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Francesco Montanari | Red Carpet Magazine

FRANCESCO MONTANARI

“Tante corde non son state ancora intuite di me”

Intervista all’attore, attualmente in tournée con “Uno Zio Vanja” e prossimamente in tv nei panni di Alfonso Sabella ne “Il Cacciatore”

di Maria Lucia Tangorra

Capita spesso che alcuni volti diventino famigliari al grande pubblico grazie a una serie di successo.

Romanzo criminale” (produzione Cattleya e Sky Cinema) ha reso noti a milioni di spettatori i suoi bravissimi protagonisti, tra cui figurava Francesco Montanari, artista che già proveniva da una lunga gavetta teatrale e che ha continuato a mettersi in gioco anche dopo il grande successo.

Abbiamo potuto incontrare dopo aver visto al Teatro Parioli di Roma “Poker” di Patrick Marber, l’autore di “Closer” (conosciuto ai più grazie all’omonimo film diretto da Mike Nichols). «Un ristorante, il proprietario, suo figlio, due camerieri e il cuoco. Ogni domenica sera dopo la chiusura, e prima del giorno di riposo, questi vanno nello scantinato del locale e giocano a poker tutta la notte. Le settimane e la vita di queste cinque persone sono scandite da questa consuetudine, le loro passioni, le loro speranze si condensano in questa notte di sfida reciproca, in cui si cerca il riscatto, una settimana di gloria» (dalle note di Zavatteri, regista e interprete). È proprio da qui che abbiamo iniziato la nostra intervista – merito dei tanti spunti offerti dallo spettacolo – per poi addentrarci nel suo percorso professionale e non solo, vista la sua natura profondamente riflessiva. Prossimamente Montanari sarà sia sui palcoscenici italiani con un nuovo progetto (“Uno Zio Vanja”) che in tv in una fiction a cui tiene molto (“Il Cacciatore”), ma leggete per saperne di più.

Francesco, ci racconta com’è nata l’idea di mettere in scena “Poker”?

Desideravo molto lavorare con Antonio Zavatteri, regista e co-fondatore della Compagnia Gank.

L’ho conosciuto quando ho preso parte a “Romeo e Giulietta” diretto da Valerio Binasco, dove lui interpretava il papà della protagonista. Ci siamo innamorati artisticamente, oltre a esserci trovati molto bene sul piano umano ed era rimasto il proposito di realizzare qualcosa. “Poker” è stato, quindi, un “pretesto” per concretizzare la collaborazione. Mi divertiva tanto l’idea di vestire i panni di un fanciullo in un corpo da grande, che non ha quelle sovrastrutture culturali dell’età adulta, infatti non manifesta un giudizio effettivo o pregiudiziale.

Il suo personaggio, in maniera ricorrente, pure per convincere i colleghi, invita alla flessibilità e a cambiare la prospettiva. Quanto questo approccio può essere una chiave di vita?

Sono pienamente d’accordo, la prospettiva è importante. Io non credo che Pollo sia uno scemo, rappresenta la speranza in un mondo schiacciato dalla miseria della mediocrità del pensiero. Tutti gli uomini in scena hanno dei sogni, che, però, rimangono velleitari. Pollo, proprio perché è rimasto all’età fanciullesca, possiede ancora questa grandissima capacità di sognare concretamente. Quando Marber ha scritto la pièce, la Mainland era un quartiere brutto, adesso è diventato come il Pigneto a Roma, dove c’è stata una rivalutazione territoriale enorme.

La paura più grande che ho – e che credo sia condivisa da tutti – consiste nel crescere e smettere di sperare davvero che possa esserci la possibilità di essere felici perché ci si abitua alla vita. Più si semina in un piccolo giardino, più diventa il proprio, e, piccolo o grande che sia, diviene complicato abbandonarlo.

Secondo lei chi sono i “Polli” oggi?

A caldo direi quegli individui che pensano di voler ricercare assolutamente la svolta della vita con sotterfugi. Forse perché si è creato, da tempo, un malessere quotidiano derivante anche dalla crisi economica, ma avverto come ci sia una fortissima ricerca della svolta, in qualsiasi campo, da quello dello spettacolo a quello medico o commerciale. Non si prova a far qualcosa perché si ha un progetto o si punta all’essenza della cosa in sé, ma mossi da questo tipo di mutamento. Molti aprono locali mossi dall’idea della svolta e non dal desiderio sincero di far il ristoratore. Nonostante ciò, a parte casi rari che corrispondono al superenalotto, funzionano quelle realtà che amano la cucina (dato che si stava facendo l’esempio in quel settore, ma si verifica ugualmente nel mio lavoro).

Ritengo che, certo con grande fatica, a lungo andare, nella maratona che è la vita, il lavoro onesto paga e per onesto intendo di esserlo in primis con se stessi, bisogna domandarsi per quale ragione si sta portando avanti quella professione.

La popolarità di un artista spesso aiuta ad avvicinare al teatro chi non sarebbe mai andato…

Scelgo sempre prodotti che parlano a me perché è probabile che comunicheranno anche a quel “tu” che verrà a vedere la rappresentazione poiché abbiamo le stesse problematiche essenziali. Se sei molto in connessione con te stesso, non nella maniera intellettualistica e autoreferenziale, bensì in quanto “animale sociale” che va in giro a captare le esigenze del mondo, allora riesci ad attrarre e arrivare. Nel teatro posso attuare tutto ciò. Da quando ho iniziato questo percorso, tantissimi ragazzi – alcuni di loro sono anche cresciuti nel frattempo – tornano molto volentieri. Più vado avanti e più avverto la responsabilità della non delusione.

Francesco Montanari | Red Carpet Magazine

Uno Zio Vanja | Foto: Valeria Mottaran

Francesco, lei ha partecipato il 30 ottobre 2017 ad “A spasso con ABC – un altro sguardo”, un’iniziativa promossa dalla regione Lazio con Roma Capitale e che si rivolge alle scuole superiori della stessa capitale e della regione. Tenendo conto di come spesso venga sottolineato più il degrado di questa città, come si fa a offrire “un altro sguardo”?

Avevo scelto un estratto dal panegirico di Plinio il Giovane a Traiano. Nell’antica Roma questi discorsi venivano misurati in clessidre (uno corrispondeva a circa venti minuti); di solito a un grandissimo oratore, offrivano l’opportunità di avere quattro clessidre. Per la prima e unica volta nella storia di Roma, Plinio ne fece quarantadue consequenziali. Al di là dell’essere un grande esercizio di stile e dell’arte della retorica – che non è quella moderna, sviluppata sulla menzogna – ho potuto toccare con mano il testo relazionandomi con gli studenti. Per me, l’attore non è un involucro vuoto dove passa questa cosa “strana” chiamata testo, ma deve prendersi la responsabilità umana di quel nero su bianco poiché il nero su bianco non esiste. Se si fa questo, cercando di entrare in correlazione con quelle parole, allora si riesce a dar loro vita. Più sei onesto, più chi ti ascolta troverà l’essenza dell’umanità.

Nel panegirico Plinio descrive la grandezza di un uomo, il quale, nonostante sia imperatore con tutti i diritti e gli oneri del caso, andava in giro parlando con le persone chiedendo come stessero. È stato grande per questo e con ciò non significa dimenticare le azioni negative che ha compiuto forte della sua posizione. Credo che se l’istituzione scolastica smettesse di mettere sul piedistallo l’autore, ma lo trattasse come un uomo come lo siamo noi, senza dubbio abile e sensibile nel trasmettere con la scrittura le questioni che ci riguardano, gli studenti riuscirebbero ad avvicinarlo più a sé. Ad esempio, all’Auditorium Parco della Musica ho fatto una lettura di “Uno, nessuno e centomila” e poi col mio migliore amico (Alessandro Bardani, nda) abbiamo proposto “La più meglio gioventù”. Senza volerci paragonare a Pirandello, entrambi sono spettacoli sulla crisi d’identità, ma dopo che abbiamo rappresentato il secondo, i giovani hanno compreso ancor più il messaggio sulla crisi d’identità e lo hanno evidenziato ai loro insegnanti.

Tra i suoi impegni imminenti, la vedremo nei panni di Astrov in “Uno Zio Vanja”, adattamento del testo cechoviano (a cura di letizia russo), per la regia di Vinicio Marchioni. Cosa può raccontarci di questo progetto così sentito?

So che sarà una bellissima esperienza umana per noi e mi auguro per il pubblico. Devo dire che è la prima volta che faccio uno spettacolo che racchiude in sé tante dinamiche emotive e private.

Vinicio poi è mio “fratello” [ne parla, infatti, con affetto], lo studia da quattro anni (l’idea è sua e della moglie Milena Mancini, nda) e adesso debutta con questa grande regia dopo aver diretto altri due spettacoli meno impegnativi a livello strutturale. Mi ha telefonato proponendomi Astrov e gli sarò sempre grato perché penso che sia uno dei ruoli più belli della storia del teatro mondiale.

Čechov apparentemente parla di niente e per riempire quel niente devi costruire un forte substrato di quotidianità. Quelle battute sono la maschera sociale di un malessere estremo anche nei momenti di massima commedia e questo richiede un tempo di sedimentazione. (Le prove sono iniziate il 4 dicembre, al momento dell’intervista avevano effettuato quattro letture, nda).

Per concludere col teatro, a NEST (Napoli est teatro si trova, appunto, nella periferia est di Napoli, nel cuore di San Giovanni a Teduccio, in periferia, nda) porterà “il pigiama, ovvero: solo gli stupidi si muovono veloci”…

È un testo molto divertente ed emozionante di Daniele Prato. Protagonista è un ragazzo in crisi, è stato lasciato dalla fidanzata e si chiude in casa, per tre mesi, in pigiama, sul divano. S’inventa storie per non pensare al dolore fino al momento della consapevolezza. Mi incuriosisce riproporlo avendolo fatto otto anni fa e mi faceva piacere portarlo al NEST (Napoli Est Teatro), sono degli amici (Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo Carmine Guarino, Giuseppe Miale di Mauro, Giuseppe Gaudino, Andrea Vellotti e Ivan Castiglione hanno fondato uno spazio creativo e multifunzionale davvero importante per il quartiere e la città, nda). Apprezzo molto quando dei ragazzi della mia stessa età o più giovani si impegnano su questi fronti, un altro esempio è il ventinovenne Carlo Oldani, il quale con Claudio Romano Politi, ha rilevato con coraggio il Teatro Orione realizzando iniziative davvero stimolanti.

È anche un po’ un sogno avere un mio teatro, penso che prima o poi accadrà, con mia moglie nutriamo pure la volontà di impegnarci nella produzione.

Francesco Montanari | Red Carpet Magazine

Francesco Montanari | “Il Cacciatore”

Lei si è diplomato all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, dalle riflessioni che fa denota un senso di responsabilità verso i più giovani. Molti affermano che son venuti meno i maestri; lei che fa parte ancora di una generazione fortunata in tal senso che ne
pensa?

Il problema della scuola italiana, a livello recitativo, consiste nell’aver fondato tutto sull’istrionismo, che è ciò che c’è di più lontano dal lavoro dell’attore poiché ti pone in una condizione di distacco totale tra te e il materiale umano che vai a trattare. È come quando noti la differenza tra il musicista che suona la chitarra per far vedere quant’è bravo e chi suona tre note e ti dilania l’anima. Credo che l’obiettivo reale di uno spettacolo o di un film stia nel poter dire (e provare, nda) «quant’è bella quest’esperienza umana» e non «come sono bravi questi attori». Se si arriva a questo, allora si è fatto il proprio lavoro, altrimenti è un esercizio di stile, artefatto, senz’altro apprezzabile a livello intellettuale, ma non sarà mai trasversale.

Io ho fatto la Silvio D’Amico dodici anni fa, non ho avuto grandi maestri, a parte due che mi han formato molto nell’approccio al testo. Chiaramente si va avanti nella vita, ti apri al mondo, ti informi, segui degli stage, è un tipo di professione in cui non ti fermi mai: devi vivere da una parte e dall’altra capire come utilizzare quei mezzi assunti dall’esistenza, però nessuno in Accademia ti insegna a studiare. Impari sicuramente l’analisi del testo, il sottotesto, la tecnica; ma essendo un lavoro molto soggettivo, devi coltivarti].

Francesco, lei ha preso parte a un cult come “Romanzo criminale”. Come si è evoluta la serialità da allora?

È diventata la possibilità di prolungare il cinema per dodici ore o più (a seconda degli episodi, nda).

Ho finito da poco di girare una serie, “Il Cacciatore”, che dovrebbe essere mandata in onda su Rai2 a febbraio – poi sarà trasmessa su Netflix e Amazon – ed è un esempio di come anche la Rai, giustamente, abbia deciso di investire anche a livello internazionale (si tratta di sei puntate prodotte dalla Cross Productions, regia di Stefano Lodovichi e Davide Marengo, nda)

Credo che più si ha tempo e più è giusto sfruttarlo; innegabilmente il linguaggio cinematografico è diverso, ma per un discorso, appunto, temporale.

Anche l’approccio degli attori verso il piccolo schermo è mutato…

Purtroppo si è verificato questo snobismo intellettuale secondo cui se si lavorava per la tv non si lavorava per il cinema e viceversa.

Cosa può anticiparci de “Il Cacciatore”?

Si tratta della storia romanzata di Alfonso Sabella, il quale negli anni ’90 arrestò, tra gli altri, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, in qualità di massimi esponenti di Cosa Nostra. Nel libro “Cacciatore di mafiosi. Le indagini, i pedinamenti, gli arresti di un magistrato in prima linea” (edito da Mondadori, nda) racconta come entrò nell’antimafia e l’intero percorso fino all’arresto di Provenzano ad opera di sua sorella Marzia. Nella fiction si vedrà un pm molto sui generis rispetto allo stereotipo che abbiamo del magistrato – e questo è un problema causato da alcuni lavori realizzati male, in cui la figura professionale vince su quella umana. Ciò che mi piace de “Il Cacciatore” è che lo spettatore si troverà innanzitutto di fronte a un uomo, con la sua ambizione estrema, caratterizzato da una grande simpatia, un cinismo terribile e un’ambiguità nello sfruttare la legalità per arrivare alla massima auto-affermazione e apportando, d’altro canto, dei risultati sul campo. Confesso che è stato un ruolo molto interessante da incarnare.

L’avvocato Giulia Bongiorno, alla presentazione del corto “uccisa in attesa di giudizio” durante la Festa del Cinema di Roma, ha affermato come al centro del film breve ci fosse «il tradimento dello stato» in quanto adesso le donne hanno più coraggio nel
denunciare, ma la macchina della giustizia è ancora lenta.
Francesco, lei era nel cast del lungometraggio “L’amore rubato” (regia Irish Braschi, 2016), in cui viene affrontata la violenza contro le donne e mi sembra sensibile all’argomento, cosa ne pensa?

A livello storico tutte le cose culturali, positive e negative, hanno dei tempi di sedimentazione, a seconda della percezione-ricezione da parte della collettività esistente in quel momento. Nasciamo in una società patriarcale, quindi la donna è sempre stata in una posizione di sudditanza psicologica, anche se poi, all’interno del nucleo famigliare, nella maggior parte dei casi la mente era la donna.

Oggi non vige più questo meccanismo, lo si avverte magari tra le persone più anziane. Tutte le regole formali di tutela dei vari individui e di chi abita il sottobosco tendono a metterci del tempo per essere accettate.

Molto spesso si parla di cose appartenenti al passato, ma il presente è molto differente, ho amiche che fanno le assistenti sociali e, dati alla mano, c’è una grande tutela nei confronti delle donne che subiscono violenze, ma anche degli uomini. Penso che bisognerebbe smettere di differenziare le cose sotto ogni punto di vista perché siamo tutti uguali. Non sono un sociologo [Montanari comunica umiltà nel rispondere], indubbiamente se la si pone sul piano fisico tra un uomo e una donna, lo scontro è impari; la violenza psicologica appartiene a entrambi e viene attuata nella coppia da parte di ambo i sessi. Nell’“Otello” c’è una battuta meravigliosa che la moglie di Iago, Emilia, rivolge a “Il Moro”: «la tua capacità di farmi male non è neanche la metà di quella che ho io per sopportarla». Effettivamente, antropologicamente la donna è molto più forte, se non altro partorisce e prima di arrivare a quel momento, attraversa nove mesi in una condizione di instabilità emotiva, ormonale e umorale; in più è in forte connessione con la parte di sé.

Francesco Montanari | Red Carpet Magazine

Francesco Montanari | “Poker”

Francesco, cosa vorrebbe esplorare ancora di sé e cosa, invece, non è stato colto dagli altri?

Tante corde non son state ancora intuite di me. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe molto studiare un santo. Sono particolarmente interessato al conflitto umano, combattendo quotidianamente col mio a cui non so dar un nome, se non semplicemente conflitto e credo che il santo rappresenti il conflitto all’ennesima potenza. Anche un ateo – io lo sono – ha questi grandi dissidi sull’idea di chi vorrebbe essere, su chi si vorrebbe diventare o ancora sulla difficoltà di accettare i propri lati oscuri.

Sto scrivendo qualcosa che non so se diventerà mai un libro e comincia così: «Ho letto che esistono molti modi per combattere la noia, il mio è il porno, il porno brutto, quello violento», in cui c’è un ossimoro statico, che nella sintassi è una condizione emotiva per cui tu sei in gabbia. “Romeo e Giulietta” è in questo esemplare con l’incipit di Romeo: «odio amoroso, amore odioso» vale tutto e non vale niente. Ci si ritrova, appunto, in una gabbia emotiva, si vorrebbero rompere questi vetri antiproiettile che fondamentalmente neanche si vedono però perché non c’è soluzione di uscita.

Questo è il conflitto vero di un Santo, secondo me. Mi torna in mente quel monologo meraviglioso di Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno, a sua volta ripreso ne “L’avvocato del diavolo” diretto da Taylor Hackford (1997). In quest’ultimo Al Pacino (John Milton) dice a Keanu Reeves (Kevin Lomax:) «Per chi è che ti incolli tutti quei mattoni, si può sapere? Dio? È così? Dio? Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio: a Dio piace guardare! È un guardone giocherellone! Riflettici un po’: lui dà all’uomo gli istinti… ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? […] Fissa le regole in contraddizione! […] Guarda, ma non toccare… tocca, ma non gustare… gusta, ma non inghiottire!». Nel film di Montaldo del ’73, Giordano Bruno – splendidamente interpretato da Volonté -, come uomo in crisi estrema, asserisce: «ma io perché ho le mani se non posso toccare? Perché è peccato toccare? Perché è peccato gustare se ho la lingua?».

Ecco, tutto ciò mi interessa e interroga e credo che nell’Astrov cechoviano ci sia tutto questo. Lui è un medico, al quale è morto sotto i ferri un pompiere (nel nostro adattamento il pompiere è stato trasformato in altro, vedrete) e riconosce «improvvisamente, tutta la barriera che avevo è crollata. Mi sono cominciate a tremare le mani e non riesco più». Chi fa un lavoro del genere, che ha in mano la vita delle persone, deve necessariamente mettersi dei filtri, chissà quanti casi ha affrontato, eppure è arrivato quel momento che l’ha fratturato. Astrov è un personaggio dalle molteplici sfumature: coltiva gli alberi e vuole salvare la natura celando, quindi, un profondo narcisismo da delirio di onnipotenza; è profondamente presuntuoso rispetto a questa famiglia di “ignorantoni”, ma nonostante questo è lì. Lui è un amico storico di Vanja (interpretato da Marchioni) e penso che il fatto che sia io che Vinicio abbiamo esattamente dieci anni in meno rispetto ai nostri ruoli in scena renda ancora più stimolante la sfida di dar vita, a trentatré anni, a quel tipo di frattura rappresentata da Astrov, che è quella del non ritorno.

Accogliendo l’entusiasmo con cui l’artista racconta di questo progetto, diamo appuntamento in teatro per “Uno Zio Vanja” che, dopo l’esordio il 24 gennaio a Narni, continua la tournée: dal 26 gennaio al 4 febbraio a Firenze (Teatro della Pergola), 6 febbraio a Lanciano (Teatro Comunale Fedele Fenaroli), 7 e 8 febbraio a Teramo (Teatro Comunale), 9 febbraio a Sulmona (Teatro Maria Caniglia), 10 e 11 febbraio a Chieti (Teatro Marrucino), 13 febbraio a Campobasso (Teatro Savoia), dal 15 al 25 febbraio a Roma (Teatro Ambra Jovinelli), 27 e 28 febbraio in Abruzzo (Teatro Stabile), dal 2 al 4 marzo a Bologna (Teatro Duse), 6 e 7 marzo Carrara e infine 10 e 11 marzo a Pontedera (Teatro Era). Alcune date potrebbero essere ancora in via di definizione.

Nel cast, oltre a Marchioni e Montanari, troviamo Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Nina Torresi, Alessandra Costanzo, Andrea Caimmi e Nina Raja. Produzione Khora.teatro in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana.

Auguriamo anche che “Il più bel secolo della mia vita” (diretto da A. Bardani e L. Di Capua) in cui Montanari è stato co-protagonista con Giorgio Colangeli, possa essere ripreso, con la possibilità di farlo circuitare. «Lo abbiamo rappresentato nella capitale e in provincia per quattro anni» ci ha raccontato «ed è stato un successo enorme di spettatori, con l’apparato romanesco in mano a Giorgio, il quale è talmente elegante, che non trasmette mai la sensazione di essere volgare, dà vita, anzi, a un omaggio stupendo verso un’antica romanità che non esiste più (quella di Remo Remotti o Funari)».

 

Credits

Ufficio Stampa Francesco Montanari: Factory4

 

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