Top
Elio | Red Carpet Magazine

ELIO

“Provo a fare il mio instillando l’amore per la cultura”

Intervista all’artista, in tournée con “Spamalot – Il Musical” e, dal 6 al 10 febbraio, in gara con le Storie Tese alla 68esima edizione del Festival di Sanremo

di Maria Lucia Tangorra

Tutti noi lo conosciamo tramite pseudonimo – il suo nome di battesimo è Stefano Belisari – e per il suo voler essere controcorrente, non per partito preso, ma per indole e con cognizione di causa, inseguendo la qualità. Elio è un artista di grande cultura, capace di comunicare e far amare l’opera lirica; gli piace spaziare dalla musica al teatro, senza dimenticare il piccolo schermo e tutto a modo suo.

Abbiamo avuto occasione di intervistarlo al Teatro Nuovo di Milano mentre era in scena con una vera e propria avventura: “Spamalot – Il Musical” tratto da “Monty Python e il Sacro Graal” film-cult del ’75 del grande gruppo comico. Qualora dovesse arrivare nella vostra città o in prossimità, lo potrete ammirare nei panni di un divertente Re Artù; ma non è finita qui, dal 6 al 10 febbraio sarà sul palco dell’Ariston con le Storie Tese per il loro quarto Festival di Sanremo – immaginiamo che potrebbe essere l’ultimo insieme visto che si apprestano al “tour d’addio”. La parola all’artista.

I Monty Python (gruppo comico britannico, attivo principalmente dal 1969 al 1983, costituito da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, nda) purtroppo, pur essendo popolari, non sono molto conosciuti tra le nuove generazioni. Secondo lei, potete fungere da veicolo per le nuove generazioni?

Io e Rocco Tanica, con la collaborazione fondamentale di Lorenzo Vitali del Teatro Nuovo (produttore dello spettacolo, nda), del regista Claudio Insegno e di tutti gli attori, avevamo tra gli obiettivi proprio quello di portarli all’attenzione di chi magari ancora non li conoscesse. Io, Rocco e tutti i componenti del gruppo li frequentiamo (lo dice nell’accezione metaforica, nda) da tempo, ci hanno influenzato parecchio e misteriosamente non sono tanto noti in Italia, la trovo un’ingiustizia, anche perché tanti comici invece – soprattutto inglesi – si sono formati sul loro modo di far commedia. A questo si è aggiunta la sfida di rappresentarli proprio perché non eran mai stati messi in scena nel nostro Paese, certo avevamo la consapevolezza che bisognava far nel modo giusto l’adattamento, rendendolo fruibile al pubblico e mantenendo parallelamente la fedeltà all’originale.

La traduzione italiana del lungometraggio, ad esempio, non è riuscita, è stata realizzata nello stile dei film anni Settanta per cui a ogni personaggio corrispondeva un dialetto, le battute sono state cambiate rispetto all’originale e il risultato finale, per chi non conosce i Monty Python, è un “ammasso di scemi” che pongono in campo un umorismo che non c’entra nulla con loro e che a me non fa tanto ridere. Ahimè c’è questa convinzione che il pubblico italiano non sia predisposto per l’umorismo cosiddetto inglese, invece tantissime persone sono prontissime e lo colgono.

Perché bisogna cambiare le cose per accontentare un certo tipo di spettatore, scontentandone un altro? E immagino che non sarebbero felici neanche i Monty Python se sapessero che all’estero mutano i testi trasformandoli in qualcosa di non conforme.

Dal suo sguardo interno, come si possono vincere le remore di una produzione nel realizzare un musical non classico com’è “Spamalot” rispetto a titoli più noti (vedi “Grease” o “Flashdance”)?

Ci vuole un produttore propenso a rischiare, non si può pretendere che tutti ragionino in questo modo. Ormai è un modus operandi che ho metabolizzato da anni, noi come le Storie Tese abbiamo sempre voluto esprimere idee nuove, però assistiamo anche a tutti gli altri che fanno ininterrottamente le stesse proposte e magari hanno anche molto più successo di noi; però è un approccio che trovo meno entusiasmante.

Questo musical ci preoccupava come esito, dalla nostra avevamo tantissima voglia di dar il massimo e siamo stati felici nel constatare come sia spettatori che critici accogliessero bene questo tentativo – le recensioni sono tutte positive e non mi era mai accaduto nella vita.

Indubbiamente un impresario che deve investire una somma ingente, tende a non correre pericoli e preferisce andar sul sicuro optando per titoli affermati, dove si ha una quasi certezza che la gente si recherà a teatro. Certo mi amareggia un mondo così noioso, in cui si ripetono sempre le stesse cose e non mi riferisco solo all’ambito teatrale o musicale.

Dovrebbero essere i più giovani a mettersi in gioco in tal senso, invece i ventenni di oggi sono più vecchi dei settantenni. Chi ha quel desiderio di “spaccare il mondo” si prende anche una certa dose di rischio. Bisogna osare, non si può stare fermi e continuare a vivere di rendita rispetto al passato.

Lei ha esordito come attore, tra l’altro, con “L’opera da tre soldi” di Brecht e KURT WEILL…

Sì, è stata un’esperienza inizialmente traumatica perché non avevo capito bene che dovessi pure recitare, me ne son accorto leggendo il copione. Ho impersonato Mackie Messer. Ero stato scelto da Berio – il direttore dell’Accademia di Santa Cecilia all’epoca (era il 2000, nda) – e sapere di averlo lasciato di stucco mi caricava di ulteriore responsabilità [lo dice costruttivamente e si avverte l’affetto con cui ricorda quel momento professionale] e devo dire che ci aveva preso perché talmente non sono attore che andavo bene per interpretare quel genere di personaggio.

Quando Brecht parla dello straniamento si riferisce a questo, non si entra completamente nel personaggio, ma si resta sempre a metà e io ce la facevo tranquillamente. Nell’allestimento era previsto anche il canto e lì mi sentivo a mio agio. Posso dire che è stato il mio battesimo di fuoco in una situazione di altissimo livello con artisti come Maddalena Crippa (Polly Peachum/Jenny), Peppe Barra (Mr.Peachum) e Athina Cenci (Mrs Peachum).

L’esecuzione musicale dell’allestimento era affidata, inoltre, all’Ensemble Modern, diretto da Heinz Karl Gruber, potremmo dire il massimo nel mondo brechtiano.

Cosa cerca nello spettacolo dal vivo rispetto a quello televisivo?

Quello televisivo, nella mia visione, non ha altra funzione che l’intrattenimento. Ormai da anni, dall’introduzione dell’auditel, si rincorre la quantità e non la qualità; prima, quando esisteva solo la Rai, si dava priorità alla seconda, c’erano persone che, forti del proprio bagaglio culturale, ragionando e senza l’incubo degli ascolti, creavano dei programmi a cui, ancora oggi, guardiamo con ammirazione. Il teatro sicuramente ti fa parlare a meno spettatori, però è un altro livello – e lungi da me fare discorsi impostati. Sul palco, ciò che vuoi comunicare arriva con una potenza maggiore e in più c’è un’altra emozione, puoi valutare la reazione del pubblico istantaneamente.

Quale ricordo ha delle esperienze sanremesi?

Sono sempre stato un grande ammiratore del Festival di Sanremo, nel bene e nel male. Soprattutto fino a una ventina d’anni fa l’Italia si fermava – non che adesso non accada – ora ci sono delle alternative. A quel tempo era l’evento musicale dell’anno, ricordo ancora quando a otto-nove anni, per la prima volta, ebbi modo di ascoltare Lucio Battisti e mi abbagliò subito; sicuramente ho visto anche performance che non ho apprezzato. [Sorridendo racconta] alla fine degli anni Settanta i cantanti si esibivano in playback, eppure anche in quella circostanza ebbe una certa eco.
Rispetto alla mia esperienza personale, quando c’è stata la possibilità di andare, siamo stati tutti contentissimi e fieri di esserci, ovviamente siamo sempre andati a modo nostro e credo che tutte e tre le volte (1996, 2013 e 2016) abbiamo contribuito ad animare lo spettacolo.

Se dovesse riscrivere oggi “La terra dei cachi” cosa aggiungerebbe e cosa toglierebbe?

Non è accaduto molto di più rispetto a quando l’avevamo composta. Oggi esiste tutta la parte social che, molto probabilmente, avrebbe trovato spazio perché è così straripante che non si può ignorare, oltretutto è una specie di vetrina del peggio che riusciamo a produrre. Resta il fatto che quella canzone l’avevamo scritta per scimmiottare i brani impegnati presentati alla kermesse ed è stata interpretata come di denuncia dei mali dell’Italia.

Elio, una delle sue caratteristiche è l’autoironia, è sempre stata innata?

Sono stato pronto alla battuta sin da piccolo, poi guardando i grandi comici come Cochi e Renato, riscontravo in tutti, al di là dell’ironia, anche l’autoironia, che del resto è un altro modo di restare coi piedi per terra. Tra i ricordi d’infanzia ci sono le corse per tornar a casa pur di non perdermi “Alto gradimento” (una famosa trasmissione radiofonica di Gianni Boncompagni, Renzo Arbore, Giorgio Bracardi e Mario Marenco, andata in onda negli anni Settanta, nda).

Mi ha sempre fatto molto ridere l’assurdo, tra i miei autori preferiti rientrano Frank Zappa e Daniil Charms, uno scrittore russo divertentissimo.

Lei è stato giudice di X Factor e recentemente si è conclusa una nuova edizione di Strafactor. Crede che davvero i talent possono supportare i giovani nel fatidico “lancio” nel mondo musicale?

Può accadere così come no, dipende da come li si usa e dalla bravura del singolo. Come cantava Morandi: «uno su mille ce la fa». Il talent è diventato l’alibi primario per spiegare tutto quello che accade di male nel mondo della musica, a mio parere non è così. È sbagliato dire che i cantanti non si affermano più a causa dei talent, mancano gli autori così come i compositori. I brani che vengono scritti adesso sono come dei rasoi usa e getta: arrivano, li ascolti e poi spariscono. Non c’è più niente sotto perché al pubblico – immagino – che non interessi che ci sia, d’altro canto, però, se non viene stimolato, va da sé che si crea un circolo vizioso.

Il modo di ascoltare la musica di oggi è diametralmente differente, ricordo ancora la fatica nell’acquistare il primo disco, mettendo i soldi da parte, e quando lo avevo, lo consumavo analizzando ogni singola nota. Oggi si fruisce il tutto tramite cuffiette e mp3, con quest’ultimo che contiene un’infinità di pezzi e si passa da uno all’altro senza soffermarsi.

Tenendo conto di ciò che ha già espresso, in quanto artista, qual è la responsabilità che sente?

Per quanto mi riguarda mi è sempre premuto trasmettere qualità. Tempo fa ho portato in tournée, ad esempio, Gian Burrasca e molti non sapevano che lo sceneggiato diretto da Lina Wertmüller (la quale ha curato anche la regia dello spettacolo, nda) avesse le musiche di Nino Rota, uno dei maggiori compositori del Novecento, che aveva il pregio di essere anche abbastanza pop e quindi apprezzabile da un pubblico anche di non intenditori (tutti noi ricordiamo «Viva la pappa col pomodoro» cantata da una giovanissima Rita Pavone, nda).

Adesso tanti operatori del mondo classico hanno cambiato idea; è giusto e doveroso che, da noi, si sappia come degli italiani quali Bellini, Donizetti, Puccini, Rossini e Verdi dominano il mondo a livello di melodia. Con Francesco Micheli, regista di opera lirica regista e direttore artistico della Fondazione Donizetti, abbiamo realizzato da poco un libro su questi cinque grandi (“L’opera è polvere da sparo”, edito da Rizzoli).

Questo approccio le deriva dagli studi in conservatorio?

Anche, ma non solo. Il conservatorio mi ha dato i mezzi per comprendere, in realtà anch’io, per diverso tempo, avevo disdegnato. In seguito ho capito che stavo commettendo un errore gravissimo perché noi in realtà siamo influenzati continuamente da questo genere, basti pensare alla musica d’inizio delle trasmissioni Rai, erano note di Rossini. Io provo a far il mio accendendo delle fiammelle e distillando l’amore per la cultura.

Guardando a “Elio e le Storie Tese” (si stan sciogliendo tanto da aver organizzato il tour d’addio, ma tutto è nato nel 1980, nda), in un sistema che sembra individualistico, si può ancora fare gruppo oggi?

In Italia funziona l’individuo, ognuno pensa per sé, è questa la mentalità che ci viene insegnata. Io che amo da sempre andare controcorrente, proprio per questa ragione ho voluto creare un gruppo – la forma più potente che si possa mettere in campo. Se tutti vogliono conseguire lo stesso obiettivo, ognuno a seconda delle proprie competenze, e se c’è la voglia di lavorare insieme, si raggiungono dei risultati che nessun individuo potrebbe ottenere da solo; purtroppo, prima o poi, qualcosa nel meccanismo si inceppa, però finché dura è potentissimo. Io la suggerirei a chiunque come esperienza.

In cosa vorrebbe mettersi alla prova prossimamente?

Il bello è che sono in grado di cimentarmi in varie cose e fortunatamente me le offrono.

Nicola Campogrande, il direttore artistico del festival MiTo, ha scritto un’opera avendo in mente me e ci sto riflettendo. Posso solo aggiungere che sto vagliando opportunità nei vari settori, ma non posso dire altro perché nulla è stato ancora definito.

Lo spettacolo “Spamalot” continua in tournée, arrivando anche nella capitale (al Teatro Brancaccio dal 13 al 18 febbraio). Nel cast, oltre a Elio, troviamo Pamela Lacerenza, Andrea Spina, Umberto Noto, Giuseppe Orsillo, Filippo Musenga, Thomas Santu, Luigi Fiorenti e ancora l’ensemble formato da Michela Delle Chiaie, Greta Disabato, Federica Laganà, Maria Carlotta Noè, Simone De Rose, Daniele Romano, Alfredo Simeone e Giovanni Zummo. Regia di Claudio Insegno, testo e liriche di Eric Idle, musiche di John Du Prez. Traduzione e adattamento curati da Rocco Tanica. Direzione Musicale di Angelo Racz e coreografie di Valeriano Longoni.

Il tour d’addio di “Elio e le Storie Tese” toccherà, a partire dal 20 aprile, Montichiari (BS), Padova, Torino, Firenze, Genova, Casalecchio di Reno (BO), Roma, Napoli, Acireale (CT), Bari e Rimini. Per Milano, città dove l’artista è nato e vive e che ha visto il debutto della band, stanno preparando qualcosa ad hoc, ma non si sa di più.

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi