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BENEDETTA CIMATTI – «Questo mestiere è un lavoro continuo su se stessi»

Talentuosa e dalle idee chiare, voce entusiasta, da cui si intuisce, al contempo, un carattere riservato. Così si presenta Benedetta Cimatti, una giovane attrice che già ha collezionato all’appello importanti esperienze professionali, da “L’ispettore Coliandro” a “La strada di casa”. Attualmente è in onda su Rai2 nella seconda stagione de “La porta rossa” per la regia di Carmine Elia.

di Maria Lucia Tangorra

Benedetta puoi parlarci del tuo ruolo ne “La porta rossa”?

Interpreto un nuovo personaggio, Erika, la quale ha un difficile rapporto col padre, Marco Jamonte (Fortunato Cerlino). Lei lo raggiunge e si ritrovano in una convivenza forzata. È stata una piacevole esperienza, in più già da spettatrice l’avevo seguito come prodotto di genere, oltre ad apprezzare tantissimo la scrittura di Carlo Lucarelli.

Hai affrontato due tipi di rapporto padre-figlia se pensiamo anche a “La strada di casa”…

Quello ne “La porta rossa” andava a riprendere un’età adolescenziale (l’attrice ha ventinove anni, nda) per cui ho attinto in parte ai miei sedici anni. Da un lato, quindi, ho lavorato sull’aspetto di forte ribellione, dall’altro mi piace costruire il personaggio da zero. In entrambi i casi è stata fondamentale la sintonia creatasi con l’attore che avevo davanti. Con Fortunato ci sono stati dei momenti in cui si è verificato pure un distacco fisico perché tra i due personaggi c’è un rapporto di lontananza. Ne “La strada di casa”, dove interpreto una ventiquattrenne, il rapporto muta in maniera radicale nella seconda stagione. Con Alessio (Boni, nda) abbiamo provato molto per cercare la giusta strada.

D’artista e da spettatrice come credi che sia mutata la fiction italiana?

Sul piano della scrittura si sta partendo da sceneggiati sicuramente diversi, per l’appunto anche di genere, con vicende inusuali. Indubbiamente è bello raccontare una storia vicina a ciò che le persone possono vivere tutti i giorni. Parallelamente è importante che possa esserci una visione un po’ più avanguardista, se teniamo conto anche di tutte le serie internazionali che stanno uscendo. Bisogna far abituare le persone a qualcosa di diverso, ad andare oltre i soliti canoni. I Manetti Bros propongono sempre dei prodotti innovativi, dai film alle serie, li ho sempre amati e aver avuto l’opportunità di lavorare con loro mi ha aperto un mondo sotto tanti punti di vista. Anche “La strada di casa” ha percorso una direzione differente dimostrando un respiro un po’ più internazionale, basti pensare alle luci e alla gestione dello spazio e dei personaggi.

Per ciò che è possibile, soprattutto quando si è giovani, cosa ti ha guidata nella scelta di un progetto piuttosto che di un altro?

Ho sempre avuto le idee chiare su ciò che volevo fare e una concezione di televisione che rispecchiasse anche i miei gusti da spettatrice per cui, magari ho fatto meno rispetto a tante altre colleghe che hanno un seguito pazzesco [e non lo afferma in un’accezione negativa né con invidia], però mi sono sentita onesta con quella che è la mia idea di attrice.

Potresti definirla?

Mi sento coerente con me stessa. Provengo dal teatro, inizialmente desideravo stare esclusivamente sul palcoscenico, ma non è facile vivere solo di quello [afferma con realismo] però penso di aver trovato un’adeguata strada, con prodotti di qualità anche per lo schermo. Cercando di farmi un nome e una credibilità, mi piacerebbe tornare anche a fare un teatro mio.

Cosa ti spaventa della strada che hai scelto?

Nel momento in cui ho concluso l’accademia ero molto spaventata perché è un mondo difficilissimo, certo come ce ne sono altri. Ogni volta in cui sostieni un provino è come se dovessi trovare un nuovo lavoro. Forse ciò che può spaventare maggiormente è il doversi continuamente mettere in gioco, provando a dare il meglio di sé per prendersi la parte. Le piccole conferme le sto avendo e sono molto soddisfatta. Sicuramente può far capolino la paura legata a questo interrogativo: ci sarà sempre la possibilità di farlo e di vivere di questo? Per il momento la mia risposta è positiva e sono determinata ad andare avanti, studiando sempre tanto e reinventandomi sempre. In questo mestiere è fondamentale non abbassare mai la guardia e non dare per scontato. È un lavoro continuo su se stessi.

Come mai hai scelto di frequentare proprio l’Accademia Fondamenta?

Sono sincera, avevo anche l’idea di provare alla Silvio d’Amico, mi sono fatta prendere un po’ dal panico. Il timore di non essere ammessa e forse una delusione che, in quel momento, non avrei saputo sostenere essendo alle prime armi, mi ha portata a non tentare. Mi sono trasferita in una grande città (da Faenza a Roma, nda) da sola e l’Accademia Fondamenta mi piaceva molto sia come metodo che per gli insegnanti – Giorgia Trasselli è stata la mia docente del cuore e tuttora mi affido ancora a lei. Questa scuola mi ha fornito la preparazione teatrale che cercavo, insegnandomi a stare sul palcoscenico senza presunzione, a testa bassa, lavorando sodo.

Qual è l’insegnamento che porti con te di maestri come Pierpaolo e Giancarlo Sepe?

Amavo profondamente il teatro danza ed ero completamente all’oscuro di come potesse essere, mi ci sono imbattuta. Mi hanno insegnato ad andare oltre i limiti che ci si pone nella vita, superando le proprie rigidità e i muri che ci si impone.

Benedetta, quali sono i luoghi comuni che ti fanno anche arrabbiare?

Siamo nel 2019 e alcuni ragionamenti su quella che è l’immagine della donna – come il dire che è inferiore rispetto all’uomo – dovrebbero essere completamente aboliti. Deve esserci un’uguaglianza mentale. Mi è stato detto magari che fossi riuscita a lavorare anche per il “bel faccino”. Cosa c’entra? Dovrei sentirmi in difetto perché sono nata con un viso carino o con un fisico piacente? Io dentro ho un nucleo che mi ha permesso di essere quella che sono, che è molto più importante rispetto all’estetica. La bellezza è fisiologico sfiorisca nel corso di una vita perciò penso che bisogna puntare su un’identità di donna e femminilità che vada al di là della bellezza.

Prendendo in prestito “Ricordi?” di Valerio Mieli (dovrebbe essere distribuito al cinema dal 21 marzo 2019) a cui hai lavorato, che valore ha per te il ricordo?

Ho pochi ricordi, ma buoni, che custodisco dentro di me. Forse in certi momenti ho avuto più il sentimento della nostalgia, ma sono una persona più proiettata verso il futuro.

Quali sono i prossimi progetti?

Mi auguro possano realizzarsi delle nuove stagioni delle serie a cui già ho preso parte e spero di tornare sul palcoscenico. Ho molto a cuore come testo “Il Catalogo” di Jean-Claude Carrière, è stato portato in scena poche volte e mi piacerebbe moltissimo interpretare questo personaggio femminile a teatro.

Credits Ufficio Stampa Benedetta Cimatti: Amendola Comunicazione

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