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CLIZIA FORNASIER: L’ARTE DI UNA EQUILIBRISTA

La immagini plasmare con mani delicate e un’ attenzione materna un vaso di terracotta, che prende forma e colore grazie alle parole. La immagini prendersi cura di ogni piccolo particolare con maestria ed eleganza, vitalità ed energia. Clizia Fornasier è un’artista che assomiglia ad un’equilibrista coraggiosa e libera. La scrittura del suo romanzo ‘ è il suono delle onde che resta’, edito da Harper Collins, è un vero e proprio luogo che l’appartiene in maniera naturale. Quel luogo dove il lettore sa di poter tornare quando le cose non vanno. La storia di Caterina e Adele è una necessità di amore.

di Umberto Garibaldi

Benvenuta, Clizia. Il tuo primo romanzo “É il suono delle onde che resta” è uscito da pochissimi giorni. Come nasce questa storia? 

Questa storia nasce alla vigilia dei miei trent’anni, quando mi sono trovata a compiere delle scelte che, per la prima volta, mi hanno lasciata nella solitudine poichè non condivise da chi si ama e si crede sposerà qualunque nostra nuova direzione. Un’illusione che un giorno si infrange insieme a una stagione, quella della fanciullezza. E allora si diventa donne e ci si chiede come sarebbe stata la nostra vita se avessimo imboccato un’altra strada. È fermandomi a pensare a questo, nel silenzio di un dolore solitario che mi è comparsa davanti Caterina, una donna che come me ha fatto delle scelte che hanno condizionato la sua vita per sempre. Una proiezione, un passo in una direzione differente ed ecco come la nostra esistenza può mutare completamente.

Al centro di questa storia ci sono due figure femminili. Caterina, artista e donna e Adele, giovane ragazzina. Come hai costruito questi due personaggi e come li descriveresti? 

Caterina è una donna di quasi settant’anni, che si protegge con la distanza, con le mura di una casa isolata e spessa come una corazza. Ma Caterina è anche un vulcano di fantasia e desiderio creativo che non le concede riposo e la fa lavorare sulla materia per mettere al mondo creature multiformi. È un indizio più che evidente che sotto la scorza del corpo che ha lasciato avvizzire, vive una ragazza che non è invecchiata di un secondo ma che tace il suo fuoco con la maschera della strega burbera del paese. Caterina è un essere imbrigliato dal senso di colpa, dall’edera di un passato che nasconde e non rimargina.

Nelle primissime pagine, Caterina e Adele tagliano la legna. Ad un certo punto, Caterina si rivolge ad Adele, dicendole: “Ti faranno credere che queste non sono cose da donne, non dargli retta. Ora tocca a te.” Credo che questa frase sia l’inizio di un grande insegnamento che il libro vuole dare: la forza delle donne. Quanto é stato importante per te, descrivere questi due caratteri femminili? 

Lo è stato ma è stato casuale, è “successo” insieme a tante altre piccole e grandi cose in questo libro. Io sono una donna che non è mai stata trattata come la “principessa di casa” e questo non è per forza un male. Ho zappato la terra per coltivare un orto in campagna, tagliato erba e siepi, e non una volta per appendermi una coccarda. Ho ridipinto stanze e portato i miei bambini in tutti i viaggi caricandoli in braccio o nel marsupio, trascinando valige e borsoni. Ho un compagno molto generoso ma non sono la ragazza che attende che l’uomo paghi la cena. Preferisco collaborare, fare la mia parte. Ho grande rispetto di me ma non mi risparmio. Per questo credo di avere tutti i diritti di un uomo. Lo credo in modo talmente fermo da non pormi nemmeno la domanda. Quando incontro un’altra donna, la mia curiosità è più grande di quando incontro un uomo. Sono affascinata dalla bellezza muliebre, dalle potenzialità delle donne e collaborare con loro mi riempie di energia. Ho tante amiche e lo dico con il sorriso silenzioso di chi risponde a delle domande per iscritto. Alcune di queste amiche mi sono particolarmente care e scoprire i loro talenti mi emoziona. Caterina è un carattere molto articolato e nonostante un’apparente forza, è un fagotto di insicurezze e paure. Il tempo che trascorre e che crediamo ci deprezzi, la paura di risultare sbagliate agli occhi del mondo. Adele è la vita, testarda e pura, quella che si insinua nelle fenditure del legno delle porte chiuse. È la verità non filtrata, è la femmina nel suo istinto primitivo, senza i timori che impariamo crescendo. Che ci limitano crescendo.

Un grande tema di questo libro è il rapporto con il dolore. Cosa rappresenta per te, il dolore e cosa rappresenta per Caterina questo dolore che prova? 

È una domanda gigante. Il dolore è quel vuoto che ti cambia per sempre. Cambia il modo in cui senti un suono, che improvvisamente è intollerabile e allora tappi le orecchie con le mani. È quell’espressione contratta che muta il viso perché ci imprime sopra una ruga nuova, imprevista, è quella voragine che cerchi di evitare, camminandoci attorno con le vertigini alle ginocchia ma che poi capita che ci guardi dentro e allora le ginocchia cedono e te ne stai piegata, col corpo inerme e la testa piena di pianto. Per Caterina è lo stesso e lei crede di aver trovato la soluzione a quel dolore. Lanciarlo nel mare, come il ciondolo che ti ricorda un amore che non puoi amare più. Ma il mare prima o poi, con le sue onde, restituisce ogni cosa.

E l’amore come arriva all’interno di questa storia? 

Arriva come una goccia d’acqua. La prima goccia scuote, sulla pelle nuda. La seconda ci racconta da dove viene. La terza inizia a infastidirci. La quarta goccia e le seguenti dicono che non smetteranno di arrivarne delle altre e una goccia alla volta la pietra si scalfisce e la goccia può diventare cascata. Amore è un bambino cocciuto che possiamo trovare insopportabile, al principio ma l’amore disarma con la sua purezza e non appena ci arrendiamo un po’, amore c’è. Troppe metafore?

Cosa pensi di aver dato di te alla storia e ai personaggi? 

Chi mi conosce e ha già letto il libro, ha raccolto le briciole di Pollicino. Dettagli, giochi, cabale di numeri e parole, le piccole cose che osservo e che per i miei sensi sono preziose, le cose segrete che non direi.

Nella storia Caterina afferma: “L’arte è l’unica madre che ti sa accettare per come sei veramente”. Che significato ha per te l’Arte e in che modo evolve all’interno del libro questo concetto? 

Lo ribadisco, anch’io la penso così. L’arte è una madre che apre le braccia a chi di un’emozione fa qualcosa di più che un’energia avidamente trattenuta. L’arte ci spinge a donare le nostre emozioni al mondo, benedicendone l’eternità. Poco importa se un pittore le donne le vede frammentate in tanti tasselli, in tanti piccoli racconti. L’arte è cieca. Vede e sente e tocca solo con il suo onestissimo cuore. Non chiede perché e non aspetta altro che di stupirsi e emozionarsi. È una madre bambina che non ha dimenticato quanto è bello giocare. O forse è un padre. L’arte nel mio romanzo è coprotagonista, chiamata dagli eventi. L’arte è lo scudo di Caterina, è il figlio florido e vivace di Caterina. L’arte diventerà l’unico modo per Caterina per comunicare con Adele, per dimostrarle amore e cura.

La scrittura è un segno che da sempre ti contraddistingue. Lo leggo anche dai social, dal modo che hai di porti descrivendo la tua vita e le tue emozioni. In un’intervista hai dichiarato che la paura di scrivere non ti è mai venuta. É stata come una ferita da rimarginare, per poter star bene. Quanto conta per te la scrittura nella tua vita e nella tua arte? 

La scrittura è la forma che meglio mi permette di esprimermi, nonostante io sia una grande chiacchierona 🙂 Quando scrivo non tentenno, le dita corrono, sanno prima di me dove devono arrivare. Non esiste concetto o pensiero che non mi apra un’immagine, un collegamento visivo. Tutto ciò che scrivo esiste, per me. Con questo romanzo ho dato un luogo a una ferita. Sarò per sempre grata a questa storia perché è stata l’unica cosa che mi ha davvero aiutata a guarirla. Le parole mi sono sempre state amiche. I miei si ricordano di me bambina, a trascorrere pomeriggi a sfogliare il dizionario. Pensavo al nome di qualcuno che conoscevo, un parente, un compagno di classe. L’iniziale di quel nome diventava il capitolo del giorno. Silvia? Oggi scopriamo qualche parola nuova con la lettera “esse”. Ogni nuovo vocabolo un batticuore. Ora penserete alla Clizia di otto anni come a una piccola sciroccata!

Quale messaggio speri arrivi ai giovani lettori di questo romanzo? 

Questa storia è nata senza pensare a un pubblico giovane o meno giovane. Il sentire di giovani e meno giovani, a mio avviso, è il medesimo. Spero sia un viaggio che aiuti a non temere la solitudine perché alla fine siamo in tanti a provare dolori che crediamo esclusivi. Spero metta a fuoco ciò che conta davvero per essere felici, che ci ricordi che è sempre tempo per “riprendersi in mano”, che le piccole cose danno alla nostra esistenza un valore più ampio, che non esistono vite migliori delle altre, che nei cliché si rischia di soffocare, che da qualche parte nel mondo c’è un abbraccio solo per noi che saprà guarire ogni tristezza.

Chi è Clizia Fornasier, donna e artista, oggi? 

È una donna che se la cava, e a volte se la cava bene. È un’equilibrista, goffa perché è alta e con la sua altezza non riesce a far pace. Si sente piccola, bassina, non sa perché. Forse perché da una donna alta ci si aspetta sempre una dimostrazione concreta della forza che rappresenta. Per essere donna, madre e compagna, ha portato “l’arte” in casa, tra biberon e, abbracci e notti in bianco. Ogni istante di stasi si riempie di idee e di storie da scrivere. Clizia oggi mi piace più di ieri.

Quali sono le tue nuove consapevolezze, adesso?

Che le cose che mi raccontavano essere insormontabili, troppo difficili, in realtà sono possibili. Che c’è sempre tempo per ciò che conta per noi.

Crediti: HarperCollins Italia

 

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