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CARLO LUCARELLI – «Il mistero funziona sempre»

Televisione, cinema, letteratura e radio, con e attraverso di loro Carlo Lucarelli ha raccontato e continua a raccontare storie di ieri e di oggi, nelle quali il mistero intreccia i fili del passato con quelli del presente. Ed è tra le maglie di questa ragnatela fatta di parole, suoni ed immagini, che prendono forma e sostanza tanto le storie vere – spesso maledette – quanto quelle nate dalla sua penna. Qui provano a divincolarsi i personaggi, alcuni dei quali entrati a gamba tesa nell’immaginario comune, dei suoi racconti, tra cui il Commissario De Luca, protagonista dell’ultimo romanzo dal titolo “Peccato mortale” (edito da Einaudi). Lo abbiamo incontrato in quel di Como in occasione della presentazione del libro al 28° Noir in Festival. Recentemente lo abbiamo visto su Sky Arte nel nuovo format “Inseparabili. Vite all’ombra del genio” da lui scritto e condotto, in cui affronta le vite di personaggi all’ombra di grandi artisti.

di Francesco Del Grosso

Cosa diversifica il Commissario De Luca dagli altri personaggi letterari esistenti?

Dal punto di vista caratteriale ed estetico credo che sia simile a tanti altri personaggi. Di conseguenza, non è diverso da quelli meravigliosi – come Montalbano, Ricciardi o Schiavone – nati dalle penne dei colleghi. De Luca è uno di loro, ma ha una sua specificità, ossia il rapporto con la Storia e la politica che lo porta a fare il poliziotto in un’epoca, quella del Regime, dove è difficile fare il tuo mestiere, perché hai responsabilità di altra natura. Quest’ultime lo mettono nella condizione di essere sempre comunque ricattato e compromesso, perché ha fatto delle cose nel passato che gli impediscono di fare quello che vorrebbe fare di buono nel presente. Il problema di De Luca è assai complesso da gestire ed è politico ed esistenziale allo stesso tempo.

Come mai le storie che racconti e il tuo sguardo sono spesso rivolti al passato?   

Attraverso il passato è possibile capire il presente, perché a volte è difficile interpretarlo per via della sua vicinanza, del fatto che ne facciamo parte e di tutta una serie di considerazioni direttamente o involontariamente politiche che distrarrebbero. Allora è più facile rivolgere il cannocchiale dall’altra parte, allontanarci e vedere le cose da un altro punto di vista. Questo mi porta a mettere in scena dei meccanismi del passato perché in qualche modo hanno a che fare con il presente, altrimenti non avrebbe senso raccontare solamente storie di ieri. Il passato in generale è il più delle volte sconosciuto, si scoprono tantissime cose interessanti da raccontare ed molto affascinante da esplorare.

Cosa rende così popolari i tuoi personaggi?

Il fatto che sono figure molto contraddittorie o che sono stati testimoni di storie che in quei momenti erano importanti. L’Ispettore Coliandro, ad esempio, che è diventato molto popolare soprattutto a livello televisivo, è uscito fuori in un periodo in cui c’era una sorta di movimento all’interno del noir che raccontava le metropoli italiane in un certo modo. Quando hai un personaggio perdente, onesto, ma pieno di difetti come lui, ecco che diventa subito un personaggio interessante. In generale, l’ossessione e la contraddizione sono gli ingredienti che danno sostanza ad un personaggio.

Nella ricca galleria di personaggi che hai creato, quale invece non è stato capito fino in fondo?

Mi viene mente il vice-questore Marino di “Indagine non autorizzata”, del quale mi piacerebbe tornare a scrivere perché mi piaceva molto. A mio avviso è un personaggio dagli sviluppi interessanti con la sua personalità di uomo piccolino, che non riesce a realizzarsi, ma che capisce moltissime cose.

Hai e continui a raccontare di paure individuali e collettive, ma cosa fa paura a Lucarelli?

Sino a poco tempo fa ti avrei risposto i granchi [sorride], che fisicamente mi fanno tantissima paura, oltre alle solite cose: la morte, le ingiustizie, etc… Adesso, rimanendo in una dimensione sociale e storica, mi spaventa molto la piega che potrebbe prendere il mondo: più isolazionista, cattivo, armato e sovranista. Adesso che ho due bambine piccole sono nate in me altre paure, come ad esempio che possano subire quello che hanno subito i miei nonni e genitori, ossia la guerra.

Sempre a proposito di paure, hai mai fatto i conti con quella che terrorizza gran parte degli scrittori, ossia il cosiddetto foglio bianco?

Il foglio bianco resta tale sino a quando non hai scritto la prima parola e anche se l’hai cancellata il meccanismo comunque si è messo in moto.  Giorgio Scerbanenco diceva: «Bisogna soltanto aver voglia di scrivere, averne piacere. Anche per stirare un mucchio di biancheria, o per fare una maglia con i ferri bisogna averne voglia e piacere, se no si lavora male e si sbaglia. Non è l’ ispirazione che manca al poeta che guarda il cielo azzurro, è la voglia». Questo significa che se sei un narratore, come era lui e come spero di essere io, di idee, suggestioni e cose che accadono, in testa ne devi avere tante. Storie da mettere su carte ce ne sono sempre, il problema semmai è capire come cominciarle. Insomma, il classico «era una notte buia e tempestosa».

Come nasce il tuo flusso creativo?

Ci sono tre cose che si devono incastrare per accendere il motore. La prima è qualcosa che attiri la mia attenzione, che può essere un’immagine, una notizia o una sensazione legata al momento che sto vivendo e che mi piacerebbe raccontare. Contemporaneamente si deve essere già formata una cornice temporale o ambientale dove collocare il tutto. E ovviamente deve esserci un mio personaggio, vecchio o nuovo, attraverso il quale dare forma e sostanza alla storia.

Sei solito crearti delle aspettative nei confronti del lettore di turno?

No, perché ho capito che non si deve fare. Io come altri che la pensano allo stesso modo usiamo sempre la metafora di Borges per rispondere a questa domanda: «Quando scrivo so di avere un lettore alle spalle, ma non mi volto a guardarlo». È chiaro che scriviamo per qualcuno, ma se nel farlo dovessimo a pensare ad un lettore preciso, allora ci bloccheremmo all’istante per via di tutta una serie di limitazioni.

C’è un limite morale che non andrebbe oltrepassato quando si mette in scena la violenza?

Secondo me non c’è un limite morale, semmai artistico e creativo. Bisognerebbe chiedersi prima di tutto perché sto raccontando una cosa in un certo modo. Sangue e violenza servono veramente o sono elementi fini a se stessi? Questa è la domanda giusta da porsi prima di iniziare a scrivere.

Perché il disegno del male affascina e attira la gente di più di quello del bene?

È una spiegazione tecnica: quando racconti il male in genere affronti meccanismi che sono misteriosi. Narrativamente il mistero funziona sempre, per questo ci interessa più la Strega di Biancaneve e il motivo che porta la prima ad odiare la seconda. Ed è ciò che vogliamo sapere.

C’è una storia o uno specifico fatto di cronaca che ti sei pentito di avere raccontato?

Non è mai capitato, nemmeno quando in televisione mi sono trovato ad affrontare fatti di cronaca di dimensione più storica, dai delitti privati sino ad Ustica. Questo perché ho avuto la fortuna di incontrare storie che avevo voglia di raccontare e mi è stata data la possibilità di farlo in maniera libera. Non sono mai stato forzato a fare diversamente.

Con “Blu notte” hai portato in televisione un modo attento, rispettoso e intelligente di fare cronaca. Come pensi sia mutato in bene o in male il modus operandi?

La stampa in passato era solita sbattere il mostro in prima pagina e arrivava persino a pubblicare la foto del morto ammazzato di turno con il corpo dilaniato e coperto di sangue. Poi dagli anni Settanta c’è stata una sorta di regolamentazione a riguardo tanto sui giornali quanto in televisione. Adesso è avvenuta una mutazione attraverso un processo di liberalizzazione della cronaca, molte cose sono state sdoganate, le briglie sono state nuovamente allentate e c’è meno pudore. Il tutto rispettando sempre un’etica e delle regole. Oggi si sceglie di non mostrare certe cose, ma allo stesso tempo si cerca di evocarle. A mio avviso questo è un modo sbagliato di fare cronaca.

Credits Ufficio Stampa Letteratura Noir in Festival: Paolo Soraci

 

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