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ELENA SOFIA RICCI

Elena Sofia Ricci è una fuoriclasse del mondo della settima arte, un’eccellenza del panorama italiano. Attrice intensa, raffinata e carismatica, ha fatto di una pulsante passione per la sperimentazione la sua inconfondibile cifra stilistica. Vincitrice quest’anno del David di Donatello e del Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista per il film Loro di Paolo Sorrentino e del Premio Flaiano come miglior attrice teatrale della stagione per Vetri Rotti di Arthur Miller, diretta da Armando Pugliese.

di Umberto Garibaldi e Maria Rita Marigliani

Quasi 40 anni di vita passati sui set, come è cambiata lei in questi anni e com’è cambiata la sua recitazione?
Che ci piaccia o no, gli anni passano e inevitabilmente sono cambiata. Per certi aspetti mi preferisco adesso, sebbene a tratti mi riconosca molto nel personaggio interpretato da Antonio Banderas nel bellissimo film Dolor y Gloria di Almodovar, non ho certo più il corpo di una ragazza. La passione per il mio il lavoro però è rimasta immutata nel tempo e dal punto di vista creativo mi sento ancora come quando avevo trent’anni. Per ciò che riguarda la mia recitazione ho cercato di studiare il più possibile in questi anni mantenendo sempre il mio desiderio di alzare continuamente l’asticella. Soprattutto in teatro cerco di confrontarmi con i grandi classici che inevitabilmente impongono un confronto continuo con l’autore. Sono una perfezionista e per questo lavoro molto sull’approfondimento e sull’indagine dell’animo dei personaggi che interpreto, che siano di fantasia o che siano reali come è successo per Francesca Morvillo e Veronica Lario. Faccio di tutto per cercare di “interpretare” un personaggio e non di “recitarlo”. Credo che ci sia una profonda differenza.

C’è un ruolo che le manca e che vorrebbe fare?
Sono tanti i ruoli che mi piacerebbe interpretare e che sento mancare all’appello. Qualcuno è già nei miei progetti, altri devono arrivare. Voglio sentirmi sempre una ragazza che ha ancora molto da dire.

Nel suo lavoro, c’è qualcosa che la spaventa?
Non credo che mi spaventi invecchiare: quando ero giovane, non vedevo l’ora di diventare più grande per interpretare quei ruoli maturi che mi permettessero di portare in scena una donna con maggiore esperienza e tanta vita vissuta, così da poter andare più in profondità. Da quando ho debuttato nel 1980 a oggi, mi sono sicuramente arricchita di tante esperienze che mi consentono di portare in scena più emozioni simultaneamente. Ciò che mi spaventa invece è la malattia, una malattia che potrebbe non permettermi più di fare il mio mestiere. Sono innamorata del mio lavoro e per me sarebbe un dolore immenso rinunciarvi. Io mi esprimo anche attraverso di esso. Ovviamente la paura che le relazioni possano essere compromesse da una malattia, mi spaventa anche ris-petto alla mia famiglia. Vorrei morire in palcoscenico come Molière. Lavorare per me è come respirare. È da quando sono bambina che mi esibisco, anche semplicemente nel salotto di casa. É la mia vita.
La recitazione è un modo per fuggire dalla realtà?
La recitazione, per me è un modo per approfondire la realtà, per fare un viaggio all’interno dell’inferno dantesco, dell’animo umano. In quell’inferno c’è sempre qualcosa che riguarda tutti noi. Ci possiamo riconoscere in personaggi come l’Ignota di Pirandello, nelle donne di Tennessee Williams, nella Zia di Mine Vaganti, in Suor Angela di Che Dio ci aiuti, in Lucia dei Cesaroni… C’è sempre qualcosa di universale nella quale tutti possiamo riconoscerci. Fare l’attrice è un po’ il mio modo per andare ad indagare quella realtà interiore che altrimenti non riusciremmo a vedere.

Siamo costantemente alla ricerca del successo e abbiamo paura degli errori e dei fallimenti. Nella sua vita come si è rapportata ai successi e come agli errori?
Da quando ho iniziato la mia carriera, sono stata molto fortunata. Ho sempre lavorato e ho avuto tanti riconoscimenti. Noi attori siamo esseri fragili. Mi piace ricordare il mio amico Ennio Fantastichini che un giorno mi disse: “noi artisti, siamo tutti accomunati da un tratto comune… la fame d’amore”. Abbiamo bisogno dell’applauso del pubblico: per noi è un abbraccio, una carezza, un modo per colmare una voragine affettiva che ci portiamo dentro. Da ragazza, se non piacevo anche solo ad una persona, io soffrivo. Poi con il tempo, con l’analisi, ho imparato che non dobbiamo piacere per forza a tutti. Ho smesso di cercare il consenso generale, mi sono rilassata e ovviamente ora le cose vanno molto meglio! Da mamma invece, con le mie figlie cerco di lavorare sulla capacità di superare e gestire le frustrazioni. Oggi i ragazzi fanno fatica ad accettarle ed è nostro compito aiutarli a rafforzarsi da questo punto di vista. Quando io ero ragazza, c’era tutto da costruire, c’era molta più speranza nel futuro. I giovani, oggi, invece vivono in un mondo dove non c’è quasi spazio, dove si può costruire poco perché tutto è già stato costruito. È difficile trovare un lavoro, ma anche individuare una passione per poter vivere di quella. I nostri ragazzi sono demotivati. Tendono ad essere abituati a volere tutto e subito, senza impegno e fatica. È difficile far capire ai nostri figli che i no sono importanti, che bisogna imparare ad accettarli. Il futuro che li aspetta è pieno di porte in faccia, anche noi le abbiamo ricevute e abbiamo il dovere di insegnare loro a reagire a tutto questo e a non farsi abbattere.

Ora con i social network il riscontro con il pubblico è immediato. Com’è il suo rapporto con internet?
Sono negata con i social, ma per fortuna ho chi se ne occupa e mi fa vedere tutto. Mi sorprende l’affetto e l’amore dei fan. È raro che io legga commenti negativi sul mio conto. Ma il mondo di internet è un mondo vastissimo, si trova di tutto. Ho molta stima di chi è riuscito attraverso i social network a costruirsi un “nuovo” mestiere. A volte però il modello di riferimento rischia di essere troppo alto, perfetto. Non tutti i ragazzi possono arrivare a tanto. Mi piacerebbe che ai giovani venissero presentati modelli alternativi… ragazzi normali che facciano qualcosa di interessante. Sarebbe bello attraverso i social far conoscere la musica anche quella del passato, la poesia, la letteratura, sarebbe bello uno stimolo a lavorare di più sull’essenza della vita e meno sull’apparenza.
Se avesse la possibilità di cambiare il passato, c’è qualcosa che non rifarebbe?
Probabilmente c’è qualcosa che non rifarei, ma non voglio perdere tempo a concentrarmi cercando di capire cosa. Sono il risultato di tutto quello che ho vissuto e ho fatto. Non sarei la persona che sono senza tutto il mio passato, anche negli aspetti negativi. Le esperienze dolorose che ho avuto nella vita hanno fatto sì che io diventassi la donna di oggi e la donna che sono oggi mi è simpatica, non mi dispiace. (ride ndr).

Ha interpretato tantissimi ruoli, quale criterio usa per accettare una parte?
Quando leggo un copione, un testo teatrale, una sceneggiatura, io devo capire il personaggio che ho davanti. Devo visualizzare quella donna, come si muove, cosa pensa, cosa sente. Devo avere quella donna davanti agli occhi per metterne a fuoco sia il corpo che l’anima, altrimenti non sono in grado di interpretarla. Devo innamorarmi di lei. Sì, direi che c’è un rapporto d’amore con i personaggi che interpreto.
Lei è una delle pochissime attrici che ha successo sia in televisione che al cinema, recitando in fiction diventate cult, senza mai rinunciare al suo primo grande amore: il teatro. È stato abbattuto il “muro di Berlino” che divideva gli attori di cinema da quelli del teatro e da quelli televisivi?
Guardi quest’anno non mi aspettavo proprio di vincere il David, mi sembrava già un miracolo essere stata candidata. Facevo una certa fatica a immaginare che l’Academy del cinema italiano potesse votare me, mentre in tv imperversava la mia suora con ascolti record. E invece è successo. Il David per me è stato un po’ un premio per tutti gli attori che possono finalmente sentirsi liberi di passare dal cinema, al teatro, alla tv senza farsi troppi problemi. Io ho sempre lottato per essere libera di fare ciò che mi piaceva. Mi sono sempre sporcata le mani, il lavoro è nobile. Se lavori onestamente poi, il lavoro è sacro. Ho imparato tantissimo da tutto quello che ho fatto. Ho portato la mia esperienza teatrale, al cinema e in tv. Ho portato la mia esperienza cinematografica e televisiva in teatro. Mi sono nutrita di tutto! Siamo sinceri, se qualcuno di noi oggi riesce a riempire i teatri, è anche grazie alla televisione e ai suoi telespettatori.
Ha colpito molto la dedica che ha fatto ai David. Il suo premio lo ha dedicato alle sue figlie e ai giovani: “scoprite la vostra passione e cercate di farla coincidere con il vostro mestiere”!
Io sono stata fortunata. Ho iniziato danza quando ero piccola e grazie alla danza, alla musica, alla pittura che sono diventate le mie compagne di vita, sono cresciuta innamorandomi dell’arte. Forse la scuola e le famiglie potrebbero lavorare di più sulla proposta artistica e culturale da fare ai ragazzi. Anche noi attori, musicisti, danzatori, pittori, sportivi, scienziati… potremmo metterci al servizio delle scuole per creare uno spazio che aiuti i ragazzi ad individuare una passione. Penso inoltre che bisognerebbe lavorare di più sull’intelligenza emotiva, perché entrando in contatto con la parte più profonda di sé, sarà più facile trovare la propria inclinazione.

In questo momento è sul set di “Vivi e lascia vivere” di Pappi Corsicato. Ci può anticipare qualcosa del suo personaggio?
Le persone dovranno aspettarsi una serie originale, nuova, ricca di suspence. Il mio personaggio, Laura, è una donna diversa da tutte quelle che ho interpretato fino ad ora. Ognuna di noi si potrà riconoscere in lei. “Vivi e lascia vivere” è una serie che racchiude tanti generi, è un family, ma anche a tratti un mistery, un thriller…

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Probabilmente girerò un nuovo film per la tv. Sono scaramantica… ve ne parlerò nei prossimi mesi. Da febbraio, ritornerò con il bel progetto teatrale: “Vetri Rotti”. Miller scrisse questo testo nel 1994, da ottantenne, retrodatandolo, al 1938 quando era ancora un ragazzo, uno di quelli che non si rendeva conto di ciò che stava accadendo in Europa ed era stato superficiale nel considerare la sua condizione di ebreo. Questa pièce meravigliosa, Miller probabilmente l’ha scritta per fare i conti con il suo passato. Nel testo Miller dice: “ma perché ci preoccupiamo tanto di quello che succede in Europa, in Germania… c’è l’Oceano di mezzo!”. Nel 1994, nei Balcani, si stavano consumando le guerre jugoslave e c’era un mare di mezzo. Oggi un mare ci separa dalla Siria, dall’Africa. Insomma, c’è sempre un mare che ci divide da qualche tragedia che si sta consumando altrove, che non ci riguarda. Ma non è così. Riguarda tutti. Le nostre coscienze politiche, umane ed individuali. Miller con i suoi Vetri Rotti ci getta nel mare degli interrogativi, a fare i conti con le nostre coscienze. Ma ci parla anche dei vetri rotti dentro ciascuno di noi, nel privato, nella coppia e nel sé più profondo. Sono tanti i livelli di lettura. Sylvia Gellburg, il mio personaggio, è improvvisamente paralizzata e la sua paralisi non è solo fisica. È la paralisi di chi è reso impotente dalla paura.

 

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