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Red Carpet Alex NEri

Alex Neri

Quando Alex Neri si mette in testa di fare una cosa, la fa. Ha sempre seguito l’istinto. Abilissimo conversatore nei tanti ricordi dei suoi oramai trenta anni di carriera tra i quali venti il prossimo anno con i Planet Funk, fin dall’inizio ha scelto, con consapevolezza, il controllo del front e backstage assumendo contemporaneamente i ruoli di DJ e produttore della sua musica (più di 200 dischi) nella scena dance nazionale ed internazionale dagli anni 90 ad oggi. Il passato è ricco di sperimentazioni, di viaggi, di incontri, in un momento in cui tutto era possibile ed è effettivamente accaduto, perché alla fine la musica è passione, è qualche cosa che non si sceglie, è una necessità.

di Francesca Capaccioli

Sei un artista prevalentemente istintivo, ma con il tempo sei diventato anche elaborativo, che ama pensare. Come ti senti in questa società così povera di parola, di concetto e di creatività?

È vero, è un tempo che non ha pensiero, sono tutti desiderosi di far parte di un mercato globale, più semplice. Oggi hanno puntato tutto sull’omologazione perdendo di vista la follia, il miscuglio, la diversità e di conseguenza i contenuti. Noi Dj eravamo unici finché c’è stata la contaminazione e finché abbiamo fatto della diversità una forza. Prendi per esempio l’house music. L’house non è altro che una marea di stili musicali portati nella dance; nasce da questo e per quanto riguarda la mia esperienza, ho avuto la fortuna di vivere e di formarmi sia come DJ che come produttore in tutto quell’incredibile periodo che erano la fine degli anni 80 e i 90. Immagina che vivevo in una Londra post-punk dove potevi fruire, assorbire sperimentare in qualsiasi campo e avendo vissuto all’estero così tanti anni puoi solo raccontare qualcosa di cui sei profondamente a conoscenza ed è questa l’unica cosa che ti permette di distinguerti e che oggi ti salva.

 

Com’è cambiato il tuo rapporto con il pubblico da quando hai iniziato a suonare?

Oggi faccio fatica ad essere empatico con il pubblico. È un pubblico non attento, o meglio è attento ad altre cose. Internet ha definitivamente cambiato il mondo in cui viviamo e il modo in cui intendiamo la realtà, oggi sei controllato in tutto. Misuriamo le nostre emozioni attraverso i telefoni cellulari! Personalmente lo trovo assurdo e, come se non bastasse, sei immortalato e giudicato in ogni cosa che fai. Un tempo, questo non succedeva, facevi la serata, trasmettevi le tue emozioni attraverso la musica e finiva lì. Questo essere continuamente controllato non permette più di essere te stesso fino in fondo. Quando ho scelto questo mondo l’ho scelto perché ero un folle ed esprimevo liberamente me stesso, per questo faccio fatica a comunicare con la generazione dei “nativi digitali” di questo nuovo millennio. È stato davvero il ventennio più rivoluzionario e rapido di questi ultimi tempi, si è evoluto con una tale disinvoltura che è disarmante.

 

Tenax escluso, qual è il Club che ti è rimasto nel cuore?

Una delle serate più belle che io abbia mai fatto è stata al Bar Rumba, il Club di Gilles Peterson un mercoledì sera in Inghilterra, dove ho suonato un’oretta di set molto specifico che ai tempi era molto underground, da me definito space funk, un suono molto acustico, ma grazie all’impianto del locale sembrava di suonare techno. I’ll never forget!

Come suoni?

Io suono sempre con i vinili e per necessità, oggi, anche con le chiavette usb. Nella musica ancora oggi non è arrivato niente che si possa paragonare alla bellezza del suono e del tatto di un vinile.

 

Una caratteristica delle tue produzioni?

Sono un amante del groove in generale e del basso che per me sono l’80 per cento di quello che è il mio mondo da ballo e tutto questo però deve avere un suono quasi perfetto! Poi ci sono altre mille sfumature che dipendono anche dallo stato d’animo del momento.

 

“All on Me” è l’ultimo singolo dei Planet Funk, dedicato a Sergio Della Monica scomparso qualche mese fa, quando vi siete incontrati e come sono nati i Planet?

Si, questo brano e tutto il disco è un omaggio alla memoria di un grande amico, è l’unico modo che avevamo per ringraziare Sergio per tutti i momenti e le emozioni condivise insieme in questi anni. I Planet nascono invece in un periodo in cui ero molto stanco e annoiato dalla musica, era la fine degli anni 90 e non c’era grande innovazione musicale. Stavo ricercando nuove sonorità. Casualmente a Londra conobbi due ragazzi italiani Sergio e Gigi quelli che poi sono diventati i miei soci nei Planet, e loro, che all’epoca erano i Souled Out, un gruppo che ascoltavo e che era già noto fin dai primi anni 90, avevano inciso un disco bellissimo “Shine on” con Columbia Records e per una serie di coincidenze ci siamo conosciuti e piaciuti tanto che decisi di raggiungerli a Napoli per fare qualche cosa insieme. Inizialmente i Planet Funk era un progetto mio, avevo già scritto Alex Neri-Planet Funk volume uno e volume due e a Napoli volevo realizzare il volume tre. Arrivato in studio però, sono entrato in crisi, avevo la testa svuotata e rimasi circa un paio di giorni a non fare niente. Poi, una mattina, guardando il Golfo di Napoli, iniziai ad ascoltare musica ska, un po’ provocando me stesso perché non sono mai stato un grande appassionato del genere, però provando, suonando e risuonando il disco che venne fuori fu “Chase The Sun”, 160 bpm era ska, pura! Ovviamente Gigi e Sergio, che a quel tempo erano più maturi ed intelligenti di me, mi convinsero che avrei dovuto portare tutto questo in un mondo più club, più house che poi era quello che mi corrispondeva, ed è così che presero vita i Planet Funk. Nacquero dalla contaminazione del mio mondo house con quello delle loro chitarre, il primo gruppo in Italia a fare un suono innovativo e riconosciuto poi nel mondo.

 

Almeno tre dischi che ti hanno illuminato?

Solo tre? Faccio davvero fatica… “Grace” di Jeff Barkley, perché era un angelo. “The dark side of the moon” dei Pink Floyd, perché secondo me è come il Ritratto di Dorian Gray. “Off the wall” di Micheal Jcakson, perché rasenta la perfezione di suono, arrangiamenti e voci mai sentiti prima e prodotto dal grandissimo Quincy Jones.

 

Nel fare un disco, qual è il momento più bello? 

È quando capisco di aver trovato la chiave del mio messaggio. Fare un disco è una missione e quando trovi il messaggio che vuoi comunicare è il momento più bello.

 

Cosa saresti stato se non fossi diventato un DJ? 

Adoro la filosofia, ma chissà…

 

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