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GIORGIO MARCHESI

 «È fondamentale non bruciare le tappe»

 

Uno sguardo fiero e intenso che pone a servizio dei ruoli a cui dà vita, spaziando tra i vari generi, spinto dalla voglia di mettersi in gioco. Recentemente lo abbiamo visto nei panni di Giacomo Spinelli (oppositore di Lorenzo il Magnifico) ne “I Medici 3” (disponibile su RaiPlay e Netflix) e nella fiction Mediaset “Oltre la soglia”.

 

di Maria Lucia Tangorra

 

«La malattia mentale è ancora un tabù e in questa serie si è scelto di raccontarla senza quella comfort zone tipica della fiction italiana. Il pubblico tradizionale può aver fatto un po’ più “fatica” (sul piano della ricezione), ma credo che sia giusto sperimentare strade nuove. Il futuro è dietro l’angolo e noto il tentativo di creare dei prodotti che abbiano anche un percorso che vada oltre i confini italiani». Con orgoglio Marchesi ci ha parlato di “Oltre la soglia”, andata in onda sulla tv generalista e di cui ci auguriamo possa esser colto – col tempo (nonostante i dati auditel non abbiano adeguatamente premiato) – sempre più il valore e la qualità del progetto. Nello stesso periodo su Rai1 sono state trasmesse le puntate della terza stagione de “I Medici”, dove si è confrontato con attori internazionali, girando in inglese. «Lavorare con artisti di varia provenienza dà vita a un tipo di comunicazione differente, con un ascolto attoriale molto profondo».

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In più di vent’anni di carriera l’attore bergamasco ne ha macinata di strada e abbiamo voluto ripercorrere con lui pure dei passaggi forse meno noti al grande pubblico, com’è stata l’esperienza teatrale in cui è stato diretto da Irene Papas e che rievoca con affetto: «noi italiani abbiamo lavorato con La Fura dels Baus che, all’epoca, era una compagnia super all’avanguardia e sembrava sposarsi poco con la tradizione della tragedia classica per come veniva concepita da noi. “Le Troiane” ed “Ecuba” sono stati due spettacoli diversi l’uno dall’altro. Mi colpì la capacità innata della Papas, da greca, di entrare profondamente in quelle opere. È un po’ come avviene per noi con Eduardo».

Nel 2012 è stato tra i protagonisti di “The Coast of Utopia” di Tom Stoppard e la regia di Marco Tullio Giordana. Una vera e propria utopia «perché eravamo ben 30 attori, tutti con la paga ai minimi sindacali. È stata un’operazione desiderata, uno spettacolo del cuore per molti di noi se consideriamo pure i tre mesi di prove. Tutti ci eravamo messi a disposizione di una messa in scena complessa, che prevedeva ben tre parti (Viaggio-Naufragio-Salvataggio, nda) e magari in una avevi uno spazio maggiore, nell’altra minore, il tutto a servizio di un kolossal. Al centro c’erano i grandi rivoluzionari russi. Io davo volto a Turgenev, che guardava con distanza – da scrittore – ai moti, non partecipando direttamente a queste passioni umane». Riflettendo sull’oggi, con lungimiranza ci ha risposto: «è rivoluzionario pensare al futuro delle prossime generazioni, non essere troppo cinici né essere legati a dinamiche troppo commerciali e concentrarsi sui bisogni primari dell’uomo come mangiare, dormire e riscoprire la vera relazione con l’altro» e non solo tramite social.

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Marchesi ha ben presente cosa significhi la gavetta: «ho cominciato in un teatro dove tutti facevano tutto, negli allestimenti pensavamo a ogni aspetto, dalle luci alle musiche al lavoro sul testo. Senz’altro è stato un esordio formativo. Quando sono arrivato a Roma, ho iniziato a fare solo l’attore. Attualmente noto una frenesia nel pensare di passare alla direzione degli interpreti o che tutti possano cimentarsi nella drammaturgia. Ritengo sia fondamentale non bruciare le tappe, bisogna farsi le ossa e avere una sana modestia, partendo dalle piccole cose così da vedere come funzionano». Ripensando al proprio percorso rintraccia alcune chiavi di volta nel 2008 e «poi nel 2015, quando, dopo diverse serie, ho cercato un po’ più di libertà per cui ho detto dei no, di cui puoi pentirti o meno, ma a un certo punto dell’iter professionale non prendi tutto ciò che arriva, ma provi a scegliere solo in base a ciò che ti colpisce. Un’altra svolta è avvenuta interpretando personaggi negativi e mi auguro che il pubblico apprezzi il desiderio di mettersi in gioco e non volersi ripetere». Con grande soddisfazione ci ha parlato del suo Sergio Einardi ne “L’allieva 2”, «l’antagonista che aveva solo da perdere nell’andare a interferire su una coppia così amata (costituita da Claudio Conforti/Lino Guanciale e Alice Allevi/Alessandra Mastronardi, nda). Lavorando sulla sua tridimensionalità, è stata una sorpresa cogliere come il pubblico abbia imparato ad apprezzarlo» (parteciperà anche alla terza stagione de “L’allieva”, molto attesa). Un altro ruolo con cui ha fatto breccia nel cuore degli spettatori è stato quello di Raoul Rengoni nella fortunata fiction Rai “Una grande famiglia”, «vestendone i panni» – ci ha rivelato – «ho riflettuto su come reagisco di fronte a certe situazioni. Lui era molto viscerale e anch’io funziono più d’istinto». Guardando avanti ci ha confessato: «mi piacerebbe incarnare un personaggio sciupato dalla vita e dolente». Nel futuro prossimo (fino ad aprile) lo aspetta la tournée di “Mine Vaganti” dall’omonimo film di Özpetek, che firma la sua prima regia teatrale. Con l’entusiasmo di chi desidera continuare a calcare le tavole del palcoscenico con uno spettacolo che lo stimoli, ci ha detto: «per la pièce cambio parte: interpreto il fratello maggiore gay (al cinema era Alessandro Preziosi a dargli corpo, nda). Con Ferzan si crea un ottimo scambio tra ciò che propone e quello che arriva da noi. È una storia divertente, con molti momenti comici e temi importanti dall’omosessualità ai rapporti familiari». Sul set di quel lungometraggio e della miniserie “La strada dritta” ha avuto modo di lavorare con Ennio Fantastichini (di cui rimpiangiamo la scomparsa) ed è col suo ricordo accorato che concludiamo questa chiacchierata: «era un uomo dal talento assoluto, viveva con estrema serietà e in maniera totalizzante l’esistenza. Ho apprezzato anche la linea che perseguiva: ha sempre realizzato dei progetti perché ci credeva profondamente e mai per questioni economiche» e sembra proprio che Marchesi voglia far tesoro di questo.

 

 

Credits Ufficio Stampa Giorgio Marchesi: Factory4

 

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