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Fabrizio Gifuni

«Saper ascoltare è tutto, sia sulla scena che nella vita»

Intervista all’artista, il quale ha da poco tolto i panni di Freud in teatro e prossimamente lo vedremo, sullo schermo, in quelli di Pippo Fava

di Maria Lucia Tangorra

 

Fabrizio, ha concluso da poco le repliche di Freud, le andrebbe di tracciare un bilancio di questo viaggio artistico e umano?

È stata senza dubbio una delle esperienze artistiche e professionali più importanti che io abbia mai fatto per tanti motivi, presentando alcune caratteristiche che l’hanno resa unica nel mio percorso. Innanzitutto, dopo “Lehman Trilogy” (2015), è stata la seconda volta che ho deciso di tornare a lavorare in uno spettacolo appartenente alla grande tradizione del teatro di regia, dopo molti anni di lavoro esclusivamente legato ai miei progetti. Terminata l’Accademia e il lungo lavoro formativo sull’“Amleto” con Orazio Costa, le prime esperienze sul campo – le più importanti – le ho fatte con Massimo Castri e Theo Terzopoulos, due grandi maestri della scena europea. Poi, verso la fine degli anni ‘90, ho iniziato a dedicarmi a progetti che nascevano da una mia precisa urgenza espressiva, spesso auto-prodotti e in cui il lavoro di drammaturgia era importante tanto quanto il gesto interpretativo e performativo finale. Con Lehman, tre anni fa, sono tornato quindi, dopo parecchi anni, a lavorare in una compagnia bellissima e molto numerosa diretta dall’ultimo grande maestro della scena italiana, Luca Ronconi. Ma, mentre in Lehman il carico di lavoro era abbastanza equamente distribuito con altri attori (Massimo De Francovich, Paolo Pierobon e Massimo Popolizio), nel caso di Freud c’è stato un investimento maggiore in termini di ruolo (nel testo di Massini tutto avviene e si muove all’interno della testa del genio viennese) e di conseguenza il senso di responsabilità e la mole di lavoro sono stati più grandi. Bisognava ricoverare la nave in porto, tutte le sere, per sette settimane consecutive. Il mio corpo non aveva requie per le due ore e mezza di durata dello spettacolo essendo sempre in scena, a parte un breve momento di circa un minuto durante il sogno di Elga K. (Sandra Toffolatti). Un viaggio portentoso reso possibile da un’altra magnifica compagnia di attori, fatta di grandi talenti e di persone dotate di un cuore non comune. Abbiamo raggiunto insieme un affiatamento progressivo sostenendoci l’un l’altro con un rispetto e un entusiasmo difficili da incontrare.

Un’esperienza meravigliosa e allo stesso tempo durissima in cui i margini di rischio erano molto forti se si tiene conto della materia trattata, del tipo di drammaturgia e delle grandi aspettative.

 

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