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Giulio Beranek | Red Carpet Magazine

GIULIO BERANEK

“Sono un “ragazzo di strada” all’ennesima potenza”

Intervista all’attore, esordiente nelle vesti di scrittore col romanzo “Il figlio delle rane”

di Maria Lucia Tangorra

Ha bucato lo schermo col suo volto, dando corpo a personaggi rimasti impressi nella memoria, da Tiziano in “marPiccolo” (il suo esordio cinematografico, regia di Alessandro Di Robilant) a Lorenzo nella fiction Rai “Tutto può succedere” (regia di Lucio Pellegrini e Alessandro Angelini).

Lo scorso novembre lo abbiamo visto nell’ultimo lavoro dei fratelli Taviani, “Una questione privata”, liberamente tratto dall’omonimo testo di Beppe Fenoglio, ma Giulio Beranek ha ancora tutta una strada in salita da percorrere. In maniera limpida e propositiva si è raccontato, tra vita personale e professionale, senza aver alcun timore di “esporsi” su tasti più delicati.

Partiamo da un suo progetto “Particolare”: da cosa nasce l’urgenza di dar vita a un libro anche un po’ autobiografico?

Si tratta di un romanzo di formazione, nella prima parte ho attinto a tutto il mio passato – mi riferisco all’infanzia coi trascorsi tra le giostre. L’ho scritto a quattro mani con Marco Pellegrino e dovrebbe uscire con Bompiani a marzo col titolo “Il figlio delle rane”. Egoisticamente parlando è un’esigenza in primis personale, avevo fatto diversi tentativi di raccontarmi tramite un soggetto per un lungometraggio o sotto forma di diario. Tirando le somme, però, ho notato che avevo raccolto diverso materiale e, dopo una prima versione grezza, ho cominciato a lavorarci con Marco per dare una struttura letteraria al romanzo.

Chi vorrebbe intercettare come lettore?

È un racconto che va bene per tutti, come se fosse una giostra per famiglie. Mi piacerebbe che lo leggessero soprattutto i ragazzi e tutte quelle persone che fanno ancora un po’ di confusione tra il mondo che mi ha cresciuto, che è quello degli esercenti e dello spettacolo viaggiante, e non dei rom.

Un’altra delle prerogative di questo romanzo consiste proprio nel voler fare proprio chiarezza ai più su ciò che è questo mondo, raccontandone anche il dietro le quinte e la grande dedizione che ci mettono coloro che lo animano.

Si è creata un po’, forse, un’immagine distorta su quest’ambiente…

Sì, discriminante, soprattutto se si pensa al valore che la parola giostraio ha assunto nel tempo. Ci tengo anche a dire che né io né Marco ci siamo nascosti dietro un dito, nel senso che il testo percorre anche una linea nera, senza aver paura di narrare anche il marcio, trasmettendo come ciò possa esserci in quel mondo così come in tutti gli altri settori lavorativi.

Prevalentemente parliamo di una comunità che ha molto a cuore il proprio mestiere e che vive il Paese probabilmente più di altri, visto che lo gira in lungo e largo.

Dal suo punto di vista, l’arte circense ha ancora senso di esistere?

L’arte circense, nello specifico, è qualcosa che ho vissuto furtivamente. La mia è una famiglia di circensi, mio nonno è parente dei Togni (è uno dei più famosi e antichi spettacoli viaggianti d’Europa, nda), da ragazzo facevo il trapezista, però, già da appena nato, i miei lavoravano al luna park per cui riesco a parlare con più cognizione di causa di quest’ultima realtà. Il circo, da figlio di circensi, credo che sia una tradizione popolare che va tutelata, anche se io ho una visione degli animali nel circo del tutto lontana da quella che possono avere i miei parenti del settore. Ritengo che gli animali debbano vivere nel proprio habitat, al circo bastano gli artisti. Certamente vengono ben curati, d’altro canto sono convinto che gli si può dedicare tutte le attenzioni possibili, ma un elefante ha necessità di stare nella savana, non in una gabbia, non è nella sua natura.

Giulio, all’ultima mostra internazionale d’arte cinematografica di venezia è stata presentata l’opera prima di Dario Albertini, “Manuel”, in cui interpreta l’amico del protagonista. Il suo personaggio trasmette il desiderio del guadagno facile e l’idea del destino già scritto. Volevate arrivasse questo?

Quando sono stato contattato, il regista aveva bene in mente che tipo di personaggio dovessimo realizzare, infatti sono stato preso subito dopo il primo incontro.

La sceneggiatura mi ha dato modo di andare a pescare nel background privato, in più ho avuto carta bianca – la mia scena col protagonista (interpretato da Andrea Lattanzi) è quasi tutta improvvisata.

L’elemento del destino già scritto è esattamente ciò che si evinceva leggendo il copione. Non sappiamo se siamo riusciti a far emergere l’idea iniziale, che consisteva nel rappresentare un amico vero, di quelli che si incontrano per strada, tant’è che ha in sé una durezza; in realtà egli cerca di mettere alla prova a Manuel.

Al cinema spesso si sta optando per tratteggiare l’umanità delle periferie, anche lei ritiene che non ci sia possibilità di scampo per chi nasce in alcune zone?

Io credo che la gabbia che ti contiene dal giorno in cui nasci determini tantissimo le scelte future.

Sono molto legato all’argomento perché non sono un semplice “ragazzo di strada“, ma lo sono all’ennesima potenza essendo nato sulla 16bis, in una roulotte di un quartiere popolare dove i ragazzi sono quelli che vengono denominati, appunto, “ragazzi di strada”. Io vivevo sui marciapiedi di quelle strade, per cui conosco molto bene sia la periferia che la strada. Sto scrivendo un soggetto che dovrebbe diventare molto probabilmente un film nel corso del 2018 in cui si esprime proprio il concetto di come, in alcuni posti, la vita possa valere anche solo 50€. Il luogo di nascita è ancora oggi, ahimè, molto influente su quello che poi sarai e sulle opportunità.

Come si può fare per costruirle?

Non saprei dirlo in generale. Io sono stato un ragazzo molto fortunato e non dimentico mai di ringraziare la chance avuta quando A. Di Robilant, per caso, mi ha scoperto nel liceo dove stavo frequentando l’ultimo anno a Taranto. Se non ci fosse stata quella possibilità, sicuramente Giulio Beranek avrebbe preso un’altra direzione – e quella che stavo percorrendo prima di iniziare a girare il film non era illuminatissima. La fortuna, quindi, è stata determinante, mi ci sono aggrappato a denti stretti e, al contempo, ho studiato e mi sono impegnato, cercando di meritarmi sul campo quello che mi era accaduto. Purtroppo, ad esempio, nel quartiere dove ho vissuto gran parte della mia vita, vedo ragazzi che in dieci anni non sono cambiati di una virgola perché non hanno nulla che li stimoli e da tarantino acquisito credere nelle istituzioni, nella politica o in un futuro migliore è molto difficile.

Sono contento che il progetto che sto scrivendo con Andrea Cotti e un altro sceneggiatore – il titolo provvisorio è “La 50€” – venga girato a Taranto, mi fa piacere poter dare lavoro a un po’ di persone del luogo. Non mi interessa né voglio raccontare una realtà che non conosco o un mondo dove va tutto bene. Mi preme porre al centro dell’obiettivo della macchina da presa persone che non ce la fanno, spaesate e perse.

Tra i suoi lavori recenti troviamo “Lasciati andare” di Francesco Amato. Pensando alla sua professione precedente, si potrebbe concepire il suo personaggio come un alter ego?

Sì, è la parte più nascosta. Innanzitutto impersonavo un calciatore e quindi, come dicono a Taranto, “stiamo parlati” essendo ciò che masticavo poco prima di intraprendere la carriera d’attore (ha giocato nelle giovanili dell’Olimpiakos, nda). Detto questo, emergeva già in scrittura tutta la rabbia di Yuri dovuta alla frustrazione di non poter dirsi né dire agli altri ciò che era (si riferisce all’orientamento sessuale, nda), vivendo in un ambiente maschiocentrico.

Non so quanto si possa parlare di alter ego, ma senz’altro ho potuto appoggiarmi a corde che conosco e suono.

Crede nell’analisi (Toni Servillo interpretava un analista, nda)?

Ho sofferto di attacchi di panico e quant’altro e ciò che mi ha tirato più su in un periodo davvero difficile è stato il trattamento farmacologico. Non ho alcun problema nel dirlo. Parlare fa senz’altro bene; credo, però, che, per quanto riguarda il percorso di psicoterapia e tutte le forme annesse, ci voglia un animo predisposto a essere curato con quella modalità poiché per molti è quella più adeguata. Varia dai casi. Personalmente ho iniziato a soffrire di attacchi di panico a causa del cambio repentino di vita: sono passato dallo stare in roulotte a vivere in una casa al centro di Roma e lo “shock termico” è stato fortissimo. A seguito di quattro-cinque mesi di ansie devastanti, l’impossibilità di compiere delle azioni quotidiane come può essere fare la spesa e vari dolori psicosomatici – senza contare i lavori persi – ho dovuto prender la situazione di petto. Adesso sto meglio, certo è qualcosa che ti resta dentro.

Giulio, lei ha un forte legame con la Puglia, terra anche di approdo. Qual è il suo sguardo sull’integrazione e su come venga raccontata al cinema?

Io trovo che un po’ si siano inflazionati i racconti di formazione in periferia, in particolare in merito ad alcuni elementi. È giusto che ci siano perché sono attuali, tuttavia comincio ad avere bisogno di qualcosa di differente e a provare un forte fastidio nei confronti di produzioni e distribuzioni che cercano sempre di edulcorare la realtà per renderla un po’ più appetibile a dei possibili spettatori.

A suo parere ciò si verifica perché si teme la risposta del pubblico?

Sì perché, come si suol dire, la gente ha bisogno della favola quando va al cinema.

L’ingrediente fondamentale per fare questo lavoro – e me lo hanno insegnato Alessandro Di Robilant, Alessandro Angelini e Matteo Garrone (con quest’ultimo ha girato “Il racconto dei racconti”, nda) – è l’onestà. Un ragazzo che fa l’attore o che, come me, in questo momento, sta scrivendo, non può distaccarsi più di tanto da quello che è il proprio mondo [e affermando questo, Beranek comunica proprio onestà e uno sguardo di chi è ben calato nella realtà contemporanea e nutre il desiderio di trattare ciò che gli è vicino e lo smuove].

È nel cast di “Tutto può succedere”, una serie che ha conquistato di puntata in puntata gli spettatori. Qual è il concetto di famiglia che riuscite a esprimere e cos’è, invece, la famiglia per lei?

Per me la famiglia è qualcosa di più esteso rispetto alla famiglia Ferrario, anche se, sotto certi aspetti, è molto simile visto che nella fiction abbiamo a che fare con una grande famiglia. Per quanto riguarda il percorso di Lorenzo (il suo ruolo, nda), è un ragazzo che ha provato ad entrare in una dimensione diversa dalla propria, nel tentativo di farsi accettare per quello che era. Ritengo di poter tranquillamente affermare che “Tutto può succedere” sia un prodotto nuovo nel panorama della serialità, contribuendo, insieme ad altri lavori, ad alzare l’asticella della fiction Rai.

Al di là della famiglia ampliata, si possono avere comunque dei punti di riferimento? Spesso si associa questo concetto alla casa…

I punti di riferimento famigliari sono mia madre e mio padre, allargando il raggio posso includere mio nonno, è stato per me un grande esempio.

Nella mia prospettiva il luogo era un pezzo di terra dove ogni settimana andavo a costruire il nostro villaggio mobile e la settimana dopo ce ne andavamo. Sono nato in un posto che non ho mai visto perché i miei erano di passaggio mentre venivo al mondo – si stavano spostando tra una festa patronale e l’altra, in Puglia. L’idea di luogo è una roulotte, per me le fondamenta della casa hanno le ruote; per tali ragioni non mi è semplice parlare di un legame verso un luogo piuttosto che un altro. L’unico posto dove mi sento davvero a casa è nella mia roulotte accanto a mamma e papà.

Dall’esterno mi rendo conto che possa trasmettere un’idea di freschezza, dall’interno, però, è come sentissi continuamente un “homeless”, come se fossi senza posto – ed è paradossale – e costantemente in cerca. In fondo so che il mio posto è tutti i posti. Credo che a trent’anni, con la vita che ho avuto, sia anche normale non aver compreso appieno alcune cose.

A proposito di altri impegni, ci anticiperebbe qualcosa de “Il Cacciatore” (prossimamente in onda su raidue, nda)?

Rispetto a “Tutto può succedere” passiamo a un altro genere: interpreto un boss delle Madonie alla fine degli anni ’80 e inizi ’90. È stata un’esperienza fantastica perché ho conosciuto un gruppo di lavoro eccezionale, composto da giovani autori e registi come Stefano Lodovichi e Davide Marengo, che credo siano il futuro reale del cinema italiano. Ho già avuto modo di vedere alcune scene e ne sono rimasto piacevolmente colpito.

C’è un genere che le appartiene maggiormente?

Sono una persona triste [verrebbe da definirlo più un ragazzo profondo], devo scavare nell’animo umano, quanto più riesco ad andare giù, più mi sento a mio agio.

Giulio, lei ha preso parte anche al film tv “renata fonte” (messa in onda prevista il 4 febbraio 2018 su canale5, nda)…

Lei lavorava nel Comune di Nardò, si occupava della tutela dei luoghi nel Salento, in particolare si batté per evitare la speculazione edilizia di Porto Selvaggio, lottando fino alla fine contro le bande criminali che volevano costruire degli stabilimenti ed è stata uccisa mentre rientrava a casa dopo un consiglio comunale. Mi ha fatto molto piacere poter prendere parte a questo progetto innanzitutto perché è una storia vera e, in secondo luogo, ho ha avuto modo di lavorare con Fabio Mollo, un altro di quei registi che, secondo me, segnerà il nostro futuro, basti pensare ai suoi due lungometraggi (“Il Sud è niente”, 2013 e “Il padre d’Italia”, 2017, nda) – non a caso è stato scelto lui per raccontare questa storia per cui era fondamentale un certo tipo di sensibilità. Per quanto concerne il film tv mi è capitato l’ingrato compito di dar volto a uno dei sicari della Fonte.

Giulio, da artista, ha senso realizzare lavori che raccontano di persone realmente esistite – in questo caso assassinate dalla mafia – e come si fa a non scadere nell’agiografia?

In un film o ti concentri su quell’elemento (intende l’omicidio, nda) o per approfondire, toccando adeguatamente pure le contraddizioni umane, è meglio optare per una serie.

Ritengo sia utilissimo ricordare alcuni personaggi; questo è uno dei compiti a cui deve assolvere chi fa questo mestiere. Rispetto al rischio dell’agiografia temo si torni al discorso della dinamica domanda-offerta.

L’appuntamento è in libreria e sullo schermo coi prossimi progetti di cui Giulio Beranek ci ha descritto storie ed emozioni.

 

Credits

Ufficio Stampa Giulio Beranek: Factory4

 

 

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