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CESARINA FERRUZZI Di Umberto Garibaldi

Dedicato alle donne che hanno deciso di vincere nonostante tutto e in particolare a quelle che mi hanno aiutato con il loro immenso amore, la mia mamma Marna e le mie sorelle Franca e Clementina». Sono queste le prime parole che troviamo ne “Il cielo a sbarre” di Cesarina Ferruzzi (edito da Cairo Publishing), una manager di successo e in primis una donna, che ha vissuto l’esperienza del carcere per centotrentatré giorni. Lei riesce a rendere perfettamente quali siano le sensazioni di chi viene svegliato dal campanello di casa per esser prelevato.

La Ferruzzi è riuscita anche da quella vicenda a cogliere il bene, non in un’accezione retorica, ma profondamente umana. A lei la parola.

CESARINA, MI SEMBRA CHE QUESTO “EPISODIO” SIA STATO UNO SPARTIACQUE NELLA SUA ESISTENZA…

Direi proprio di sì. La mia vicenda giudiziaria comincia il 10 ottobre 2009 e si conclude il 14 aprile 2010, sei mesi in cui sono stata vittima del sistema carcerario per centotrentatré giorni e agli arresti domiciliari per quarantacinque. Quando tutto ciò è terminato è stata la punta di un iceberg poiché quello che si è sviluppato dopo, a mio avviso, è stato forse peggio ancora rispetto a quello che avevo vissuto come rottura di vita e di un sistema di lavoro e soprattutto di carriera. Affermo questo perché, per uscire prima – cosa che ahimè non è accaduta – l’avvocato mi consigliò un patteggiamento in quanto, secondo lui, era l’unico modo per uscire il giorno dopo. In un primo momento non volevo accettare, mi sembrava iniquo operare in tal senso per colpe che non erano le mie; a un tratto ho digerito la soluzione mossa dall’idea che potesse servire a riprendere in mano la mia vita e la mia libertà. Con una fedina penale che documenta questo iter, non ci si può affacciare al mondo del lavoro né avere contatti con gli enti pubblici. Non ci si può presentare agli altri quando si ha questa “macchia”, che ha segnato così l’inizio della fine della mia attività. Ho tentato disperatamente di riportare il mio percorso professionale ai livelli a cui ero giunta prima che mi venissero a prelevare, ma non è stato possibile poiché per qualsiasi cosa, dopo, si viene additati, rivangando l’esperienza in carcere e ogni volta tornava indietro un boomerang sempre più pesante.

A POSTERIORI SI È, QUINDI, PENTITA DI AVER ACCETTATO IL PATTEGGIAMENTO?

Sì perché ci sarebbe stato un processo e in quel caso ti difendi perché sei fuori dal sistema carcerario, sei libera di scegliere e pensare. In prigione è impossibile, tutto il tuo mondo è bloccato, non esiste nient’altro che la pena detentiva.

Quando la vicissitudine si è conclusa, ho provato a cambiare pagina, mettendo una pietra sopra su ciò che facevo prima, prendendo la vita in maniera completamente diversa, avendo più cura per gli affetti e per me stessa e facendo cose per gli altri – attitudine appresa in carcere. Lì ho compreso come l’esistenza non fosse solo espressione di arrivismo. Io vivevo improntata all’ottenimento degli obiettivi e forse in questo sbagliavo, ma quando si è nel vortice, vai avanti senza soffermarti a riflettere. Nel dopo ho preso delle decisioni importanti come quella di lasciare anticipatamente il lavoro, guardandomi per quello che ero, potevo essere e ciò che potevo dare e non solo nei panni di manager. Durante quei giorni di reclusione ho conosciuto l’umiliazione, il dolore, l’amarezza, il fatto di doversi piegare davanti a un’altra detenuta o a un’agente, ho toccato con mano tutto ciò che nella vita precedente avevo sempre calpestato, ma ho trovato anche tanta umanità, anzi più all’interno che nel mondo esterno. Probabilmente perché dentro sono tutte “povere” persone, del resto anch’io lo ero perché non si ha più nulla di proprio, sei depersonalizzata, non esiste l’individuo Cesarina Ferruzzi, ma la detenuta Cesarina, il che è molto differente. Quando siamo fuori non ci rendiamo conto di cosa voglia dire essere liberi poiché respiriamo ogni momento la libertà; solo quando la perdi ne apprezzi il vero valore.

È RIUSCITA, QUINDI, A CONOSCERSI MEGLIO COGLIENDO QUEL TEMPO IN PRIGIONE PER ASCOLTARSI?

Non tutti reagiscono così, nella maggior parte dei casi l’onta del carcere li fa diventare peggio di prima. Io fortunatamente ho ricevuto un segnale molto forte dal parroco presente quando, i primi giorni, ero molto avvilita. Non ho mai versato una lacrima perché non volevo piangere, non mi serviva farlo. Chiesi a don Alberto come si potesse andare avanti in una situazione così difficile e lui mi rispose: «cerca il bene nel male». Di primo acchito sembrerebbe una frase semplicissima, ma non era facile attuare quell’approccio, anche perché mi dicevo che quello era solo un inferno. Pian piano, costruendo rapporti in particolare con le recluse come me, le quali hanno compreso quanto volessi star loro vicino, ho compreso quello che volesse dire.

LE SUE COMPAGNE NON HANNO MANIFESTATO PREGIUDIZI RISPETTO ALLA SUA POSIZIONE SOCIALE?

Quelli come me, dello stesso rango, sono visti come i cosiddetti “colletti bianchi”, come coloro che non hanno dei reati. Io son finita lì, infatti, non per un reato commesso, ma a causa di un’indagine. Sei vista come una figura di privilegio, idea che, però, deve venire meno poiché lì siamo tutte uguali.

COME CONCRETAMENTE SI È FATTA BEN VOLERE?

Ho provato a farmi conoscere per ciò che ero, non ho mai preteso nulla né ho marcato la mia “posizione di privilegio” raggiunta con la carriera. Ho conquistato la loro fiducia tanto che venivano a confessarmi le storie personali e io le ascoltavo, avvertendo in me l’appoggio di una persona che le rincuorava. Ho dato vita a dei momenti conviviali allestendo il coro natalizio, facendo riaprire la palestra o dando luogo a piccole ricreazioni tra donne come può essere il giocare a scala quaranta. Io stessa sono rimasta sconcertata dalla reazione positiva che sono riuscita a tirar fuori. A volte bastavano un sorriso o un abbraccio per far sentire le persone più serene per qualche secondo che, dentro, sono un’enormità.

SPESSO, IN CARCERE, SI ORGANIZZANO CINEFORUM O ATTIVITÀ TEATRALI, SECONDO LEI POSSONO AIUTARE A CAMBIARE?

Queste attività vengono, giustamente, portate avanti in questi luoghi, secondo me, però, per San Vittore, che è un carcere circondariale, il che significa con un continuo andirivieni di detenuti che si fermano anche solo per dieci giorni, non possono dare ottimi risultati poiché prevale il tournover. Da quel che so pene lunghe non ce ne sono a San Vittore. A parte questa considerazione, i momenti di aggregazione sono stati fondamentali nel creare un’atmosfera più vivibile tra le persone più varie, anche perché all’interno il tempo non passa mai. È difficile farsi un’idea se non si sperimenta davvero cosa voglia dire stare due metri per due in quattro/cinque donne, dove le ore passano ancora più lentamente. Ogni occasione per uscire dalla cella faceva respirare già un pochino più di aria, pure per questa ragione mi iscrissi a tutti i corsi possibili, ritagliandomi spazio anche per quelle proposte che magari prima non facevo perché non c’era tempo.

COME DICEVA LEI PRIMA SI È RISUCCHIATI. NELLA NOSTRA SOCIETÀ SI È CREATA UN’ASPETTATIVA ALTA NEI CONFRONTI DELLA DONNA, LEI COME VIVEVA QUEST’APPROCCIO PRIMA DI QUEST’ESPERIENZA?

Le attese sono tante, è vero, ancor più nei confronti di una donna che ha certi obiettivi professionali. Ci sono sempre un po’ di pregiudizi. La mia vita lavorativa è partita nel 1983 e ho sempre dovuto affrontare queste situazioni perché l’uomo non voleva vedere nella donna una persona più capace di lui nello svolgere un mestiere. Io non ho mai guardato in base all’esser uomo o donna, stimavo se chi avevo di fronte era bravo nel fare quella professione. Non ho mai messo sgambetti a qualcuno per bloccarlo o per evitare che potesse bypassarmi e, invece, le gelosie sono all’ordine del giorno. Per andar avanti bisogna esser sicuri di se stessi e correre correre senza mai mollare. Condivido con voi un episodio: avevo circa trent’anni (Anni ’90) e in Montedison ero l’unica dirigente donna. Avevo circa trentadue-trentatré anni ed ero l’unica dirigente donna. L’azienda decise di far una spedizione in Libano per la questione dei rifiuti per cui l’amministratore delegato di allora chiese ai vari tecnici chi volesse andare. Tutti si rifiutarono per paura ora della guerra civile, ora di perdere la poltrona. Io, invece, impavida e con un pizzico di irresponsabilità, accettai. Ricordo ancora come l’ambasciatore mi squadrò, stupendosi di vedermi e a un tratto disse: «e dall’Italia, dopo tutti questi mesi, mandano lei. Oh mon Dieu» con le braccia e le mani al cielo. Posso dire che fu un battesimo di fuoco. Quando son rientrata, i colleghi manifestarono tutta la loro invidia, anche perché avevo acquisito ancora più prestigio e visibilità.

OGGI CHE DONNA SI SENTE DI ESSERE?

Ho virato quasi a 360° gradi, dedicando finalmente il tempo a me stessa, visto che prima vivevo completamente per il lavoro, non esisteva nient’altro. Cerco assolutamente di cogliere tutte le cose belle che mi circondano, dall’amico premuroso alla mostra. Sto continuando a fare qualche consulenza nel mio mondo lavorativo precedente e ancora insegno alla gente l’approccio al lavoro. La maggior parte dei ragazzi non sa come deve essere svolto il mestiere, l’università offre una conoscenza teorica, ma non un modus operandi.

Sposo anche delle Onlus, ma solo quelle che conosco direttamente. I ricavati dalle vendite del libro li ho devoluti in più occasioni proprio perché, come io ho trovato il bene nel male, così mi sorge spontaneo usare questa testimonianza scritta che ho voluto realizzare per fare del bene.

COSA VORREBBE CHE FOSSE COLTO DAL SUO LIBRO?

Ci terrei che arrivasse come questa storia mi abbia insegnato ad uscire a testa alta perché nella vita, quando si vuole, si può sempre ricominciare, nulla è perduto e tra impegno e pizzico di fortuna, ce la si fa. Mi auguro che questi messaggi possano giungere anche a tanti ragazzi.

 

Cesarina Ferruzzi | Red Carpet Magazine
Cesarina Ferruzzi | Red Carpet Magazine
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