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GIORGIO TIRABASSI – «Non ho mai sacrificato la vita privata per il lavoro»

Di maschere ne ha indossate tante nella sua carriera e molte altre ne indosserà. Giorgio Tirabassi è la dimostrazione che sotto quelle che l’attore deve indossare ci deve essere in primis un grande interprete. Artista multiforme in grado di muoversi con scioltezza tra cinema, tv e teatro, ha da poco firmato la regia della sua opera prima,“Il grande salto”. Lo abbiamo intervistato al Prato Film Festival 2019 dove ha vinto il premio per il migliore attore con il corto “Ametista” di Alessio Pasqua.

di Francesco Del Grosso e Maria Lucia Tangorra

In quale momento della tua carriera sei?
Ho esordito dietro la macchina da presa con “Il grande salto” (in sala dal 15 giugno, nda) e mi piacerebbe pensarne un altro. Parallelamente proseguono gli impegni come interprete e coltivo la mia grande passione per la musica suonando con una band.

Quale valore ha avuto per te riprendere un caposaldo come “La commedia di Gaetanaccio”?
È uno spettacolo che avevo avuto modo di vedere quarant’anni fa, seguivo Gigi Proietti e Luigi Magni (autore dell’opera, nda). Testo e canzoni sono mera-vigliosi. Quando mi hanno proposto di farlo rivivere ho accettato subito, anche con un po’ di incoscienza perché il personaggio è molto impegnativo. Mi auguro di poterlo ancora portare in tournée.

Cosa porti con te del lungo lavoro compiuto con la compagnia di Proietti?
È stato un vero e proprio periodo di formazione, una scuola sul campo come non ce ne sono visto che ho potuto osservare un artista di quel calibro, ogni sera, nel rapporto col pubblico. Si assorbe tantissimo se si ha voglia di imparare.

Cosa della romanità non è stato ancora colto e che provi a far veicolare nei tuoi spettacoli?
Ad esempio il romanesco colto di Magni e di Zanazzo o quello del Belli. Io non amo molto la macchietta moderna, non fa bene a Roma, ai romani né al romanesco, che invece è una lingua che avrebbe bisogno di essere conosciuta meglio.

Nel corso della tua carriera hai mai percepito la volontà di ingabbiarti in un ruolo specifico e come hai arginato questo pericolo?
Semplicemente pronunciando dei no e operando delle scelte ben precise come quella di non avere mai lasciato Roma per un’altra città perché ci tenevo e ci tengo tuttora a coltivare l’aspetto famigliare. Non ho mai voluto sacrificare la vita privata per il lavoro. Sono quasi quarant’anni che faccio questo mestiere e continuo a dare un peso molto grande alla famiglia. Il decidere o no di fare qualcosa è dipeso tantissimo da questo equilibrio che ho voluto dare a vita e carriera.

L’iter professionale, come accennavi, è fatto anche di no detti. Ce n’è uno che oggi non ridiresti?
Nel 1998 ho preso parte a “La cena” di Ettore Scola, il quale si era trovato molto bene con me. Tre anni dopo mi propose di entrare nel cast di “Concorrenza sleale”, ma in quel periodo stavo girando “Distretto di polizia” ed ero impossibilitato e mi dispiacque tanto aver dovuto rinunciare a quella collaborazione.

Una parte come quella del commissario Ardenzi in “Distretto di polizia”, quanto toglie e quanto dà?
Senza dubbio conferisce una grande popolarità, quella che generalmente offre la televisione a chi la fa. Una popolarità che ti permette anche di fare molto teatro e con una facilità incredibile perché il pubblico che ti ha amato sul piccolo schermo decide di venirti a vedere anche quando reciti su un palcoscenico. Dall’altra parte ti toglie la possibilità di fare cinema, vuoi per i tempi lunghi che richiede la serialità, vuoi perché molti registi vedono ancora chi fa molti progetti televisivi come un attore di serie B. In tal senso, è una sorta di ghettizzazione.

Nel 1994 hai recitato in uno dei film violenti della cinematografia italiana, ossia “Il branco”. Lo rifaresti pensando a tutto quello che adesso avviene quotidianamente nella realtà?
Quello è uno dei film più duri ai quali ho preso parte. Siamo stati due mesi di notte in un bosco a dare il peggio di noi stessi. Era un lungometraggio importante diretto da Marco Risi, tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Carraro, ispirato ad una scabrosa vicenda realmente accaduta nella provincia romana nel 1983, quando due turiste tedesche in vacanza in Italia vennero prima sequestrate e poi violentate da un gruppo di giovani balordi. Mentre lo giravo, tutte le notti facevo degli incubi tremendi. Adesso se mi chiedessero di partecipare a un film come quello direi di no, perché non riuscirei più a dare il peggio di me in scena. Quando venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia fu tanto criticato. Uma Thurman che era in giuria andò via indignata e lo capisco perché la pellicola mostrava il punto di vista del carnefice di uno dei fatti più efferati della cronaca nera nostrana.

Quale responsabilità hai avvertito con progetti come “Paolo Borsellino” e “Liberi sognatori: A testa alta – Libero Grassi”?
In primis va dato merito a chi li ha prodotti. Sicuramente è una grande responsabilità, condivisa con chi quei progetti li ha sceneggiati e diretti. Fare rivivere sullo schermo persone realmente esistite, tanto più se si tiene conto dei famigliari, è un compito importante e al contempo delicato da portare a termine. Con la fiction su Borsellino, ad esempio, ci sono arrivate migliaia di lettere di ragazzi che hanno scelto di studiare giurisprudenza dopo averla vista. Quando un film, indipendentemente se per il piccolo o grande schermo, riesce a smuovere così tante coscienze, allora l’orgoglio di avere fatto qualcosa di pubblica utilità è grandissimo.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Girerò una fiction in sei puntate dal titolo “Il Nido”, diretta da due dei tre autori di “Boris”, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, che andrà in onda nella nuova stagione seriale di Rai Due, quindi a partire dall’autunno 2019. Nella serie vestirò i panni di un avvocato civilista, Michele Venturi, imputato per corruzione, che sceglierà come domicilio coatto l’appartamento dell’ex moglie. Al cinema invece sarò nel cast del nuovo film di Gabriele Mainetti, “Freaks Out”.

Credits Ufficio Stampa Prato Film Festival: Carlo Dutto

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