Moralità, fantasia e autopromozione di un uomo che seppe credere in sé stesso e nelle sue innovazioni

di Gaia Serena Simionati

Mantegna-redcarpet-magazine

«Anarrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l’estro». Da Ovidio in poi, ma certamente anche prima di lui, l’uomo si è confrontato apertamente con la creatività facendone un baluardo di vita per evitarne le brutture. Nel campo visivo Andrea Mantegna fu esattamente uno stendardo in tal senso e la mostra a lui dedicata a Torino: Rivivere l’antico, costruire il moderno, lo conferma in pieno. Al di là del messaggio poetico dell’indagine pittorica di Mantegna, egli propose un’immagine di sè stesso elaborata, sperimentazioni prospettiche a dir poco ardite e uno straordinario realismo nella resa della figura umana. I suoi lavori sono scarni, essenziali, severi eppur ricchi, senza colore, ma iper reali, dotati di elaborazioni sceniche immersive, risultano anticamente moderni e modernamente antichi. In essi classicismo, grecità, latinismo, amore per la storia e le epocali architetture, fatte di ponti romani, iscrizioni, tombe e sarcofaghi prevalgono su tutto. La comunicazione non visiva, sotterranea è altrettanto profonda per farci amare un artista che inizialmente non era stato apprezzato adeguatamente.

L’innata dedizione verso l’originalità e la fantasia stupiva tutti i coevi nelle sue manifestazioni, come quando inserì nella Camera Picta a Mantova, invenzione difficile e capricciosa un oblò pittorico, omaggio al Pantheon romano e alla sua apertura nella volta, tanto amato da artisti e letterati, in cui si affacciavano putti e madonne, a guardarci tutti dall’alto in basso. Ben capendo il suo valore, l’interesse generato dalle sue opere, Mantegna adottò un innovativo modo di approntare una sigla, prima sorta di copyright quattrocentesco sulle incisioni, cosa che poi Dürer, la storia dell’arte, da Warhol in poi, riprenderà in toto.

Egli fu un self-made-man, ambizioso e tenace, già famoso a 13 anni, poi una star alla corte di Gonzaga.

Alla sua grande virtù nell’incarnare la prospettiva del ‘500, si aggiunse l’idea che ebbe forzando l’immagine sacra del corpo morto di Cristo che nessun artista aveva mai fatto prima. Nella bottega padovana dello Squarcione, dove maturò il gusto per la citazione archeologica, venne a contatto con le novità dei toscani di passaggio in città quali Filippo Lippi, Paolo Uccello, Andrea Del Castagno e, pervade il suo lavoro, la stima per la severità dei bronzi di Donatello, l’amore per l’architettura di Leon Battista Alberti e la letteratura, la conoscenza delle innovazioni fiamminghe e fiorentine. Last but not least, conobbe l’arte dei Bellini a cui era legato da parentela acquista, avendo preso, Nicolosia, la sorella di Giovanni in matrimonio. Da lì le sue forme si addolcirono e illuminarono, mentre le scenografie senza perdere in monumentalità, divennero più ariose. Questa mostra testimonia dunque il crogiolo culturale su cui si formò Andrea, le ispirazioni storiche e letterarie, il gusto per la natura e il bello che determina ogni suo singolo lavoro, oltre alla rappresentazione di contatti e relazioni con antiquari classicisti. Di Mantegna sono esposti una ventina di dipinti, altrettanti disegni e opere grafiche, oltre ad alcune lettere autografe. Il percorso espositivo non è solo monografico, ma presenta appunto capolavori dei maggiori protagonisti del Rinascimento che furono in rapporto, tra cui Donatello, Antonello da Messina, Pisanello, Paolo Uccello, Giovanni e Jacopo Bellini, Leon Battista Alberti, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti, Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l’Antico e infine il giovane Correggio. Accanto a dipinti, disegni e stampe, sono esposte opere dei suoi contemporanei, così come sculture antiche e moderne, dettagli architettonici, bronzetti, medaglie, lettere autografe e preziosi volumi antichi a stampa e miniati.

L’arte è difficile. Lo aveva già capito Mantegna: studiare, provare, rifare. Lo aveva già capito anche nella ricchezza di artista che ha prodotto ben poco. Come ci spiega il curatore Howard Burns, Mantegna convinto di sè, tanto che non a caso il 13 maggio del 1479 scrisse una lettera a Gonzaga per dire che: “aveva dipinto più di ogni altro signore d’Italia e meglio”. Prima di morire nel 1506 preparò Apelle: “il più grande pittore del mondo antico”, a cui in fondo Mantegna si equipara, essendo cappella funeraria e vi allestì un disco bronzeo con autoritratto nella chiesa in Mantova e in una iscrizione disse a lui pari, se non superiore. La mostra è stata resa possibile grazie a Intesa Sanpaolo che insieme a Civita e Fondazione Torino Musei l’ha promossa a Palazzo Madama, dedicandola a questo grande artista Rinascimentale, senza eguali.