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DOUGLAS TRUMBULL

«Volevo stupirvi con effetti speciali»

Il due volte Premio Oscar Douglas Trumbull è uno dei precursori dei moderni effetti speciali. Tutti almeno una volta abbiamo visto una sequenza Trumbull in “2001: Odissea nello spazio”, “Blade Runner” o in “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Regista di due pellicole dal titolo “Silent Running” e “Brainstorm” che hanno lasciato il segno nel cinema di fantascienza, continua ancora oggi nella sua ricerca innovativa e sogna un cinema che riesca a portare lo spettatore all’interno del film. Lo abbiamo incontrato e intervistato nel corso del 18° Trieste Science + Fiction Festival, laddove ha ricevuto il prestigioso Premio Urania d’Argento alla carriera.

di Francesco Del Grosso

Dove e quando nasce la sua carriera?

Ero un giovane artista appassionato di fantascienza e nel mio portfolio all’epoca c’erano macchine volanti e astronavi con le quali ho poi ottenuto un ingaggio per la Graphic Films a Los Angeles, che si occupava di film a carattere e tematica spaziale per la NASA. Uno di questi è “To the Moon and Beyond” di Con Pederson, realizzato per la fiera di New York del 1963 proprio in occasione del lancio del programma delle missioni Apollo. Stanley Kubrick lo vide e scritturò lo Studio e di conseguenza anche me per lavorare agli effetti speciali di “2001: Odissea nello spazio”. Quello fu il punto di partenza della mia carriera cinematografica.

Quanto è stato difficile lavorare con un perfezionista come Stanley Kubrick?

In realtà è stato più facile del previsto anche se Kubrick era un regista esigente e molto attento alla qualità del prodotto. Un professionista che sapeva esattamente cosa e come lo voleva. Per me, la sua, è stata una grande lezione per quello che sarebbe stato poi il mio lavoro futuro, tanto nel campo degli effetti speciali quanto in quello di regista. Rispetto alle leggende che giravano sul suo conto che lo disegnavano come un uomo antisociale che amava stare distante da tutto e da tutti, non sono per nulla vere perché nella quotidianità era una persona amichevole che affrontava il lavoro in una dimensione familiare. Ciò che lo ha allontanato dagli Stati Uniti e dalle sirene di Hollywood, spingendolo a restare in Inghilterra, è stato proprio il bisogno di lavorare con un team fidato e in maniera raccolta, mantenendo una certa indipendenza creativa nella fase di sviluppo.

E lei come è riuscito a preservare la sua indipendenza creativa? È Hollywood che è allergica a lei o è lei che è allergica a Hollywood?

L’allergia è reciproca [sorride]. A Hollywood c’è sempre qualcuno che guarda quello che fai e ti chiede costantemente di relazionare sul tuo operato. Quindi la soluzione migliore è tenersi alla giusta distanza. Io, infatti, ho deciso di ubicare il mio laboratorio in campagna, lontano da tutti e da tutto. Il che mi ha dato una grandissima libertà e una fluidità di pensiero che non vengono interrotte da quel bombardamento costante che arriva tanto dalle Major che ti controllano quanto da quelli che sono gli standard imposti da Hollywood. Sostanzialmente è un processo inerziale: se una cosa ha funzionato ti chiedono di rifarla. Che poi è quello che sta accadendo con i cosiddetti cine-comics o con i sequel, che in fin dei conti non sono altro che dei generatori economici.

Proprio recentemente è stato realizzato il sequel di “Blade Runner”, film al quale ha contribuito all’epoca con gli effetti speciali. Qual è il suo pensiero a riguardo?

In linea generale non mi piacciono perché quando un film raggiunge lo status di classico del cinema deve rimanere tale, senza che nessuno lo vada ad intaccare realizzando un sequel. Nello specifico ho apprezzato molto il lavoro che Denis Villeneuve ha fatto in “Blade Runner 2049” soprattutto da un punto di vista visivo, poiché non era facile rapportarsi con una pellicola importante come quella diretta da Ridley Scott nel 1982. Ma il problema di queste operazioni è che in un modo o nell’altro sembrano sempre derivative. La questione principale è quanto possiamo spingerci oltre per riuscire a fare meglio, o quantomeno ad eguagliare quello che è già stato fatto.

Con quale aggettivo definiresti il processo di creazione degli effetti speciali?

È magico, ma allo stesso tempo è un processo metodico che non si percepisce guardando il film finito perché non se ne conosce il dietro le quinte. Il design è il frutto di un lavoro di creazione lunghissimo che coinvolge molti settori della produzione. Credo che “2001: Odissea nello spazio” rappresenti un esempio perfetto di un film realizzato da una serie di persone di grande talento, ma anche di un’opera che ha alle sue spalle una forte spinta alla sperimentazione, capace di approdare a traguardi mai raggiunti prima. Kubrick aveva questa propensione alla scoperta, fattore che non era – e non lo è tuttora – comune nell’industria cinematografica dove nessuno vuole prendersi dei rischi per rimanere nei tempi e nel budget. Lui diceva: «se fino ad oggi le cose sono state fatte in un certo modo, io le voglio fare in un altro modo. Se c’è un diritto, io voglio scoprire il rovescio».

E qual è stata l’esigenza che ha portato lei a diventare anche un regista?

Sostanzialmente la possibilità di avere il controllo su tutto, che per una persona estremamente creativa come il sottoscritto rappresenta una vera e propria esigenza. Un’esigenza che ho imparato a soddisfare lavorando al fianco di grandi registi come Ridley Scott, Steven Spielberg e ovviamente Stanley Kubrick. Piuttosto che avere il controllo soltanto di un aspetto, che era quello degli effetti speciali, preferivo averlo totale. Per questo ho deciso di passare alla regia allo scopo di realizzare film che fossero in primis delle esperienze immersive. Spero si esserci riuscito.

A proposito di esperienza immersiva, qual è il suo punto di vista riguardo la realtà virtuale?

La realtà virtuale è un concetto molto interessante perché è in grado di estendere i confini dell’esperienza filmica, lavorando sulle nostre percezioni a 360°. Dall’altra parte non mi piace indossare un Oculus Rift [visore per la realtà virtuale da posizionare sul viso] e fruire singolarmente di un film perché ritengo la Settima Arte un rito collettivo che vada consumato sullo schermo di una sala cinematografica. Penso che se un regista vuole veicolare delle emozioni deve avere il controllo totale di quello che fa. La V.R. invece va a distruggere quella che è la sua abilità di influenzare lo spettatore. Mi è capitato di vedere dei buoni prodotti audiovisivi realizzati con questa tecnologia e sono ottimista sui futuri sviluppi, ma al momento ciò che è presente sul mercato è lontano dalla mia idea di esperienza immersiva, che non deve essere individuale ma plurima.

C’è un regista italiano con il quale avresti voluto collaborare?

Avrei dovuto lavorare con Michelangelo Antonioni a “Zabriskie Point”, ma per svariati motivi che non sto qui a rammentare la collaborazione purtroppo non andò a buon fine con mio grandissimo dispiacere, poiché lo ritenevo un regista straordinario dalle idee molto chiare. Lui aveva in mente una sequenza che ritraeva la distruzione di Hollywood e avevo iniziato già a lavorarci, ma la cosa poi non andò in porto perché Antonioni non ebbe la pazienza di aspettare la realizzazione di un processo che andava seguito passo dopo passo, richiedendo tempi molto lunghi. Fui licenziato in corsa da quel set, ma la sequenza delle esplosioni poi ho avuto modo di riproporla in “Blade Runner” dodici anni dopo.

Credits: Ufficio Stampa Trieste Science + Fiction Festival: Ilaria Di Milla e Deborah Macchiavelli.

 

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