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BRUNO BARBIERI – «L’importante è non dimenticare mai da dove si è partiti»

Curiosità, competenza, amore per le proprie origini e slancio verso altre culture. Sono solo alcune delle qualità che emergono dialogando con lo chef Bruno Barbieri. Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del sodalizio con Sgambaro di cui è diventato testimonial e dove abbiamo avuto l’opportunità di vederlo all’opera in uno show cooking.

di Maria Lucia Tangorra

 

Come mai ha deciso di aderire a questo progetto?
Sgambaro è un’azienda storica e a conduzione familiare per cui ha in sé quel mood a me tanto caro ed è un elemento che per quel che mi riguarda è stato fondamentale rispetto alla scelta di collaborare con il brand. Tutto nasce dal Paese dove sono nato (si riferisce alle materie prime adoperate dal pastificio di Castello di Godego, nda) ed è un aspetto molto significativo in quanto la filiera è davvero corta: i grani vengono prodotti in questa area e spostati di pochi chilometri per essere lavorati.

Pensando ai sapori d’infanzia, qual è il piatto che le viene in mente?
Al di là dell’essere emiliano, la pasta per me è stato ed è un momento essenziale, un prodotto in grado di farti stare bene. L’associo innegabilmente a quand’ero piccolo perché in famiglia era un valore, non mancava mai nella nostra quotidianità, passando da quella secca a quella all’uovo, ma questo dipendeva dalla fantasia di mia nonna, abilissima nel tirare la pasta a mano.

Tenendo conto dei quarant’anni di carriera che ha alle spalle, qual è la sua più grande conquista ad oggi?
Sicuramente quella di aver compiuto una scelta in un frangente dell’esistenza in cui probabilmente non si è ancora in grado di capire cosa si voglia fare da grande. Mia nonna mi ha supportato molto, aveva già visto in me le potenzialità per diventare un bravo cuoco. Oggi a cinquantasette anni rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, sono molto contento del mio percorso e di quello dei miei collaboratori.

C’è uno chef che l’ha influenzata particolarmente?
Uno su tutti Igles Corelli, con cui ho lavorato per tantissimo tempo e che ha scritto un pezzo di storia della ristorazione italiana. Insieme a lui ce ne sono stati altri [si preoccupa di far torto citandone solo uno]. Sono sempre stato una “carta assorbente” per cercare di incamerare quanti più insegnamenti possibili che mi avrebbero permesso di diventare ciò che sono oggi; così come sono stato convinto che un giorno sarebbe toccato a me trasmettere ai giovani.

In virtù di questo e dell’impegno mediatico assunto negli anni, quale responsabilità avverte?
Sono perfettamente responsabile di ciò che dico. Non ho mai voluto raccontare delle bugie né al pubblico né alle persone che mi circondano. Quando ti viene data l’opportunità del mezzo televisivo per comunicare bisogna veicolare storie vere.

Qual è il luogo comune da sfatare quando arrivano i concorrenti di MasterChef?
Non cerchiamo delle persone che a tutti i costi devono diventare degli chef, ma che abbiano dei sogni e qualcosa da trasmettere ed è bello far emergere quel qualcosa in più, di cui magari acquisiscono consapevolezza nel corso del programma. Anch’io ho ancora dei sogni nel cassetto, se così non fosse non si andrebbe da nessuna parte. Bisogna avere voglia di guardare avanti. Vivo molto alla giornata, mi piace riscoprire nel quotidiano come le piccole cose possano rendere felici.

Secondo lei questo approccio verso la vita deriva anche dall’esser nato in una dimensione provinciale (nell’accezione più positiva del termine)?
L’importante è non dimenticare mai da dove si è partiti. La campagna, il vivere nelle colline e in un paese come Medicina mi ha formato molto. Certamente viaggiare mi ha permesso di comprendere anche come girasse il mondo. Mettendo insieme il tutto sto portando avanti il mio modo di essere Bruno Barbieri.

C’è qualcosa che non deve mai mancare nella sua cucina?
La voglia di scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Per chi fa il mio mestiere è importante conoscere la materia prima, viaggiare ed essere curioso, consci che si ha sempre da imparare.

Dall’esterno si guarda un po’ con distanza verso la cucina stellata…
Le stelle Michelin sono per noi cuochi come gli Oscar nel mondo del cinema (ne ha ricevute sette, nda). Te le conferiscono perché hai fatto un’ottima creazione, chiaramente non è semplice prenderle, ma restano nell’immaginario.

A quale opera d’arte assocerebbe il suo modo di vivere la cucina?
A un pittore del ‘600 come Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. I miei piatti potrebbero essere come i quadri di questo mio antenato illustre.

Quando il cliente ha torto?
Chi acquista qualcosa ha sempre ragione perché non è uno scambio di merce, spende dei soldi. L’oggetto, che sia il piatto o la camera d’albergo o un capo, deve corrispondere al valore che si chiede.

Dove la vedremo impegnata prossimamente?
Recentemente è uscito il mio ultimo libro “Domani sarà più buono” (edito da Mondadori Electa). Racconta una storia a me molto cara: dare vita a un piatto che è stato cucinato oggi e che domani avrà un momento di gloria differente.

Fino al 25 luglio è in onda su SkyUno la nuova stagione di “4 Hotel” che lo vede impegnato in qualità di giudice integerrimo, esperto di hôtellerie. Inoltre lo chef sarà nuovamente tra i giudici della prossima edizione di MasterChef Italia.

 

 

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