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Andrea Bosca | Red Carpet Magazine

ANDREA BOSCA

“Ogni ruolo che ho ricoperto mi ha segnato”

Intervista all’attore, in arrivo con “Capitan Maria” e fortemente impegnata nel sociale

di Maria Lucia Tangorra

Il grande pubblico ha imparato a conoscerlo nei panni di Guido Albinati nella serie di successo, targata Rai, “Raccontami”, dove dava vita a un incallito tombeur de femmes, dietro cui si celava una fragilità interiore. Abbiamo incontrato alla settima edizione dell’Asti Film Festival Andrea Bosca, occhi azzurri, dai tratti nordici – come riconosce egli stesso (e forse non è un caso che non gli abbiano ancora fatto interpretare un romanaccio doc – non è semplice scardinare l’immaginario). Durante la kermesse piemontese diretta da Riccardo Costa, l’attore ha portato la sua testimonianza in merito all’iniziativa (diventata Onlus) di “Every Child is my Child” con cui è andato in missione recentemente (Bosca è pure nel comitato direttivo).

Scoprite tutti i dettagli in un’intervista in cui colui che dava corpo allo spirito-guida di Leonardo ne “La porta rossa” si racconta a cuore aperto rispetto al suo percorso, alla propria fase attuale, con uno sguardo molto lucido anche sul nostro oggi.

Andrea, può raccontarci del suo personaggio in “Romanzo famigliare” (messa in onda dall’8 gennaio 2018, in prima serata, per sei puntate, su RaiUno, nda)?

Interpreto Giorgio ed è un ruolo che ho amato tantissimo poiché mi ha permesso di andare a Livorno, vivendo lì per un lasso di tempo e imparandone l’accento. Ho conosciuto tante persone facendo scouting tanto che appena ho modo faccio tappa per poter salutare coloro che sono diventati dei cari amici. Nutro un grande affetto verso questa città.
Il mio personaggio è un giovane viveur, vitellone della Livorno bene, amico di Emma – la protagonista a cui dà volto Vittoria Puccini -, con la quale ha instaurato un rapporto un po’ speciale. Erano una coppia da giovani, lui non si è mai sposato, è rimasto un “peter pan”; è divertente perché, al contempo, è una persona di cuore, magari gli sarebbe piaciuto avere una vita con lei. Di contro rientra tra coloro che indossano una maschera: morti i genitori, la famiglia è caduta in disgrazia, lui mostra di avere i soldi, ma, in realtà, deve trovare sempre il modo di arrangiarsi. Giorgio è un personaggio leggero, spumeggiante, che, parallelamente, deve inventarsi la maniera per restare a galla; tramite il contatto con Emma, trova una sua dimensione come uomo.

Trovo bellissimo l’arco descritto da Francesca Archibugi, una persona e una regista speciale. Avevamo tutto ben scritto e delineato da sceneggiatura, ma uno dei suoi punti di forza è l’esser aperta anche al mutamento e al confronto. Apprezzo molto il suo approccio nel realizzare ciak lunghi, magari la scena è tecnicamente finita, ma lo stop lo dà molto dopo e così capita che possa nascere un’improvvisazione. Le piace esplorare e non accade così frequentemente.

Cosa caratterizza questa serie rispetto alle altre aventi per tema sempre la famiglia?

In primis uno sguardo di chi ha davvero una famiglia, che è quella di Francesca. Lei ha una visione femminile, attenta e autoriale e traspare tutto. La diversità, quindi, è nell’impostazione poiché è riuscita a fornire un doppio piano: da un lato il dramma della famiglia principale costituita da Emma e Agostino (Guido Caprino), dall’altro quella del padre (Giancarlo Giannini). “Romanzo famigliare” è una grande saga costituita da tantissimi personaggi, scritto come se fosse un romanzo in cui la natura reale dei characters si scopre pian piano.

Andrea, rievocando ad esempio “Raccontami”, lei come ha visto mutare il modo di raccontare la famiglia nei vari lavori a cui ha preso parte?

Ogni volta che c’è un autore, vien da sé la sua posizione, che può essere anche diametralmente opposta. Io parto dalla mia famiglia, italiana, di provincia, molto semplice e affettuosa, di lavoratori e mi interessa spaziare in situazioni anche diametralmente differenti. In generale la famiglia è sempre centrale nella costruzione di un personaggio. Quando sono chiare le dinamiche famigliari, è come se già siano state poste le fondamenta.

Quali sono i ruoli che, a suo parere, l’hanno resa riconoscibile al pubblico?

So che la gente mi riconosce per le fiction “Raccontami” (regia di R. Donna e T. Aristarco), “La dama velata” (di C. Elia), “Grand Hotel” (diretto da Luca Ribuoli), “C’era una volta… Studio Uno” (per la regia di R. Donna) e i film “Si può fare” (di G. Manfredonia), “Noi credevamo” (di M. Martone) e “Gli sfiorati” (di M. Rovere). Negli ultimi anni la Rai mi aveva scelto per ruoli negativi, nel caso della serie della Archibugi è positivo e spero proprio che con questo lavoro e ancor più con “Il capitano Maria” (regia di Andrea Porporati, la fiction è composta da otto puntate, nda), dove sono co-protagonista con Vanessa Incontrada, finalmente possa essersi aperto il filone dell’eroe.

Adesso sento di avere un’età e una maturità che mi hanno trasformato molto, gli ultimi passaggi della mia vita personale sono stati parecchio decisivi e, quindi, a trentasette anni sento di essere un uomo. È l’età giusta per me, con opportunità che si aprono a una gamma di ruoli interessanti; magari prima ero parecchio più giovane – fisicamente parlando – rispetto agli anni che avevo, ma dentro ero “più vecchio”.

È mutato il suo modo di scegliere il progetto da sposare?

Ci sono dei periodi in cui i copioni fioccano e altri in cui devi rincorrerli. In questa fase so che devo realizzare lavori in cui credo tantissimo e dove il tema centrale mi coinvolge totalmente in quanto è l’unica maniera per poter dar corpo a ciò che solo tu puoi fare. Ognuno di noi dà quel di più, ma ciò si verifica nelle condizioni in cui non si gioca contro se stessi, ma con ciò che davvero si sente. Questo fa parte di una consapevolezza che si acquisisce col tempo e con l’esperienza, grazie alla quale si arriva anche ad accettare che se non c’è nulla di valido allora scegli di aspettare oppure di creare un’occasione.

Sono un attore che viene dal teatro, recentemente l’ho frequentato meno essendo pure un “giro” differente rispetto a quello in cui mi sono inserito io e, quindi, non è semplice ritornarvi, ma ogni volta in cui ho avuto modo di poter sostenere un provino, sono stato scelto per lo spettacolo.

A proposito di questo, la percezione che si ha dall’esterno è che si tratti di un circuito chiuso…

Purtroppo è così. Tutti mi chiedono tra tre aree – cinema, teatro e televisione – quale preferisco e io rispondo sempre che la storia mi dirà qual è il mezzo giusto; però sono tre mondi che non sempre comunicano, basti pensare al dato di fatto secondo cui spesso chi lavora per il grande schermo continua a essere indirizzato su quello. Esistono per fortuna gli autori che saltano ogni tipo di schema.

Le piacerebbe tornare sulle tavole del palcoscenico?

Assolutamente sì e lo farò. Chiaramente va ricostruito un rapporto.

Andrea, lei si è formato allo Stabile di Torino, diplomandosi con Mauro Avogadro, oltre ad aver effettuato corso di perfezionamento per attori e registi di S. Cristina con Luca Ronconi. Venuti meno molti dei grandi maestri, secondo lei è “morto” il teatro di regia?

Non credo. Sono morti i grandi registi che potevano permettersi di costruire macchine teatrali enormi [esprime con grande umiltà la sua opinione perché ammette di esser meno “addentrato” nella situazione teatrale attuale] ed è decaduto anche quel sistema produttivo. Penso che, invece, il lavoro di regia degli attori e dell’anima di uno spettacolo teatrale sia è più vivo che mai. Ci serve rinverdire le dinamiche umane ed è ciò che la gente vuole vedere. Per ciò che mi riguarda, quello che mi commuove e “schianta” è come l’essere umano abbia a che fare coi grandi temi come l’amore o la morte. Per me è primario il coinvolgimento emotivo.

Credo che il futuro, pure teatralmente parlando, sia sempre più in mano a voi attori…

Deve essere così. Col tempo ho compreso come l’attore possa scoprire tanti aspetti da sé e proporli al regista. L’attore ha un essere umano nelle mani [riferendosi al personaggio che va a incarnare] per cui l’interprete pigro che aspetta che il regista gli dica cosa fare, oggi, non ha più senso. In quindici anni di lavoro non ho mai visto nessun regista che dicesse per filo e per segno come operare, bensì c’è una responsabilità di co-creazione. L’attore che si sente libero di esprimersi diventa un autore.

In questo momento ho voglia di rimettere mani al mio strumento attoriale tant’è vero che ho ripreso a studiare.

È stato a New York per approfondire un metodo totalmente diverso rispetto a quello con cui si è formato (il Method Acting, nda)…

Sì, io sono molto portato per quell’approccio, se l’avessi avuto in Italia l’avrei scelto immediatamente, anche se per alcuni aspetti mi ha ricordato molto degli insegnamenti dei primi anni di scuola. Si tratta di una dimensione che amo molto. Mi aspettavo una competizione che senz’altro c’è, ma, nello stesso tempo, nel momento in cui bisogna condividere, accade in una maniera totalizzante.

Quando lavori con gli altri, emergono sfaccettature di te che non immagini, un’italianità che si rivela o, per dir un altro esempio, non credevo di essere così emotivo.

Vorrebbe quindi scavare questo punto?

Io credo che non ci sia nessuna forma d’arte che non si mette in discussione continuamente, bisogna studiare ininterrottamente. Parallelamente mi sento un po’ peculiare perché ho sempre cambiato personaggi e, quando mi hanno ingaggiato per ruoli molto simili, mi son impegnato per renderli diversamente persino nel modo di muoversi e questo forse non paga a livello di popolarità (ritornando al concetto di riconoscibilità), però, a mio parere, questo fa l’attore. Certo è una scommessa molto più complicata poiché ogni volta ti sottoponi a un provino e puoi rischiare di rimanere a casa in quanto magari non piace la versione di te che stai proponendo. “Romanzo famigliare”, grazie a Francesca, è un cambio di direzione totale.

Andrea, ha accennato a “Il capitano Maria”, potrebbe raccontarci qualcosa in più?

Sì, incarno un bravo ragazzo, tenente dei carabinieri, affidabile e corretto. Devo ringraziare il maggiore Zara e la compagnia del Comando Parioli di Roma, che mi hanno adottato, sono stati super disponibili nello spiegarmi. Sono grato di aver potuto fare quest’esperienza, anche perché, come cittadino, capire come operano, ti fa soffermare a riflettere. È vero che ci sono state delle situazioni in cui si sono verificati degli abusi; ma esistono tanti altri uomini delle forze dell’ordine che danno letteralmente la propria vita per la nostra incolumità quotidiana e lo fanno con un’abnegazione assoluta.

Da come parla di questi ultimi due lavori, sembra che l’abbiano segnata particolarmente…

Ogni ruolo che ho fatto mi ha segnato. Il pubblico ricorda un personaggio piuttosto che un altro, dentro di me resta tutto. Ho trentasette anni, ma è come se ne avessi settantatré per alcuni tratti se teniamo conto delle vite che ho potuto provare sulla mia pelle; gli stessi personaggi negativi che ho interpretato mi hanno dato la possibilità di affrontare l’essere umano nel lato più bisognoso. Il bisogno dell’eroe è speranzoso (perciò è più semplice entrare in contatto emotivo), mentre quello dell’antagonista è disperato, è importante che un popolo felice guardi gli infelici, bisogna osservare cosa li muove per crescere. Non credo sia un caso che dopo tanti anni di commediole, il nostro cinema italiano ha partorito una forte narrazione dei grandi temi universali, basti pensare a “La grande bellezza” (di Paolo Sorrentino) o “Il capitale umano” (diretto da Paolo Virzì). Nel suo piccolo, lo stesso “Romanzo famigliare” coraggiosamente mette a tema le durezze della vita mediante la chiave della leggerezza.

Può apparire un po’ campanilista, ma mi auguro che si torni a scrivere e produrre anche al Nord Italia in quanto c’è molto materiale.

Lei è molto legato al territorio…

Sì, innanzitutto perché ne condivido i valori e poi riscontro un’umanità degna di interesse. Io provengo da Canelli (AT), lì abitano i miei.

A quali valori si riferisce?

I grandi temi del Sud sono la famiglia, l’amore, la violenza, lì puoi raccontare “Gomorra” che è un film di guerra e di crescita personale. Rispetto al Settentrione trovo ancora molto inesplorato il mondo borghese, formato da persone mediamente benestanti con problemi di comunicazione all’interno del nucleo famigliare o disfunzioni relazionali, a cui aggiungerei anche un certo modo di narrare condizioni divertenti. Senza dimenticare tutte le questioni che attanagliano specifiche zone del Nord, magari meno visibili; credo che il punto stia nel rendere internazionali, attraverso una scrittura intima, questo genere di racconto in cui le persone sono uccise internamente.

Andrea, lungi da noi entrare nei casi specifici, ma da uomo e artista, cosa pensa della situazione emersa rispetto al mondo dello spettacolo?

Penso che si sia verificato un problema di successione all’interno di un ruolo di potere, hanno cercato di farsi le scarpe tra loro, usando un “vizio” di una persona. Questo meccanismo, però, è scoppiato nelle mani di chi l’ha messo in atto poiché il mondo era pronto per raccontare questa storia, i giornali, dal canto l’altro, l’hanno sfruttata tantissimo perché era interessante – toccando l’opinione pubblica, le vendite incrementavano -, ma è stata toccata una corda pronta a esplodere.

Si tratta di un nuovo passo nell’auto-consapevolezza della donna e nella consapevolezza agli occhi del mondo. Non ho letto né mi interessano tutti i passaggi intermedi che, secondo me, sono fuorvianti; è quello del ruolo della donna il nodo centrale. Lei sarà il leader del futuro in quanto viviamo in un mondo che necessita più di una visione femminile che di quella maschile; oggi è un valore saper fare contemporaneamente più cose, essere aperto al mondo e farlo entrare dentro di te e queste sono attitudini innate nelle donne. Sono più avanti, impariamo da loro, a cui dico: «adesso fate questo passaggio, sacrosanto, di parlare, ma non portatevelo dietro con rabbia e l’intento di riaffermarlo, non c’è bisogno, noi vi abbiamo già consegnato il mondo».

Bisogna rinunciare, da ambo le parti, a fare la battaglia dei sessi. Certamente ci vogliono ancora degli anni affinché venga assimilata questa trasformazione sociale.

Spesso si ha il timore, quando si fanno donazioni a scopo benefico, se effettivamente vanno in porto. Vogliamo concludere quest’intervista raccontando la sua esperienza con “Every Child is my Child”…

Il conflitto in Siria dura da sei anni e l’intero Occidente combatte la sua parte. Io mi son fatto quest’idea, tanto più dopo esserci stato: l’Occidente e l’Oriente si scontrano per problemi economici, ma non potendolo farlo direttamente, sfregano e il punto di attrito è la Siria. Chi ne paga le conseguenze, quindi, è un popolo che è sempre stato massacrato poiché chi vi è transitato ha distrutto.

Quando abbiamo visto in tv l’esito del bombardamento dell’ospedale con le armi chimiche e i bambini uccisi – il che è inaccettabile – non riuscivamo a esprimere ciò che abbiamo provato d’istinto. Anna Foglietta, una persona molto emotiva, ha deciso l’indomani di riunire un gruppo di persone su una chat di whatsapp stimolando a fare o dire qualcosa. È nata una vera e propria onda e anche questo lo ritengo un valore. A un tratto qualcuno ha affermato che fosse impossibile agire, mi sono arrabbiato proprio perché ci credevo – e non solo io – e ho cominciato a dar un’identità al tutto, non nel senso giuridico, ma partendo dai social, fornendo una mail di riferimento e Anna aveva dato vita alla chat. Mossi dal desiderio di voler aiutare questi bambini, ci siamo confrontati su cosa fosse possibile realizzare, forti anche del seguito che ciascuno di noi ha, e abbiamo preparato un concerto, una charity dinner e il libro omonimo (edito da Salani). Mi piace pensare che “Every Child is my Child” sia un ideale con una portata emotiva. Il ricavato del testo supporta la Plaster School. Abbiamo trovato una piccola Onlus, “Insieme si può fare”, diretta da Lorenzo Locati (ex-insegnante di ginnastica), con cui collaborare – opera sul confine tra la Siria e la Turchia – dov’è stata costruita, la scuola per cinquantacinque bambini, i quali altrimenti andrebbero a mendicare per strada. Quello diventa il loro biglietto di felicità avendo provato, purtroppo, delle sofferenze atroci, dalla perdita dei cari a quella degli arti. Detto questo, a noi in primis preme che tutte le donazioni vadano in porto, abbiamo deciso di metterci la faccia e seguiamo tutto per filo e per segno, compresa la rendicontazione.

Cosa risponde a chi polemizza sul perché dar questi aiuti all’estero, trascurando l’Italia?

Ci hanno mosso quelle immagini, vedere i bambini morire così, è venuto naturale pensare a loro, bisogna anche allargare la mente – e per tanto tempo ci siam disinteressati di ciò che era lontano . Dopo aver costruito quella situazione con la scuola, senz’altro c’è l’intenzione di operare pure da noi.

 

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