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Mariani Red Carpet Magazine

DANIELE MARIANI «L’impresa eccezionale è essere normali» di Umberto Garibaldi

Intervista all’attore reduce dal successo della terza stagione di “Tutto può succedere” e, prossimamente, nel biopic di Riccardo Donna su Mia Martini.

di Umberto Garibaldi

È un giorno importante al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma quello in cui si consegnano i Diplomi. E questi sono esattamente il giorno e il luogo scelti per incontrare Daniele Mariani, che proprio qui si è formato nel corso triennale di recitazione 2014/2016 prima di affacciarsi in maniera continuativa nel difficile mondo dell’audiovisivo con il ruolo di Giovanni nella seconda e terza stagione di “Tutto può succedere”. Una coincidenza? Forse. Fatto sta che il cortile interno della storica scuola dedicata ai mestieri della Settima Arte si è prestato come cornice per l’intervista a un attore che in pochi anni ha già mostrato il suo indubbio talento, figlio di una straordinaria presenza scenica, di una grande naturalezza e di un’invidiabile versatilità. Ma conosciamolo meglio, andando ad approfondire il suo modo di concepire e vivere il mestiere dell’attore. 

   

Che importanza ha avuto per la tua formazione e cosa ti ha lasciato il corso di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma?

Mi ha lasciato davvero tanto. Del resto, passare molto tempo qui significa vivere solo di questo, spendere 8 ore al giorno fisso nella scuola e tornare poi a casa per proseguire lo studio, perché c’è sempre qualcosa da preparare per la mattina seguente. Durante il triennio conosci decine di professionisti che fanno questo mestiere su scala nazionale e internazionale, che contribuiscono alla tua formazione. È il luogo migliore per crearsi una spina dorsale. Non c’è un docente in particolare, perché da ciascuno ho preso qualcosa che ora utilizzo nella preparazione di un personaggio o di una scena. Questo perché sono tante le discipline che ho avuto la possibilità di approfondire nei tre anni di corso, dall’acrobatica allo studio della voce. Poi oltre a loro, hai anche la possibilità di conoscere i futuri professionisti, che è cosa ancora più importante a mio avviso. All’interno della scuola ho frequentato persone con le quali sono cresciuto artisticamente e che do per scontato rincontrerò tra qualche anno per delle collaborazioni.

Riavvolgiamo le lancette dell’orologio. Hai memoria di quando e come è scoccata la scintilla per la recitazione?

Forse il giorno in cui ho deciso concretamente di mettermi a studiare con il primo monologo preparato per affrontare l’esame di ammissione alla mia prima scuola di recitazione. Ma fondamentalmente è stata inconsciamente la fascinazione scaturita dalla visione di alcuni film da piccolo. Questo lo devo in primis ai miei fratelli, che da questo punto di vista mi hanno praticamente svezzato facendomi vedere a 8 anni pellicole che normalmente si fruiscono in età più avanzata. Senza alcun pudore mi hanno messo davanti alla televisione ad ammirare film d’autore e  straordinarie interpretazioni sullo schermo di un grande attore come Jack Nicholson.

“Tutto può succedere” ha avuto un ruolo determinante nel dare il via alla tua carriera. Ora che la terza e ultima stagione si è conclusa, ci tracci un bilancio?

Senza alcun dubbio è stata un’esperienza importantissima, anche perché è stata la prima davvero significativa della mia carriera. Sono stato scelto dopo una sessione di tre provini per il ruolo di Giovanni e inizialmente dovevo partecipare solo alla seconda stagione, poi a poche pose dal termine delle riprese mi hanno comunicato che avrei preso parte anche alla successiva. Quella è stata una grandissima soddisfazione. Nelle due stagioni alle quali ho preso parte, ossia la seconda e la terza, ho avuto la possibilità di crescere tantissimo grazie ai registi Lucio Pellegrini, Alessandro Casale e Fabio Mollo, al fianco di attori straordinari e sotto lo sguardo attento di una casa di produzione rinomata come la Cattleya. Non voglio fare paragoni con altre serie televisive, ma ritengo “Tutto può succedere” un prodotto intelligente, che riesce veramente a far sì che le persone si rispecchino in certe dinamiche familiari e non. Non c’è nulla di forzato e di scontato, tutto risulta vero e credibile. Si tratta di una fiction che ha nel proprio DNA il brio  e il ritmo veloce della commedia, che sa anche fare riflettere e affrontare temi delicati e situazioni complesse senza mai banalizzarle o spettacolarizzarle in maniera gratuita. Questi sono stati i suoi punti di forza, quelli che hanno permesso alla serie di entrare nei cuori degli spettatori nel corso degli anni della sua messa in onda.

Quanto e se, a tuo avviso, un ruolo come quello di Giovanni, in una fiction popolare come “Tutto può succedere”, può rischiare di ingabbiare una carriera, influenzandola e indirizzandola verso un dato personaggio o genere?

Rimanere ingabbiati in un personaggio non significa fare dieci stagioni di una serie. Se ne possono fare altrettante e nel corso degli anni prendere parte ad altri progetti così da fare nuove e sempre diverse esperienze lavorative, che consentono al diretto interessato di mostrare al pubblico e agli addetti ai lavori le proprie potenzialità e caratteristiche. In tal senso, conosco tanti colleghi che per anni hanno interpretato lo stesso ruolo e che grazie all’elasticità mentale sono riusciti a non farsi fagocitare, facendo in parallelo esperienze sempre diverse. Per quanto mi riguardo, nonostante Giovanni appartenga a una serie popolare, non penso sia quella tipologia di personaggio capace di influenzare il pubblico, tanto da far sì che in futuro io possa essere riconosciuto e identificato solo per averne vestito i panni. Ma anche se avessi interpretato la parte per dieci stagioni, il mio dovere di attore sarebbe stato quello di non fare vedere Giovanni negli altri ruoli. In generale, ritengo che la “gabbia” sia una condizione soggettiva dell’attore, che dipende da quanto quest’ultimo sia disposto o no a cambiare e a sperimentare con personaggi e progetti diversi l’uno dall’altro.

In questi anni hai avuto la possibilità di misurarti con le diverse espressioni dell’arte della recitazione, ma dove ti senti veramente a tuo agio?

Indipendentemente se cinema, tv o teatro, dal luogo dove andranno in scena e dalla fruizione che avranno, mi sento a mio agio laddove ci sono persone che hanno chiaramente in testa ciò che vogliono raccontare. Persone che non hanno stereotipi e schemi predefiniti a guidarli nel processo creativo, che non impongono a se stessi e non si lasciano imporre da altri alcun paletto. Quindi laddove c’è un confronto a 360° e si decide insieme quale strada intraprendere, laddove incontro professionisti che hanno la mia stessa voglia e fame, lì mi trovo bene.

Come scegli i progetti ai quali prendere parte? Quali sono e se esistono dei criteri che guidano tali scelte?

Il criterio di base è semplicemente il mio gusto personale. Da quando ho iniziato a studiare recitazione ho visto tanto e questo mi ha portato ad accrescere un gusto personale molto forte, chiaro e netto. Cerco in linea di massima di non farmi influenzare nelle scelte dalla provenienza del progetto, ma dal progetto in sé. Dopo la lettura di un testo riesco a capire che direzione vuole e può prendere, compreso lo stile che potrebbe essere utilizzato per trasporlo. Ho la presunzione di dire che grazie al mio immaginario sono in grado di ricreare nella testa la bozza di quello che potrebbe essere il prodotto finale. Sinceramente preferisco fare altro, piuttosto che trovarmi a recitare in progetti in cui non credo e che rischiano di non farmi tornare a casa contento di quello che ho fatto sul set o sulle tavole di un palcoscenico.

Che cos’è per te la recitazione e che valore ha l’espressione artistica in generale nella società odierna?

La recitazione è una cosa per la quale ho una considerazione altissima, perché chiunque decida di percorre la sua strada, me compreso, è testimone di qualcosa di davvero grande e importante, indipendentemente da dove questa viene praticata. Commedia e dramma, per me non fa alcuna differenza. Mentre per l’espressione artistica in generale, ritengo che la gente, o almeno chi dovrebbe alimentarla, non riesce a rendersi conto di quanto sia fondamentale, poiché è sempre e costantemente tra di noi. L’Arte nelle sue manifestazioni crea interazioni sociali e momenti di condivisione tra le persone. È un elemento aggregativo e di crescita imprescindibile, che può anche creare profitti. Spesso, però, viene messa da parte, poiché c’è gente che pensa erroneamente che non possa creare un ritorno economico e di conseguenza decide di puntare su altro.

Cosa ti caratterizza tanto da spingere i registi a puntare su di te?

Ho sicuramente delle ricchezze che altri non hanno e non ho quelle ricchezze che altri invece hanno. Ho le mie individualità che in alcuni progetti determinano e hanno determinato le mie vittorie, e in certi casi anche le mie sconfitte. Ma anche quest’ultime sono utilissime a capire dove si è sbagliato, a limare gli atteggiamenti errati, per migliorare e non replicarli successivamente. Ad esempio, la naturalezza e la capacità di arrivare a un livello alto di verosimiglianza rispetto a ciò che sono stato chiamato a interpretare, che sono caratteristiche che gli addetti ai lavori tendono ad attribuirmi, penso che siano tra gli obiettivi che io, e in generale chi fa il mio stesso mestiere, dovrebbe perseguire e raggiungere. A tal proposito c’è una frase di una canzone di Lucio Dalla dal titolo “Disperato Erotico Stomp” che è per me un riferimento: «l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normali». La prima missione che un attore deve adempiere è proprio quella di risultare vero e credibile, anche quando si trova per esigenze di copione a oltrepassare la soglia del surreale e dell’inverosimile.

Dove ti vedremo nei prossimi mesi?

Nell’immediato in un paio di cortometraggi di registi dei quali presto si sentirà parlare, poiché li ritengo dei grandissimi talenti. Nel primo, dal titolo “Storia triste di un pugile scemo”, che è stato selezionato in concorso in una sezione parallela della Mostra del Cinema di Venezia [Love GAI – Giovani Autori Italiani], per la regia di Paolo Strippoli, con il quale ho già collaborato altre volte, interpreto il ruolo di un allenatore di boxe. Il secondo è “L’alleato”, un saggio di diploma del Centro Sperimentale diretto da Elio Di Pace, che racconta lo sbarco dei marines in Sicilia durante la fine della Seconda Guerra Mondiale. E lì interpreto Robert Capa, il più grande fotografo di guerra della storia. Al cinema, invece, sarò nel cast de “La partita” di Francesco Carnesecchi, del quale esiste già un cortometraggio che ha girato moltissimo nel circuito festivaliero ed ora è diventato un lungometraggio, in uscita entro la fine del 2018. E infine, a febbraio 2019 mi vedrete su Rai Uno nel film “Io sono Mia”, dove vesto i panni di un personaggio di un personaggio ispirato a un qualcuno realmente esistito.

Credits Ufficio Stampa Daniele Mariani: Service Cast Artistico – CSC

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