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GABRIELLA PESSION

«Mi sono riappropriata del senso di libertà»

 

Occhi verdi e un volto che può essere acqua e sapone o trasformarsi in un ritratto d’altri tempi. Dialogando con lei emergono subito due qualità: limpida e vulcanica. L’attrice ha da poco svestito i panni di Tosca nella serie “Oltre la soglia”, rimanendo impressa nel cuore e nella mente di chi l’ha seguita.

 

di Maria Lucia Tangorra

 

Quale valore ha “Oltre la soglia” per te e sul piano della tv generalista?

Daniele Cesarano – direttore della fiction Mediaset e uomo di grande spessore e cultura televisiva – voleva alzare l’asticella. È un lavoro del tutto nuovo perché in primis pone al centro una protagonista fuori dagli schemi anche rispetto alla tv nostrana – è una schizofrenica e al contempo un primario. Parliamo di un ruolo femminile anticonvenzionale, spesso politicamente scorretto, delle volte brusco e allo stesso tempo empatico, tenerissimo e fragile e questa è stata una chance. Si desiderava portare sul piccolo schermo delle zone oscure che appartengono alla natura umana. Ci si trova di fronte a un personaggio paradossalmente vero perché non potrebbe esserci una schizofrenica psichiatra e in tal senso è un supereroe, che si confronta con la caducità della vita e l’imperfezione. In più questo progetto ha avuto il coraggio di affrontare il tema delicato della malattia mentale tra gli adolescenti.

 

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Come mai non si riesce ancora a sdoganare questo argomento?

La malattia mentale è impalpabile, è un “mostro” che uno ha dentro e che può provare a nascondere fino a quando non esplode. È qualcosa di sopito negli animi e che spesso si ignora, anche a causa di un nostro retaggio culturale. C’è ancora chi pensa che si va dallo psicologo perché si è matti e questa è una posizione molto ingenua, derivante anche dalla poca informazione a riguardo. Si ha paura di ciò che non vediamo e noi abbiamo voluto rendere visibile quel “mostro”.

 

Cos’hai scoperto grazie a Tosca?

In ventitré anni di professione è in assoluto il personaggio che mi ha toccato di più. Girando questa serie ho perso molta vanità. Per interpretarla mi sono messa a nudo, non ho un filo di trucco, non sono pettinata e nelle ultime due puntate sono stravolta. Non ho avuto paura perché desideravo rendere veramente autentica l’esperienza della malattia e cosa significasse. Non potevo farlo interessandomi al mio aspetto fisico.

 

Attualmente sei in tournée per il secondo anno con “After Miss Julie” (regia di G. Solari). Presentandolo avevi dichiarato: «volevo scegliere un personaggio che avesse per me un valore anche per farmi re-innamorare del mio mestiere». È accaduto?

Dopo aver macinato tv per anni, ho avuto la necessità di fermarmi e dedicarmi a qualcosa che mi riportasse all’essenza del mestiere attoriale. Poter stare 15 ore su una scena, dimenticandosi di mangiare perché vuoi arrivare a portarla a casa in maniera che arrivi da tutte le angolazioni, è un’occasione. In tal senso l’attore è un medico dell’anima poiché si entra all’interno di un personaggio e lo si fa incontrare con una parte di se stessi. Non trovavo più questa poesia meravigliosa legata alla mia professione per via anche dei tempi serrati sui set delle fiction. Tosca l’ho amata follemente perché mi ha fatto re-innamorare, però è arrivata dopo tanti anni di televisione ripetitiva con progetti che non lasciavano un segno. “After Miss Julie” rientra in questa mia ricerca cominciata tempo fa quando lo vidi a Londra, mi appassionai al testo di Marber, comprai i diritti, lo feci tradurre e dopo aver vagliato diverse opzioni, ho deciso di realizzarlo col Teatro Franco Parenti.

 

La tua prima importante esperienza teatrale l’hai avuta con “Storia d’amore e d’anarchia”, diretta dalla Wertmüller. Cosa ti ha lasciato?

È stata formativa del mio percorso artistico. Ho conosciuto Giuliana De Sio – una delle mie più care amiche – ed Elio, rapportandomi con delle persone con un alto grado di talento e non capita tutti i giorni. Lina poi è un genio assoluto.

 

Hai girato due film in Spagna, che ricordi conservi?

Bellissimi, mi sono sentita veramente accolta in un gruppo. Ho girato a Barcellona la commedia “Mucho Mejor” e a Madrid “Le tredici rose”, un film importantissimo sul piano del tema trattato poiché ricordava le tredici ragazze fucilate dai franchisti. Ha spaventato molto gli animi in Spagna perché tirava fuori un argomento che avevano cercato di seppellire.

 

Cosa ti ha fatto scattare la consapevolezza di donna e artista in questi 23 anni di carriera?

Indubbiamente cerco di fare un percorso personale. Ho prodotto il progetto teatrale in cui credevo, ho interpretato il ruolo della vita per il piccolo schermo e adesso sto scrivendo un film.

 

Quindi, secondo te, in questo momento storico-culturale ci si deve andare a prendere ciò che si ama?

Totalmente. Tutto quello che faccio lo voglio e lo creo. Ho una carriera di successo, non posso lamentarmi, però, a essere molto sincera, non è stato facile. Ciò che ho realizzato l’ho conquistato con enorme fatica, macinando provini su provini, pure negli Stati Uniti. Da una mia idea, con Garbo Produzioni, abbiamo lavorato su una serie thriller intitolata “Il debito”, non so se si riuscirà a concretizzare, ma ci siamo impegnati molto. Parallelamente ho commissionato sei sinossi per un altro progetto, “The Tide”, tutta girata in inglese.

 

Quali sono i muri che hai dovuto abbattere?

Li abbatto tutti i giorni in quanto viviamo in una società in cui conta di più quanto ti fai vedere e urli più forte di un altro e non ciò che comunichi. Nella mia maniera di vivere questa professione abbattere dei muri consiste nel trovare una propria autonomia e identità coerenti con te stessa a prescindere dalle leggi del mercato, che tirano per la giacchetta per fare qualcosa che non ti corrisponde. Questo è difficilissimo perché può comportare lo stare ferma dei mesi e vuol dire assumersi dei rischi enormi. Ho una pulsione a essere indipendente come artista.

 

Quali sono, invece, i punti di svolta che hanno mutato la percezione di te?

Nonostante abbiano provato ad affibbiare delle etichette, non possono farlo perché ho dimostrato di essere autonoma come percorso e testa. La percezione è cambiata con il fare, andando anche in una direzione anticonvenzionale, che mi ha tenuta ferma 17 mesi, creandomi non poche difficoltà perché ho detto dei no che forse non avrei dovuto dire. Così facendo magari ho scontentato qualcuno e mi sono assunta tutte le responsabilità di scelte anche impopolari. Però oggi sono felice.

 

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Tempo fa avevi affermato che ti mancava il senso di libertà, stando a quanto ci racconti, oggi c’è?

Sì, me ne sono riappropriata. È come una caduta libera giù dall’aeroplano, prendi tanta aria sul volto, hai paura, ma è bellissimo perché vedi tutto da lontano, con un’altra prospettiva e ti apri a nuovi orizzonti. Ho anche un marito che lavora negli Stati Uniti adesso (è entrato nel cast di  Grey’s Anatomy, nda) e con mio figlio lo raggiungeremo. Andare a Los Angeles non era nei miei piani, sarà un altro capitolo della mia vita. Non so cosa ne sarà, però trovo che sia più interessante – come persona e temperamento – avere questa libertà di poter esplorare piuttosto che la sicurezza data da cose ripetitive e poi magari ti ritrovi alla fine dell’esistenza che hai fatto tanto, ma ciò che davvero avresti voluto realizzare non hai avuto il coraggio di farlo.

 

Cosa non è stato ancora colto di te?

Tutto. Ho fatto un po’ pace con questo. Non sono pop di testa, faccio molta fatica a collocarmi e questo può portare a essere incompresa, ma credo che nel lungo raggio darà i suoi frutti, se avrò da darli [afferma umilmente]; altrimenti avrò comunque portato avanti una vita all’insegna di una ricerca artistica mia che, per quel che mi riguarda, è più importante del compiere un percorso protetto.

 

Concludiamo questo viaggio toccando un tasto delicato. In “Voci” di Giraldi si trattava la questione della violenza coperta dalle omertà familiari. Data la tua sensibilità, cosa pensi si possa fare almeno per diminuire questo fenomeno?

Ho realizzato tantissime campagne su questo e l’unico motivo per cui scelsi di interpretare Rossella (liberamente ispirata alla figura, realmente esistita, di Ernestina Paper, nda) nell’omonima fiction Rai è stato proprio per ciò che ha rappresentato. Nel ‘900 è stata la prima donna a denunciare la violenza domestica da parte del marito e a rivendicare la propria dignità. Alla stessa tematica appartiene “L’amore rubato” tratto da un romanzo della Maraini. Credo che tutto parta dal nucleo familiare. Ho un figlio maschio al quale sto insegnando il rispetto di se stesso e delle donne già ora, che non si alza la voce e che la figura femminile è fisicamente (non su altro) più debole contro la potenza di un uomo. I dati sul femminicidio sono sconcertanti, viviamo ancora in un mondo fortemente maschilista. Sussiste ancora la convinzione che la donna si possa meritare certe azioni. Poi bisognerebbe dare ascolto a chi ha il coraggio di denunciare, che troppo spesso non viene preso sul serio.

 

Gabriella Pession è in tournée con lo spettacolo fino a fine gennaio. Prossimamente la vedremo nel film “Da domani mi alzo tardi” tratto dall’omonimo romanzo di Anna Pavignano, sceneggiatrice di diversi film (tra cui “Il Postino”) e compagna per una parte di vita di Massimo Troisi.

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