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CATERINA MURINO – «Grazie al ruolo in “Deep” ho scoperto un’altra Caterina»

Fascino da vendere e bravura affinata di progetto in progetto. Caterina Murino si è fatta amare sin da subito dagli spettatori italiani, per poi farsi conoscere e apprezzare anche sul piano internazionale. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con lei sulla sua carriera e su temi molto stringenti, il tutto senza avere timore di dire schiettamente e con rispetto la sua.

di Maria Lucia Tangorra

Caterina, partiamo dallo spettacolo che sta portando in scena, “Otto donne e un mistero”. Che tipo di lavoro avete fatto rispetto all’originale francese?

Il regista Guglielmo Ferro ha voluto conferire un’impronta più perfida, sottolineando come le relazioni umane siano apparentemente felici e d’altro canto molto false, coi personaggi che arrivano così a scannarsi nel finale. Questa messa in scena è molto simile alla versione cinematografica di Ozon. Io interpreto Pierrette, la cognata di Gaby e la sorella del morto – incarnata sullo schermo da Fanny Ardant. Lei è un personaggio fuori dal coro. Quando l’orecchio del pubblico ha cominciato a famigliarizzare con tutte le voci femminili, si avverte benissimo la sua entrata in scena, come se fosse un “elemento estraneo”.

Recentemente si è conclusa la tournée de “L’idea di ucciderti”, che ha riscosso un forte consenso…

Davo vita a un magistrato, una donna tradita dal marito e che tradisce per cui in sé racchiude sia il bene che il male. È uno spettacolo completamente diverso da ciò che si può vedere in giro in quanto c’è una verità mai detta. Si raccontano tanti errori giudiziari che hanno distrutto la vita di un uomo e come la tragedia che noi mettiamo in scena sicuramente potesse essere evitata. Viene trattato il femminicidio a tutto tondo. Esistono degli uomini mostri e devono essere imprigionati per sempre, altri che subiscono delle cattiverie da parte delle donne, così come ci sono delle donne che subiscono questi massacri. Non c’è un’unica tipologia. Bisogna capire perché una donna muore e non sto assolutamente giustificando i carnefici. Sono dietro il mio spettacolo, sostenendolo, da cui emerge un’altra verità che non posso svelare, è necessario vederlo per comprendere. Se davvero, come si dice, la legge è uguale per tutti non bisogna andare col pregiudizio che la donna abbia ragione e l’uomo torto. Si tratta di un essere umano contro un altro essere umano. La pièce porta a riflettere su una dinamica: guardate le prove che vengono portate davanti ai giudici, constatatele, capitele con intelligenza e non con idiozia. Chi ha commesso veramente l’errore verrà punito.

Tenendo conto del suo percorso, com’è mutato il modo di approcciarsi al lavoro?

Non mi sento molto cambiata. Purtroppo nella mia carriera non ho ancora fatto un progetto costruito completamente da me, ho cercato però purtroppo non ci sono ancora riuscita. Secondo me non ho ancora la forza per difendere un progetto personale e portarlo da zero fino al risultato finale sugli schermi o sul palcoscenico. Il mio sogno è quello di dar corpo a Eleonora d’Arborea, una regina sarda del 1300. Tutti i lavori che realizzo derivano dalle proposte che ho ricevuto, probabilmente anche sulla base di ciò che ho sempre mostrato anche attraverso le interviste. La stessa maniera in cui recito suggerisce delle particolari idee ai registi per cui mi affibbiano queste cause da portare avanti. Sinceramente sono molto felice degli ultimi ruoli che mi hanno proposto, caratterizzati da donne forti.

Caterina, quali insegnamenti si è portata con sé dai maestri incontrati?

Il mio primo maestro in ambito cinematografico è stato Dino Risi, il quale mi ha insegnato di non andare mai a vedermi allo schermo dopo aver fatto una scena perché c’era lui che osservava il tutto. Non voleva che io potessi cambiare qualche sfumatura giusta per il personaggio e che magari non piaceva a me per puro egocentrismo. Questa indicazione continuo a seguirla da vent’anni a questa parte.

Dai suoi esordi, qual è la più grande delusione e, dall’altro lato, conquista anche dal punto di vista umano?

Errori o scelte sbagliate perché magari in quel momento c’era poco lavoro hanno contribuito a creare ciò che sono oggi. Mi sento molto appagata e sono felice di come sta andando la mia carriera. Umanamente l’Amref mi ha aiutato tanto ed è qualcosa a cui tengo moltissimo. Abbiamo avuto la fortuna di nascere in un paese straordinario com’è, per me, la Sardegna e in generale l’Italia. Bisogna aiutare le persone che purtroppo non hanno avuto questa stessa fortuna. Tutto quello che abbiamo costruito intorno a noi ce lo siamo meritati, abbiamo lavorato per questo, però il luogo di nascita non ce lo siamo meritato e tutti noi dovremmo ricordarcelo.

E sul piano professionale?

Mi piace parlare più di esperienza che di conquista. Ad oggi il ruolo per la serie “Deep” per TIMvision rimarrà il più bello e completo che mi abbiano mai offerto perché ho dato corpo a una donna molto lontana da me. Nonostante sia nata in Sardegna non sapevo nuotare per cui sono stata anche molto stupita che me l’avessero proposto né arei mai pensato di poter interpretare una sportiva e nello specifico una campionessa di apnea. Tra la preparazione fisica e mentale e lavorando specificatamente sulla parte, questo personaggio mi ha portato in una dimensione che non conoscevo tant’è vero che per uscire da questo ruolo ho impiegato tre mesi e mezzo. Ho scoperto un’altra Caterina.

Quali progetti identifica come punto di svolta nella percezione che gli altri hanno avuto di lei?

“Casino Royale” della serie su Bond è senz’altro una pietra miliare internazionalmente parlando; per quanto riguarda la Francia direi “L’Enquête corse” (con Christian Clavier e Jean Reno). Rispetto al teatro italiano ritengo che “L’idea di ucciderti” mi abbia fatto conoscere al pubblico in maniera diversa.

Data la sua esperienza, quali sono i luoghi comuni da sfatare rispetto all’estero e cosa dovrebbe imparare l’Italia?

Tenendo conto delle coproduzioni con Netflix e Amazon credo che l’Italia si stia svegliando da questo punto di vista. Senza dubbio in Francia esiste una protezione dell’artista che in Italia non c’è. Tutti i film stranieri proiettati nelle sale cinematografiche francesi supportano lo stesso cinema francese e dovremmo farlo anche noi.

In Francia qual è stata la percezione del MeToo e di tutto il movimento che si è creato?

C’è stata la famosa lettera che Catherine Deneuve ha firmato. Per me il MeToo deve essere fatto per tutte quelle donne che non hanno mai avuto voce in fabbrica o in ufficio e finalmente si è smosso qualcosa a livello mondiale, ma in tutti i campi, non solamente in quello dello spettacolo. Mi auguro che in tantissimi uffici e aziende le lavoratrici che hanno subito abusi dei propri capi abbiano finalmente voce in capitolo e potere perché le leggi sono cambiate e stanno cambiando.

Qual è la responsabilità artistica che avverte su di sé?

Quando ho letto il copione di Giancarlo Marinelli, regista e autore de “L’idea di ucciderti”, con cui avevo già realizzato “Doppio sogno” gli ho risposto: «ci massacreranno perché siamo talmente il contrario». E lui mi ha controbattuto: «se leggi più attentamente coglierai che non siamo affatto il contrario». Lì ho deciso di salire sulla barca con lui e rischiare. Ecco mi piacerebbe portare sempre in scena dei testi che portano lo spettatore a essere un’altra persona quando esce da teatro. È già stato fatto tutto, in tutte le salse del mondo, per cui arrivare a raccontare qualcosa di nuovo, sotto un altro punto di vista può essere anche scioccante però ti smuove dentro, esci con le lacrime agli occhi, ti si spezza il cuore. Quando ciò avviene credo che abbiamo compiuto il nostro lavoro.

Dove la vedremo prossimamente?

Sono in tournée fino al 17 aprile con “Otto donne e un mistero” toccando tra le varie città Bassano Del Grappa, Genova, Roma e Torino. Spero che nella stagione ‘19/’20 venga ripreso “L’idea di ucciderti”. In Francia ho in uscita “Toute ressemblance” e una serie.

Credits Ufficio Stampa Caterina Murino: ManzoPiccirillo

 

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