Top

CRISTINA DONADIO – «Devo perdere me stessa per essere qualcos’altro»

Il personaggio di Scianel in “Gomorra – La serie” le ha dato la popolarità, ma Cristina Donadio è stata e continua ad essere una professionista di grande rigore, un’attrice completa e versatile che ha saputo interpretare con credibilità e potenza espressiva ruoli diversi a teatro, nel cinema e sul piccolo schermo. L’abbiamo intervistata nel corso del Busto Arsizio Film Festival 2019, dove le è stato conferito il Premio Speciale Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni.

di Francesco Del Grosso

 

Cinema, tv e teatro, dove ti senti più a tuo agio?
Credo che per un attore sia indifferente, a cambiare semmai è il linguaggio con il quale ti confronti di volta in volta. La mia essenza di attore resta la stessa, indipendentemente da dove mi esprimo. Per narrare una storia, che sia al cinema o al teatro, in tv o alla radio, devo essere quello che sto raccontando. Dopodiché, una volta che sono diventata qualcosa o qualcuno, è lo sguardo del pubblico su di me a mutare. Poi se mi chiedi dove mi trovo più a mio agio, allora ti rispondo in teatro, perché è lì che sono nata. Quando sono su un palco mi sento a casa. Dopo gli otto faticosi mesi di riprese di “Gomorra – La serie”, anche se esausta ho trovato il modo, il tempo e le forze di tornare a teatro per fare una performance. Quello è stato e continua ad essere come una risalita a galla dopo un’apnea. Per me il teatro è come l’aria.

Il peso della tradizione e la geolocalizzazione hanno per te costituito una gabbia?
Ho vissuto in maniera contraddittoria molte situazioni. Sono nata a Napoli da genitori non napoletani, quindi ho faticato all’inizio a farmi accettare. Ho dovuto convincere i miei concittadini che potevo recitare in dialetto. Negli anni Settanta vivevo a Posillipo, un quartiere che all’esterno veniva e viene visto ancora oggi come una zona alto-borghese. Mi sono quasi dovuta giustificare del fatto di essere un’attrice nata a Posillipo da una famiglia borghese che non parlava il dialetto. Una volta però che sono riuscita a frequentare la tradizione, facendo spettacoli con Nino Taranto o i fratelli Giuffré, ho anche capito quanto possa fare male perché molte volte a Napoli diventa una convenzione che alimenta lo stereotipo. Se invece la abbracciamo andando ad affondare negli archetipi, allora sarà una tradizione tradita che però ci porta lontani e ci rende universali.

A proposito di cliché, come hai trasformato la Scianel di “Gomorra” in un archetipo?
Sin da quando ho accettato di vestire i panni di Scianel e una volta fatto mio il suo mondo ho deciso di non considerarla nemmeno per un attimo una camorrista, perché sentivo che altrimenti sarebbe diventato un personaggio piccolo piccolo. Al contrario, l’ho sempre vista come una sorta di Clitemnestra o di Lady Macbeth, cioè gli archetipi del male. Costruirla su quelle basi l’ha resa una figura universale. La paura, infatti, era proprio quella che potesse cadere nello stereotipo perché si trattava di un personaggio fortemente a rischio, che aveva tutte le caratteristiche per apparire come un cliché. Per forgiare Scianel ho scavato nelle mie paure e nei miei demoni più profondi, ma per risultare credibile dovevo diventare un “autentico falso”. Fortunatamente ho avuto grande libertà nel plasmarla e per questo ringrazio il regista Stefano Sollima.

Come sei riuscita a non farti ingabbiare in quel tipo di personaggio?
Semplicemente pronunciando dei no tutte le volte che mi hanno proposto dei personaggi fotocopia. E dopo “Gomorra – La serie” di proposte in tal senso ne sono arrivate molte. Piuttosto ho accettato figure che potevano farmi esplorare nuovi mondi, dotati di sfumature e profili diversi. Penso ad esempio alla Giulia Guidi de “L’eroe”, una donna di potere che sta per perderlo e cerca in tutti i modi di proteggerlo. Le differenze e i dettagli sono per me fondamentali. Su quelli baso le mie scelte nell’interpretare o no un personaggio.

Come le esperienze da regista hanno cambiato il tuo modo di vivere il mestiere di attrice?
Quando vesti i panni del regista diventi anche un attore migliore, perché ti toglie quelle insicurezze e quelle fragilità che hanno tutte quelle persone che fanno il mio stesso mestiere. Avere avuto delle esperienze di regia, nelle quali ho anche diretto me stessa, mi sono servite a togliere qualche fragilità e a capire quanto alle volte i miei e i nostri in generale siano solo dei capricci inutili. Quando poi torni solo a recitare sei più pronta a metterti in ascolto dell’altro e togliere piuttosto che a mettere. Al contempo però bisogna fare attenzione cosa si va a eliminare, perché le fragilità e le insicurezze servono al regista per plasmare gli attori come si fa con la materia.

In quarant’anni di carriera alle spalle come è cambiato il tuo approccio alla recitazione?
Dagli attori che ho incontrato sulla mia strada all’inizio e che rappresentavano la tradizione teatrale, anche se inconsapevolmente, ho “rubato” quella che poi è stata la mia scuola di palcoscenico: gesti, sguardi, tonalità e colori di voce. Questo bagaglio però l’ho potuto mettere in pratica solo dopo dieci anni, quando ho raggiunto la consapevolezza, perché in principio il mio modo di recitare era totalmente superficiale. Mi limitavo a dire una battuta e a fare un personaggio, ma non lo vivevo. Sta tutto in un verbo: per me il fare un personaggio non significa nulla, bisogna essere ciò che si interpreta. Quindi devo perdere me stessa per essere qualcos’altro. Nei primi dieci anni della mia carriera non sono stata in grado di farlo e ho avuto bisogno di mettere tanto per capire che le sovrastrutture servono solo a non farti arrivare diritto all’obiettivo.

Credits Ufficio Stampa Busto Arsizio Film Festival: Lionella Bianca Fiorillo – Storyfinders

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi