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ANTONIA FOTARAS – «Sono meticolosa e perseverante»

Uno sguardo che spacca in due lo schermo e un talento innato che ormai è sotto gli occhi di tutti. L’identikit è quello di Antonia Fotaras e a parlare per lei sono le intense interpretazioni sino ad oggi offerte al cinema e in tv. Prossimamente la vedremo protagonista di “Luna Nera”, la nuova serie italiana di Netflix sulla stregoneria, ma nel frattempo ripercorriamo insieme gli highlights di una carriera in rampa di lancio: da “Il primo Re” a “Mentre ero via”, passando per “Il nome della rosa”.

di Francesco Del Grosso

C’è un momento preciso in cui hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?

Quello dell’attrice è un lavoro quotidiano che porta a cercare sempre qualcosa per migliorarsi. Quindi non c’è un momento esatto in cui senti di essere diventata un’attrice a tutti gli effetti, piuttosto esiste l’istante in cui capisci che quella potrebbe essere la via da percorrere. Da piccola dicevo che volevo fare il medico e nel mentre costringevo i miei familiari a guardare spettacoli nei quali improvvisavo numeri di recitazione, musica e danza. Questo fino all’età di 7 anni quando alle elementari ho seguito un corso di teatro al termine del quale ho interpretato nel saggio finale la bellezza di tre ruoli. Ricordo che ero la persona più felice di questo mondo ed entusiasta di quella prima esperienza. Allora ho comunicato ai miei genitori che avrei voluto fare l’attrice, iniziando a frequentare una serie di laboratori a partire dall’età di 14 anni. Il resto è cronaca recente.

Suoni il violino e hai praticato nuoto sincronizzato, cosa ti sei portata dietro nel mestiere di attrice?

Dal nuoto sincronizzato tutta la consapevolezza del corpo che quella disciplina dà a coloro che la praticano, mentre dalla musica il senso del ritmo che mi aiuta nelle scelte fonetiche e tonali delle battute. L’avere a disposizione il suddetto bagaglio mi sta aiutando anche nella coordinazione di più elementi allo stesso tempo, vedi lo stare attaccati all’immaginazione mentre si è in una scena e contemporaneamente fare attenzione al come si deve muovere un personaggio e al suo ritmo interno. Tutte le cose che ho fatto e che continuo a fare mi servono quotidianamente quando sono sul set o sto preparando un personaggio, perché si tratta di un allenamento continuo e costante.

 

Quale o quali sono gli elementi che ti caratterizzano come attrice?

La meticolosità, la perseveranza e la precisione nel lavoro. Non mi interessa quanto importante sia il ruolo, se mi piaccia oppure no, la mia attenzione è sempre massima, in particolare per la tecnica. Le persone pensano che quando tiri in ballo la tecnica non stai parlando di recitazione, ma per quanto mi riguarda la tecnica è recitazione. Se combinata con una grande forza emotiva può fare davvero la differenza.

 

Cosa ti piace di più di questo mestiere?

Mi piace moltissimo stare sul set durante le riprese, ma anche la fase di preparazione con il regista e gli altri attori. Peccato che le prove sono sempre molto poche. Al contrario, la parte in cui mi identifico un po’ di meno, nella quale mi sento ancora un pesce fuor d’acqua, è quella promozionale, perché rappresenta un mondo nuovo e distante da quello che è il mio lavoro effettivo. E come a tutte le cose nuove bisogna semplicemente abituarsi.

Sino ad oggi hai interpretato ruoli molto impegnativi, ma quali sono state le difficoltà maggiori?

Ne “Il primo Re” il riuscire a mantenere la concentrazione nonostante l’enorme fatica, perché abbiamo lavorato giorno e notte nel fango, sotto la pioggia e in mezzo a incendi. Tutto questo all’inizio lo vivi come un ostacolo, ma poi a un certo punto entri in quella situazione e impari a gestirla. Ne “Il nome della rosa”, invece, le difficoltà sono state più che altro organizzative, perché il piano di lavorazione era assai complesso a causa delle molte scene e del nutrito cast internazionale da gestire. In generale, però, la difficoltà maggiore è stata conciliare gli impegni scolastici degli esami della Maturità con quelli lavorativi, comprese le riprese della serie tv “Mentre ero via” o il cortometraggio di Cosimo Alemà “Si sospetta il movente passionale con l’aggravante dei futili motivi”. Sono contenta di esserci riuscita.

Ne “Il primo Re” e ne “Il nome della rosa” hai recitato in protolatino e occitano, ciò ha costituito per te un ostacolo?

In realtà no, ma è fondamentale uno studio fonetico molto approfondito. Per me e per altri attori, infatti, recitare in un’altra lingua è persino meglio, poiché riesci ad avere un distacco da quello che dici. Questo perché in scena l’importante non è tanto quello che dici, ma come lo dici. Quindi quando reciti con parole che puoi comprendere ma che non usi quotidianamente, in realtà può risultare più semplice.

 

Cosa cerchi in una sceneggiatura o in un personaggio?

il più realistico possibile il personaggio, tanto da non categorizzarlo o farlo cadere nelle sabbie mobili dello stereotipo come spesso accade. Fortunatamente ad oggi mi sono stati affidati personaggi con caratteristiche e profili diversi l’uno dall’altro e in ciascuno di loro ho trovato quella verità che tanto inseguo e amo.

 

Con cosa ti piacerebbe misurarti e che non hai ancora avuto modo di fare?

Al momento ho interpretato principalmente ruoli drammatici. Il personaggio de “Il nome della rosa” è una ragazza che è scappata dalla guerra e ha subito delle violenze, mentre la Sara di “Mentre ero via” è un’adolescente astiosa e sofferente che soffre di un disturbo alimentare. Per questo mi piacerebbe fare qualcosa di completamente diverso e di stravagante. Più i personaggi sono strani e più mi attirano. Devo dire che sono molto incuriosita dal teatro e dalla possibilità di recitare su un palcoscenico, cosa che non ho ancora potuto fare in maniera professionale. Sarebbe un’esperienza completamente nuova e di conseguenza mi incuriosisce moltissimo.

 

Che valore ha per te la recitazione?

Non c’è cosa al mondo che mi faccia sorridere e stare bene con me stessa più della recitazione. Non è un’idea o una passione passeggera, ma qualcosa che amo profondamente e che spero di continuare ad amare nella stessa misura con il passare degli anni, l’intensificazione degli impegni e l’avanzare della carriera.

 

 

Credits Ufficio Stampa Antonia Fotaras: Zaccaria Communication
Si ringrazia Fosforo Press per “Il nome della rosa”

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