarci sul serio. E fino ad ora i risultati gli hanno dato ragione. Prima di ritrovarlo al cinema ne “Il traditore” di Marco Bellocchio (uno dei probabili titoli italiani a Cannes), l’attore calabrese, è insieme a Riccardo Scamarcio uno dei protagonisti de “Lo spietato” di Renato De Maria, su Netflix dal 19 aprile dopo il passaggio in sala dell’8, 9 e 10 aprile.

Ne “Lo spietato” interpreti Slim, uno dei compari di Santo Russo, un criminale di origini calabresi che si fa strada nella Milano da bere. Come lo hai creato?
È stato un lavoro di squadra. Renato De Maria ci ha dato una grande libertà creativa, i nostri personaggi dovevano raccontare un’amicizia ventennale e i riferimenti sono stati Scorsese e Quei bravi ragazzi. Ho fatto delle proposte e sono state tutte accolte con entusiasmo: l’idea era raccontare un calabrese che si traferisce a Milano e si integra nel tessuto sociale cercando di parlare il milanese, ma che quando perde il controllo torna a parlare la propria lingua madre. Questa trovata è piaciuta molto a Renato. Bisognava agire entro i confini del fumettistico, ma senza cadere nella macchietta e nel cliché.

Avete definito il film una gangster comedy…
Renato ha voluto omaggiare il poliziesco anni ‘70 reinventandolo in chiave comica. I personaggi non si prendono mai sul serio, a partire dal protagonista Santo che noi supportiamo in questo clima di cialtroneria generale.

Come lo avete ricreato?
Con Riccardo e Alessandro c’era una sintonia straordinaria, ognuno era al servizio dell’altro. Abbiamo avuto la possibilità di improvvisare e creare situazioni che andassero in una direzione più comica, mantenendo quel clima anche fuori dal set.

Hai quasi sempre interpretato ruoli da cattivo. Sei tu che cerchi loro o il contrario?
Forse sono loro che mi cercano! Sono molto lontano da quel mondo, sia fisicamente che per carattere, ma forse è proprio questa distanza che li fa funzionare meglio.
Se lavori per contrasto l’aria malsana emerge molto più facilmente, se tiri fuori la parte umana di questi personaggi, ingigantisci anche la loro aura di cattivi.
Mai tentato dalla voglia di un ruolo più leggero?
A teatro mi è capitato di fare molte commedie, sembra paradossale ma di base le mie corde sono comiche. Quello che ho fatto fino ad ora mi può solo fare piacere, ma vorrei mettermi in gioco in qualcosa di diverso, confrontarmi con ruoli più estremi nella direzione opposta, che è più vicina al mio mondo. In questo senso Renato De Maria mi ha dato una grande opportunità. Il mestiere dell’attore però è trasformarsi e mettersi al servizio dei personaggi, la storia che racconti è il personaggio che interpreti.

Quanta di calabre c’è nei tuoi personaggi?
Sono quanto di più lontano dallo standard del calabrese, a casa mia non si è mai parlato il dialetto anche se lo capisco e mi piace parlarlo ogni tanto. La calabresità per me è passione, è andare fino in fondo nelle cose e non arrendersi mai. È quella testa dura che ti fa andare avanti e che nel mio lavoro è fondamentale, perché ti spinge all’azione. Ed è quello che metto in ogni ruolo.

Hai girato anche “Il traditore” con Marco Bellocchio. Che esperienza è stata?
Mi contattò direttamente Bellocchio, che mi aveva visto in Lea di Marco Tullio Giordana. È stata una grande soddisfazione essere chiamato da uno dei maestri del cinema italiano. “Il traditore” è un film corale sulla figura di Tommaso Buscetta, ma non l’ho ancora visto. Interpreto Giuseppe Greco, Scarpuzzedda, uno dei killer più spietati di Cosa Nostra.

Hai mai sentito la responsabilità di alimentare con i tuoi personaggi la fascinazione per certi modelli?
Ovviamente sì, ma dipende da come ci lavori e da come decidi di raccontarli. Se porti avanti il personaggio questo rischio non c’è, se invece cadi nella tentazione di far vedere e ostentare, potresti correre il pericolo di fomentare l’emulazione.
Da parte mia ho sempre cercato di essere concreto, evitando il fascino per questi personaggi; mi piace raccontarli, indagare le loro debolezze e renderli semplicemente quello che sono: esseri fallibili molto più degli altri.

Ci sarà una seconda stagione de “Il miracolo”?
Non ho idea! Per me e anche per gli altri attori sarebbe una grande gioia riprendere il racconto, ma dovrebbe essere qualcosa di straordinario.

Cosa ti porti dietro da questi set?
Tantissima esperienza. Sono abituato a osservare, sono una spugna e assorbo tantissimo da chiunque.

 

Credits foto posate:
Ph Alessandro Rabboni
Styling identity Communication
Grooming Making Beauty

 

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