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DACIA MARAINI – «Pinocchio? Una favola sulla paternità repressa»

La scrittrice firma insieme a Paolo Tartamella e Silvia Calamai una versione teatrale della celebre favola di Carlo Collodi. In libreria dal 1 febbraio.

di Elisabetta Bartucca

È stato il libro in assoluto più letto, venduto e tradotto al mondo, pioniere della letteratura per bambini, crocevia tra il romanzo di formazione e la favola.

Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi non è soltanto un testo: è il mito che negli anni ha nutrito l’immaginario collettivo con le metafore del naso lungo, del paese dei balocchi, del Gatto e la Volpe. Da qui parte “Tre sguardi su Pinocchio” (in libreria dal 1 febbraio per la Robin Edizioni), la riscrittura scenica di tre episodi dell’intramontabile racconto: Pinocchio alle prese con le monete da seppellire e turlupinato dal gatto e la volpe, Pinocchio accudito e preso in giro dalla fatina dai capelli azzurri, Pinocchio irretito nel Paese dei balocchi. Tre gli autori coinvolti, Dacia Maraini, Paolo Tartamella e Silvia Calamai, mentre a mettere in scena il testo in un teatro nel West Village di New York, è stato Vittorio Capotorto, direttore artistico del centro culturale Italytime e ideatore del progetto.

Perché Pinocchio? Per rispondere, Dacia Maraini, al centro dell’incontro di ieri con alcuni studenti alla Facoltà di Lettere e Filosofia de La Sapienza di Roma, fa un salto indietro nel tempo fino alla sua infanzia: «Nel campo di concentramento in Giappone dove sono stata da bambina, i libri non c’erano e per questo i miei genitori erano diventate persone-libro, li avevano cioè dovuti imparare a memoria. Mio padre mi parlava di Platone e Aristotele, mia madre mi raccontava le fiabe come Pinocchio, personaggio al quale mi sono affezionata perché mi sembrava pieno di significati a partire dall’immagine del naso che cresce dicendo bugie. L’idea che qualcosa nel nostro corpo si modifichi quando raccontiamo una bugia è straordinaria; la menzogna cambia il nostro rapporto con la realtà. Ma mi piaceva soprattutto vedere questa favola dalla parte di Geppetto, un vecchio falegname senza lavoro, in una zona poverissima dell’Italia; fabbrica bare, è brutto, porta un parrucchino per il freddo e vuole un figlio. Credo che questa idea sia una delle ragioni del successo del libro: nelle società occidentali il desiderio maschile di un figlio è stato censurato, cancellato come se fosse una vergogna e demandato al corpo della donna. Geppetto desidera talmente tanto un figlio da decidere di costruirselo, e il suo amore per lui sarà così forte da riuscire alla fine a compiere il miracolo di trasformarlo in un bambino in carne e ossa».

Secondo la Maraini la fiaba di Pinocchio dissotterra quel desiderio di paternità a lungo represso da una società patriarcale, a vantaggio di una maternità esaltata. Un libro al maschile, «che però – osserva – non contiene una condanna delle donne. Spesso i libri che esaltano la paternità demonizzano la maternità, qui invece non succede: l’unica figura femminile è la fata Turchina, che è morta. Non c’è nessuna volontà di castigare la madre, è come se fosse assente, ma è un’assenza benigna. Collodi non è mai misogino, vede la donna come qualcosa di sognato ed esterno, che aiuta Pinocchio quando ne avrà bisogno, ma lo fa da morta perché il centro di questo libro è il desiderio di paternità». Lo sguardo di Dacia Maraini sul Pinocchio di Collodi in questa versione teatrale passa dalla fatina dai capelli azzurri, perché «è l’unico personaggio femminile. È una figura curiosa, che salva Pinocchio quando è in pericolo, ma non è una madre: è una fata benigna, è qualcosa di più etereo e misterioso, è quasi uno spirito». Sono queste le contraddizioni che l’hanno incuriosita, insieme a una serie di interrogativi sulla misoginia nella letteratura occidentale: «È sempre stata misogina, perché lo è la cultura patriarcale. Con le dovute eccezioni come Ibsen, Fontaine, Tolstoj, Flaubert; e Giordano Bruno, uno dei pochi ad aver creduto nel laicismo e in grado di parlare di parità in un periodo in cui le donne erano considerate delle proprietà di famiglia, incapaci di intendere e di volere. Anche Collodi in un’epoca piena di misoginia, ha mostrato il desiderio di vedere nella donna una forma di spiritualità; non vuole mai denigrarla o renderla inferiore».

Un Pinocchio così non lo avevate mai visto.

 

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