Top

Gaspare Buscemi

«Un’enologia naturale e artigiana trasforma il prodotto secondo le logiche della natura. Non modifica né aggiusta, ma trasferisce nel vino la qualità dell’uva nella maniera più integra possibile»

Intervista all’enologo vinificatore friulano, l’“artigiano del vino” di Conegliano che da anni si distingue nella realizzazione di vini che chiama “d’Artigianato”, perché prodotti secondo criteri rigorosamente naturali.

di Elisabetta Bartucca

Crede in un’enologia di qualità e non correttiva o di “aggiustaggio” come gli piace definirla, è un grande sostenitore del naturale e del recupero di una tradizione contadina e artigiana. Per questo Gaspare Buscemi si fa chiamare «artigiano del vino», instancabile e laborioso sperimentatore friulano, che si forma alla scuola di enologia di Conegliano e inizia a trovare la sua strada sin dai primi anni ’60: prima in diverse cantine industriali; e subito dopo nel 1966, come direttore tecnico del Consorzio Tutela Vini del Collo e dell’Isonzo, per poi aprire nel 1973 la prima azienda artigiana di assistenza tecnica e servizi di cantina ai viticoltori, per consentirgli di vinificare le proprie uve e di imbottigliare i propri vini.
Un’ azienda rigorosamente a conduzione familiare e dove tutto viene lavorato con attrezzature che lui stesso si è preoccupato di costruire negli anni. All’inizio della chiacchierata lo ritrovo alle prese con una nuova macchina, una zappatrice che, mi spiega, «serve a pulire il terreno sotto la vite così da non usare diserbanti; grazie ad attrezzature come queste, che permettono anche la lavorazione delle uve in vigneto dove sono più integre e sane e dove le bucce e i raspi possono essere distribuiti per restituire al terreno sostanze utili piuttosto che doverle smaltire a pagamento, il mondo dell’enologia potrebbe semplificarsi e cambiare».
Le macchine di sua invenzione sono in particolare quelle di cantina, che aiutano a realizzare vini quanto più possibile rispettosi delle qualità contenuta nelle uve compresa la capacità di crescere qualitativamente per molti anni. È così che sono nate le sue bottiglie di oltre 14 anni, ma oggi anche di oltre 30, chiamate per questo motivo “Riserve massime”, o gli spumanti “Perle d’Uva” o anche la più semplice linea di cuveè classiche “VinOro” e “ViNero”.

 

 

Come è stato il suo primo incontro con il vino?
Credo di aver fatto del lavoro una passione, a scuola di enologia ci sono finito quasi per caso; all’epoca non è che si potesse scegliere tanto, in genere si andava nel posto più vicino e meno costoso. Poi mi è anche piaciuto, ma ricordo che agli esami il mio presidente di commissione sosteneva che non ero fatto per questo tipo di lavoro: «Staresti bene dietro lo sportello di una banca», mi disse.
Penso che sia una questione di attitudine, predisposizione, formazione, quella che adesso non c’è più, quella che ti incuriosisce e ti fa apprezzare e scoprire certe cose. Una volta si era molto più attivi, la vita dipendeva da quello che facevi, da quanto ti impegnavi e dalle tue decisioni, le stesse che oggi invece dipendono quasi sempre dalle scelte altrui. C’è una mentalità più incline alla passività, dipendente e la formazione individuale della persona è quasi scomparsa. Siamo tutti spettatori e critici, si parla tanto ma si fa poco, non sappiamo più neanche aggiustare un rubinetto.

 

 

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi