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Ferzan Özpetek senza veli

Con Napoli velata (Naples in Veils),distribuito negli U.S., il pubblico americano riscopre il maestro del cinema italiano.
di Tommaso Cartia

Si ringrazia per il coordinamento dell’intervista Sally Fischer Public Relations NYC.

Sorriso gentile, uno sguardo penetrante ed attento, un’eleganza nei modi segno di una certa raffinatezza d’animo. È così che mi ha accolto Ferzan Özpetek, durante una delle presentazioni di Napoli velata (Naples in Veils), qui a New York. Disponibile ed aperto come sono i suoi film, sempre accoglienti e mai escludenti. La filmografia del regista, sceneggiatore e scrittore di origini turche naturalizzato italiano, fa parte del costume della nostra nazione, e di quel costume ha spesso anticipato le emancipazioni, cercando di mettere a tacere pregiudizi e rompendo certi taboo culturali. Ma cosa c’è dietro il magico velo dei suoi film?

I film di Özpetek sono un’istituzione, ed aldilà del gusto personale, sono sempre una grande garanzia di unicità estetica e narrativa. L’universo poetico del regista è sempre riconoscibilissimo, con la sua capacità di raccontarci dei personaggi di un’umanità profonda, complessa, mai scontata, che non ha paura di svelarsi, che è anche a volte irriverente nella sua nudità, fisica ed interiore; che è drammatica, leggera e surreale allo stesso tempo, come la vita.

Poster di Napoli velata. Courtesy of Istituto Luce Cinecittà

Ad ogni nuovo film il regista ci dà in mano una chiave per aprire mondi misteriosi. E questi mondi apparentemente lontani sono sempre in realtà vicini, e ci raccontano di che cosa si può nascondere dietro un ordinario vicolo di Roma, una chiesa di Napoli, un bar in Puglia o la nostra finestra di fronte. Un mondo dove lo straordinario è già lì nel nostro ordinario, basterebbe alzare un velo…

Con Napoli velata, Özpetek ci accompagna dentro una città magica, esoterica, dove si animano i forti contrasti della cultura partenopea. La grande religiosità cristiana che convive con i simboli pagani, con la smorfia, la superstizione e l’ossessione per l’esorcizzazione della morte. Il sole, il mare, l’esplosività del popolo napoletano insieme alle sue ombre, a una certa drammaticità intrinseca, ai sotterranei della città, neri, profondi ed inquietanti quanto le esplosioni del Vesuvio.

Il regista ci porta anche dentro i meccanismi di una elitè culturale napoletana, molto colta e lontana da certi stereotipi. Una comunità molto libera anche sessualmente, e che anzi vive il mito dell’androginia, della fusione alchemica tra uomo e donna, come la chiave d’accesso all’eternità. Così Özpetek ci racconta ad esempio della figura dei femminielli, che nella tradizione antica rappresentavano degli uomini che non avevano alcuna vergogna del loro lato femminile ed anzi lo vivevano con normalità esponendolo tranquillamente, trasformandolo anche in arte rituale.

Il film è l’omaggio del regista ad una città che lo ha letteralmente stregato, e di cui è oggi anche cittadino onorario. Il pubblico americano ha adesso l’occasione di avere uno sguardo unico e privilegiato sulla città, popolarissima meta turistica, ma anche di comprendere che Ferzan Özpetek non è solo un regista di film a tematica LGBTQ+ come parte della critica americana lo aveva bollato, suscitando, e non poco, il suo disappunto.

Raccontaci della tua fascinazione per la città di Napoli e come nasce l’idea di raccontare questa storia?

“L’idea è partita da una storia reale che ho vissuto a Istanbul. Facendo poi La Traviata sei anni fa a Napoli al San Carlo ho avuto occasione di vivere lì per due mesi. In quel periodo ho conosciuto una Napoli anche esteticamente molto affascinante. Con la sua ritualità non solo cristiana, ma anche pagana. L’impianto teatrale di alcune immagini del film viene proprio dalla cultura napoletana. Ogni occasione conviviale e di gruppo a Napoli diventa una messa in scena, un racconto. Io mi sono allontanato totalmente dalle cose già viste e prevedibili”.

Importante da questo punto è stato il lavoro su questo film della scenografa turca Deniz Gokturk Kobanbay, che vanta collaborazioni molto prestigiose come in Argo di Ben Affleck, pluripremiato agli Oscar. Ce ne vuoi parlare?

“Lei mi ha fatto una domanda fondamentale, ‘a te cosa colpisce così tanto di Napoli?’. Ho pensato subito alle scale che ci sono a Napoli. C’è venuta così in mente la scalinata di Palazzo Mannajuolo che funzionava perfettamente perché è ellittica e ricorda la forma di un occhio ma anche la forma dell’utero e sono tutti simboli importanti del film”.

Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi. Courtesy of Istituto Luce Cinecittà

Il tema dell’occhio e del velo, del vedere e del velare si rincorrono per tutto il film mentre seguiamo la storia della protagonista, Adriana (Giovanna Mezzogiorno), un medico legale, che indaga sull’improvvisa morte violenta del suo amante.

“Sì, infatti gli occhi della vittima sono stati strappati, così come sono strappati gli occhi del ‘Cristo velato’, la suggestiva scultura che si trova nel Museo della Cappella di Sansevero a Napoli. All’inizio del film metto in scena il rito de “La Figliata”, un rito al quale ho assistito durante il quale i femminielli simulano un parto dietro a un velo, una pratica antica considerata di buon auspicio. Il personaggio che all’improvviso tira il velo sulla scena ci dice che è più importante sentire, intravedere, che vedere. Proprio perché c’è il velo e non c’è concesso vedere bene, ci sforziamo di vedere meglio perché l’attenzione è tutta posta sullo scoprire cosa c’è dietro il velo. Anche nel ‘Cristo velato’ è così, perché il suo viso e le sue vene sono paradossalmente più in rilievo proprio grazie alle pieghe di questo velo sul viso e sul corpo. Il velo non copre ma scopre. Poi quando ho visitato La Farmacia degli Incurabili, luogo deputato della cultura massonica napoletana, anche lì ho trovato un velo sul soffitto sorretto da degli angeli, e l’’Utero Velato’. Io questi simboli li chiamo le ‘fate’ dei film. Sono delle epifanie, ti accadono, non puoi scriverli prima in sceneggiatura”.

Cosa c’è allora dietro al velo di Napoli e al mistero di questo film?

“La bellezza di Napoli è che è una città talmente magica che non bisogna mai cercare di capirla, bisogna solo amarla. E così ho fatto io, l’ho osservata attraverso un velo, la amo ma non cerco di spiegarla. A Napoli davvero può accadere di tutto, e certe scelte estreme e drammatiche del film me le sono potute permettere perché ci troviamo a Napoli. La città giace sulla gonna del Vesuvio, un vulcano attivo, un pericolo di morte costante. È normale quindi che i napoletani abbiano un forte rapporto con la morte e con tutto quello che sta sottoterra e che cercano di esorcizzare, così come faccio io nella mia vita”.

Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi sul set. Photo Credit: Gianni Fiorito.

Il tuo lavoro con gli attori è sempre particolarmente intenso. Come è stato ritrovare Giovanna Mezzogiorno dopo quindici anni da La Finestra di Fronte e come è stato invece lavorare con Alessandro Borghi per la prima volta?

“Nessun’altra avrebbe potuto rendere questo ruolo come Giovanna, aveva l’intenzione e la maturità giusta, ed anche la sana incoscienza di non sapere quanto è brava. Appena ho finito di scrivere il soggetto ho sentito che la parte doveva essere sua. Alessandro è un attore molto sensibile ma anche molto attento a tutti i dettagli e molto pretenzioso con sé stesso. Sono stati entrambi degli attori generosissimi con me e con il loro pubblico. Quella scena di sesso è stata una cosa difficilissima da girare, io sono molto pudico, li ringrazio per avermi aiutato. Ma d’altronde i miei set sono così, è sempre un lavoro corale, di squadra, un organismo vivente”.

Come si è evoluta, la tua ricerca estetica ed il tuo linguaggio. C’è un sottile fil rouge tra tutti i tuoi film o ogni pellicola è una nuova ricerca?

“Io sono maniacale sull’estetica dei miei film, sulle inquadrature, i colori, il lavoro sugli attori. Molti mi dicono, “sai ho visto due minuti di un film ed ho capito subito che era di Özpetek”. Questo senso dell’estetica mi viene d’istinto. Però certo diventa ricercato, come quando prepari un piatto e sai cosa ti piace di quel piatto e che sapore gli vuoi dare. Tra l’altro io amo cucinare è una delle mie grandi passioni, come la pittura. In pochi sanno per esempio che il quadro de Le fate ignoranti è mio!”.

Ferzan Özpetek. Photo Credit: Emre Yunusoglu

Come ti rapporti alla cinematografia americana e alla distribuzione dei tuoi film negli U.S.?

“La prima volta che sono stato in America è stato per “Il bagno turco” ed è andata bene, il film è uscito nelle sale come è successo per “Le fate ignoranti”. In quel caso ho anche avuto una pagina intera sul The New York Times. Poi ho avuto anche l’onore di una retrospettiva dei miei film presentata al MoMA di New York. Però penso che fossero dei film percepiti come troppo in anticipo dei tempi da un punto di vista del costume. Era necessario per la critica americana categorizzarli come film a tematica gay. Questa ghettizzazione all’inizio mi dava fastidio e mi faceva soffrire. Oggi non è più così. Il mio modo di raccontare è universale, non è solo legato ad un gender. È ovviamente molto difficile essere distribuiti a livello nazionale in America e penetrare nel mercato. Però io faccio film perché mi piace la condivisione. Gli spettatori possono essere cinquanta milioni o cinque, l’importante è quello che sto condividendo”.

Genio infaticabile, Özpetek è al momento al lavoro sul suo prossimo film La dea fortuna, ambientato in Sicilia, con Edoardo Leo, Jasmine Trinca e Stefano Accorsi. Ha di recente ricevuto la laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo e la cittadinanza onoraria di Palermo. Inoltre, sta presentando la sua versione della Madama Butterfly di Puccini al Teatro San Carlo di Napoli. Prossimamente Fox produrrà anche una serie TV basata su Le fate ignoranti.

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