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ERIKA CAVALLINI – «L’elogio dell’errore»

L’elogio all’errore è la base su cui Erika Cavallini ha costruito l’essenza del suo stile diventando così il segno che la contraddistingue. Non ricerca la perfezione perché è consapevole che è una grande limitazione, anzi enfatizza i dettagli fuori posto perché sa che rendono unici e speciali i suoi abiti. Erika è libera e rivoluzionaria e se ne infischia di compiacere alla società, Erika è coraggiosa e se ne va sempre per la sua strada. È istintiva, visionaria continuamente impegnata a migliorarsi perché nonostante tutto Erika ha imparato sulla propria pelle che essere fedele a sé stessa è il più grande dei traguardi.

di Francesca Capaccioli

Erika all’inizio del tuo percorso diciamo che era una questione di bianco e di nero, poi sono venuti i colori, le sfumature…

Diciamo che ho capito fin da subito che la moda era la mia passione. Dopo un lungo percorso come free lance nel fashion system, nel 2008 ho creato una piccola linea di abiti sartoriali, il nome in origine era Semicoture. L’ispirazione è stata quella di realizzare qualche cosa di prezioso, unico, artigianale capace di sdoganare i canoni classici di costruzione di un abito. L’idea primordiale è nata in realtà anni fa. Dal 2000 al 2002 ho avuto la possibilità di lavorare per la Maison Martin Margiela come venditrice in show room per la linea 1 e Artisanal, quando ancora il grande Martin era presente e trasmetteva a tutti noi dello staff un credo di bellezza fuori dagli schemi. È stato un privilegio e una illuminazione che ha segnato la mia formazione mentale e creativa in maniera indelebile. La prima collezione che ho avuto l’onore di toccare e vedere è stata quella dello Stockman, una giacca bustier strettissima, come fosse ritagliata sul corpo di una donna, ispirata appunto al manichino d’alta sartoria su cui venivano appuntate le prime tele di un abito. Il manichino Stockman da prova, portava il nome appunto di Semicoture. Solo molti anni dopo, questo nome ha ispirato tutto ciò che ho creato fino ad oggi. La mia Semicoture era quindi un gioco di parole che raccontava il non finito, ogni mio abito aveva una imperfezione, un bottone sbagliato, un orlo scucito o tagliato al vivo, come appunto qualcosa di semi confezionato, incompiuto.

Illuminata e ispirata…

Si, la mia Semicoture è nata così. La mia prima collezione erano dieci black dress da cocktail numerati uno ad uno, sono partita con un piccolo budget di ottomila euro, pensa, lavoravo da casa e non avevo un ufficio. Nel novembre del 2008, ho iniziato a vendere la mia piccola collezione “porta a porta” nei negozi più importanti e belli d’Italia, come Bernardelli a Mantova, Montorsi a Modena, Penelope a Brescia, Luisa Via Roma, a Firenze Space a Ravenna e Milano Marittima, Gaudenzi a Riccione. Disegnavo, creavo, vendevo, facevo tutto da sola, mi presentavo con il mio racconto, con il mio credo, con le mie polaroid e il mio catalogo. Tornata a casa con la mia valigia e con tanta soddisfazione decisi, con mio marito e un socio di capitale (nostro amico) che credeva nel progetto, di creare una piccola azienda la k8 srl, ed era il 2009. Sono iniziati cosi i primi successi con le fiere, ne ricordo una in particolare a Parigi, fu un successo così inaspettato che dovemmo chiamare rinforzi anche dall’ufficio perché avevamo lo stand strapieno. E così è partito tutto e fino al 2012 sono stati anni meravigliosi di una soddisfazione pazzesca, perché raccontavo una donna, la mia donna, ed aveva già una forte identità. Esisteva!

Da li in poi, ho iniziato a collaborare con le migliori aziende di tessuti e service italiani, alla ricerca delle eccellenza del prodotto, ho creato un team coeso e capace , ho progettato fiere di settore, campagne vendita, presentazioni, look book, styling, adv, tutto rimanendo fedele alla mia donna e alla mia etica.

Da Semicoture ad Erika Cavallini, raccontaci com’è avvenuto il grande salto?

Un grosso imprenditore carpigiano (un uomo di numeri) si interessò al mio brand, e se ci pensi erano anni anomali, difficilissimi, nel settore della moda, anni di grande crisi economica, quindi io ero una mosca bianca in quel momento perché il mio prodotto arrivava nei negozi e usciva. Non avevamo una strategia produttiva di sovrapproduzione oltre l’ordinato, quindi non riuscivamo a fare i riassortimenti che ci richiedevano sempre! Lui (l’uomo dei numeri) fu incuriosito da questo brand che faceva miracoli, ci contattò e venne a trovarci. Facemmo delle grandi chiacchierate e ci chiese se volevamo ingrandirci; Non era male come prospettiva per una come me che aveva iniziato con tutto sulle spalle e nessuna certezza. Però il mio istinto mi portò a dire no. Io stavo bene dov’ero, stavo bene nella mia piccola storia artigianale, di famiglia, di ragazze che credevano in me, volevo rimanere nella nicchia, non mi andava di fare il grande salto e di diventare prima linea. E soprattutto per quanto io sia una donna che ha un ego forte, non mi andava di essere sotto i riflettori, di espormi, io faccio abiti e voglio stare in back-stage, quindi fare il salto avrebbe implicato essere sotto le luci della ribalta, giudicata dai giornalisti che in un secondo avrebbero potuto distruggere il mio lavoro, io avevo voglia di raccontare la mia storia con i miei vestiti, alle mie donne, e trasmettere loro la mia visione, lontano dal palcoscenico. Comunque poi, dopo l’ho fatto il salto, mi convinsero che era necessario e inevitabile.

Quindi, chiudendo il cerchio, Semicoture venne acquistato nel 2016 da una società del settore, appunto, (Abraham Industries) che con nuovi investimenti decise di creare due linee differenti: Semicoture più easy e low cost, ed Erika Cavallini invece prima linea di prêt-à-porter e punta di diamante nella società, il tutto portò grandi risultati non solo economici, ma anche di grandi soddisfazioni e riconoscimenti personali come autrice del brand.

Da dove nasce il pensiero, l’idea?

Faccio tantissimi viaggi, il viaggio per me è davvero un’apertura mentale. Sono una infaticabile ricercatrice di luoghi. Pensa che nell’ultima collezione estiva che ha sfilato a Milano lo scorso 27 settembre ho fatto un viaggio al contrario, nel senso che per la mia collezione, mi ero immaginata una donna che viveva in paesi molto caldi, come ad esempio la Spagna.

Vedevo qualche cosa di molto surreale nella mia testa che si ispirava all’amore di Dalì e Gala, era tutto chiaro e caldo. E senza aver fatto il viaggio fisico, come faccio sempre prima di iniziare un nuovo progetto, ho fatto il viaggio al contrario, prima ho creato la collezione e poi sono partita per Lanzarote dove li, ho ritrovato i canoni che avevo immaginato senza esserci stata. Ho ritrovato i colori della terra, delle pietre, di un’isola estremamente dura, vulcanica, ma anche con picchi di estrema dolcezza valorizzati attraverso la visione di questo grande architetto César Manrique che dopo l’ultima eruzione del vulcano ha scavato e creato con la lava delle nuove abitazioni, ecco, io torno a casa da questi viaggi sazia. Un’altra ispirazione fondamentale per me è il cinema, sono una divoratrice di film, la musica che amo, e la materia prima come ad esempio i tessuti. Pensa che mio padre mi ha regalato un mega capannone industriale dove finalmente ho potuto creare un archivio. Dove ho messo tutti i miei capi che ho ricercato dall’inizio della mia carriera, per un totale di 2200 pezzi catalogati.

Tornando al cinema, la mia ultima collezione la pre-fall 2019, uscita il 10 Gennaio, si ispira al film di Antonioni, Deserto rosso. È il mio ultimo omaggio alla bellezza, dopo di che “Après moi le déluge”.

Le tue donne come sono?

Autentiche, la parola primordiale è questa. Non voglio costruzioni, non voglio artifici, voglio verità, voglio rughe, voglio capelli bianchi, voglio che si sentano bene nei miei abiti.

Vivi con lo sguardo rivolto all’indietro?

Oggi mi sento bene nel presente, sono in un momento di passaggio e quindi non penso né al passato né al futuro, vivo e basta. Tendenzialmente se mi avessi fatto questa domanda qualche mese fa ti avrei risposto che sono una romantica, sono una che vive un po’ nel passato, ma oggi no. Sto cercando di metterlo da parte il passato, perché il passato ti da grandi emozioni, grande emotività, ma ti scava anche tanto dentro e in questo momento non ho voglia. Quel che è stato è stato e quello che dovrà venire verrà.

E in quale periodo ti sarebbe piaciuto vivere?

Sicuramente gli anni ‘70. Musica, ribellione, femminismo, sono una femminista incallita, anche se ancora oggi noi donne siamo considerate di serie b, soprattutto nel mio settore, ma questo è un discorso immenso e non voglio banalizzare, ma ogni volta che ci penso mi ribolle il sangue.

Comunque mi sento in grande difficoltà a vivere in questo periodo di grande apparenza e molta poca profondità.

E se ti dovessi descrivere?

Mi chiamo Erika Cavallini, sono istintiva e visionaria e amo la bellezza imperfetta.

 

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