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ENRICO VANZINA – «La vita è sempre stata molto gentile con me»

Nella lunga e fortunata carriera al fianco di grandi esponenti del nostro cinema, a cominciare dal compianto fratello Carlo e dall’indimenticabile padre Steno, Enrico Vanzina ha scritto migliaia di pagine come sceneggiatore, ma anche come giornalista. Eppure qualcosa mancava all’appello e quel qualcosa era il cosiddetto “passo del romanziere”. Ora quel passo lo ha finalmente trovato e le ottime vendite di “La sera a Roma” (edito da Mondadori) lo confermano. Ed è proprio in occasione della presentazione del suo primo romanzo nel corso del 28° Noir in Festival che abbiamo avuto il piacere di rivolgergli alcune domande.

di Francesco Del Grosso

Perché il suo romanzo “La sera a Roma” ha avuto bisogno di quasi vent’anni per prendere vita?

Nel corso della mia vita ho scritto tantissime cose e non trovavo mai il passo vero del romanzo. Non ci riuscivo. Quando ho iniziato a scrivere “La sera a Roma” moltissimo tempo fa, l’intenzione era quella di fare un romanzo giallo e divertente. I miei fari erano Fruttero & Lucentini de “La donna della domenica”. Mentre scrivevo mi rendevo conto però che il risultato era poco giallo e poco divertente. Mi fermavo ogni volta per sei mesi e ricominciavo. Insomma, una vera tragedia. Finché un giorno mi sono svegliato con l’idea giusta che ha sbloccato la situazione: il protagonista del racconto dovevo essere io e così è stato. Il personaggio di Federico c’est moi e il suo mondo è il mio. Da moltissimi anni, prima per il Corriere della Sera e poi per Il Messaggero, mi è stata affidata la rubrica di costume su Roma. Allora chi meglio di me poteva raccontare attraverso una storia gialla e divertente qualcosa in più, facendo contemporaneamente un romanzo che parlasse non solo della Capitale, ma anche di cinema, del tempo e di giornalismo. Questo per dire che lo sguardo che ho avuto per così tanto tempo sulla città mi ha permesso di entrare con cognizione di causa in quel mondo ed esplorarlo dall’interno.

Qual è il tema che muove i fili del racconto?

Il tema principale del romanzo è il rapporto tra finzione e realtà, che viene raccontato in maniera leggera attraverso l’incontro tra quello che è quello che si immagina e quello che potrebbe essere. In risultato è un caleidoscopio di situazioni che travolge il protagonista, un giornalista e sceneggiatore che si trova coinvolto in una questione più grande di lui.

Quando, secondo lei, è giusto che una storia venga raccontata in un film e quando in un romanzo?

Ci sono delle persone che hanno il dono di sapere inventare delle storie e nascono romanzieri. Dall’altra parte c’è chi possiede lo stesso dono ma ha più dimestichezza con il cinema e per questo diventa uno sceneggiatore. In linea di massima con un romanzo hai più possibilità di inventiva, nel senso che tu scrittore hai della carta bianca davanti e devi fare i conti solamente con la tua fantasia. Per cui se devi confrontarti con una storia molto complicata a mio avviso è meglio raccontarla sulle pagine di un libro. Invece quando fai il cinema sei di fronte anche a dei problemi legati ai costi, perché se scrivi un film e poi questo non può essere realizzato per motivi economici, quello che hai firmato finisce con il diventare contemporaneamente una sceneggiatura abortita e un romanzo non fatto. In tal senso, bisognerebbe scrivere un film quando si ha un’idea forte alla base che tecnicamente si può portare a termine. Poi ovviamente ci sono operazioni di adattamento e trasposizione più o meno fedeli di opere letterarie che diventano pellicole per il grande schermo.

Se in futuro dovesse essere trasposto, lo vede più adatto al cinema o alla televisione? E a chi affiderebbe la regia?

È un romanzo personale che sento molto mio, per cui non lo cederei a nessuno. Se dovesse un giorno diventare altro, lo vedo più adatto ad un film per il grande schermo e a dirigerlo sarei io.

Qual è il suo pensiero rispetto al boom che ha avuto la fiction seriale negli ultimi anni?

Molti registi, sceneggiatori e attori delle diverse latitudini si sono spostati in queste grandi serialità che sono molto colte e ben confezionate, ma continuo a sostenere che dietro al pensiero globale che la guida ci sia la scelta di piacere un po’ a tutti. Di fatto sono dei prodotti da supermercato. Per quanto mi riguarda, invece, il film e il pezzo unico cinematografico resta qualcosa di incontrollabile e non pilotabile dal pensiero globale. In tal senso, il cinema continua ad essere il motore che porta avanti tanto il progresso quanto il processo di creazione delle immagini in movimento.

Cosa ha perso il cinema italiano con la scomparsa di Carlo Vanzina?

Il rammarico è che Carlo sia morto giovane a differenza di tanti Maestri che ci stanno lasciando e con i quali da ragazzo ha avuto la possibilità di lavorare come aiuto regia, a cominciare da Monicelli che ha superato la soglia dei novant’anni. Carlo ne aveva 66 ed era nel pieno della sua maturità artistica. Di cose da raccontare e da dire ne aveva ancora tantissime. Probabilmente per via dell’età avrebbe fatto delle commedie meno generazionali e molto più riflessive, andando proprio al cuore di quello che per lui era l’umorismo. Per cui il cinema italiano ha perso in primis un uomo meraviglioso. Poi ha perso la possibilità di potere contare su altri quattro o cinque film di un regista che ha saputo fotografare come pochi altri l’Italia. Ora speriamo che venga fuori qualche giovane di talento in grado di raccoglierne il testimone, capace di raccontare attraverso delle commedie qual è il senso di questo Paese.

Oltre al legame biologico, cosa ha reso il vostro sodalizio così duraturo e speciale?

Negli anni ho lavorato con molti registi e sceneggiatori, ma con Carlo ho collaborato ad una sessantina circa di film, per cui gran parte della carriera l’ho trascorsa al suo fianco e lui al mio. In due se la pensi allo stesso modo, l’approccio è identico e la tensione intellettuale è simile, riesci a creare di più e di meglio rispetto a quello che potresti riuscire a fare da solo. L’avere qualcuno in sintonia con te che ti dice di no o di si è molto importante per avere un doppio sguardo sulle cose. Ciò consente anche la divisione del lavoro. Noi scrivevamo e montavamo insieme, mentre il film se lo girava completamente da solo. Nello specifico il suo era uno sguardo sul racconto per immagini, mentre il mio era più attento alla componente letteraria del testo e ai dialoghi. Nel corso della vita non ho incontrato tanti professionisti capaci di essere al contempo bravi registi e bravi sceneggiatori. Carlo lo era ed avere una doppia figura come la sua che al momento finale si confonde l’una nell’altra ha rappresentato un grandissimo vantaggio per entrambi.

Oltre alla scrittura e alla regia avete curato la produzione di alcuni vostri film, c’è un motivo che vi ha spinto a ricoprire anche questo ruolo?

Entrambi abbiamo fatto i produttori per una ragione precisa, ossia per avere il controllo totale dei nostri film. In passato ci siamo trovati spesso nella situazione di dovere fare i conti con dei produttori che usavano solo ¼ del budget messo loro a disposizione dai finanziatori per realizzare la pellicola di turno. Per noi, invece, era importante che i fondi venissero utilizzati interamente e al meglio per le necessità effettive del progetto e per garantire al film i mezzi, le professionalità e la qualità che si meritava. È stata una forma di difesa per tutelare il nostro lavoro.

C’è un genere con il quale avreste voluto confrontarvi e non ci siete riusciti?

Volevamo rifare lo “spaghetti western”, ma a malincuore abbiamo dovuto rinunciare perché non ce lo hanno permesso.

Ad oggi tra le tante conquiste e soddisfazioni umane e lavorative raccolte c’è stato spazio per una o più delusioni?

Quella di non avere più al fianco mio fratello, nel senso che essendo il maggiore ero convinto che me ne sarei andato prima di lui. Non me lo aspettavo e non lo avevo messo in conto. Sono rimasto totalmente spiazzato. La vita mi ha deluso in questo, ma in altre cose no perché è sempre stata molto gentile regalandomi un’esistenza bellissima. Mi ritengo una persona molto fortunata.

Credits Ufficio Stampa Letteratura Noir in Festival: Paolo Soraci

Si ringrazia l’Ufficio Stampa Mondadori Libri

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