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GLI AMABILI RESTI: “Lessico familiare”

Lo spettacolo di teatro-danza firmato da Sara Lupoli e Loris De Luna, ha inaugurato lo scorso 5 aprile la rassegna “Aprile in danza” al Teatro Palladium di Roma.

di Umberto Garibaldi

Cinque performer, un tavolo, cinque sedie, degli utensili da cucina e la preparazione di un pasto che forse non sarà mai consumato. La scena, che si compone davanti agli occhi dello spettatore, ancora prima che intervenga qualsiasi forma di sospensione dell’incredulità, è l’incipit de “Gli Amabili Resti – Variazioni di famiglia con tavolo” (in scena lo scorso 5 aprile al Teatro Palladium di Roma), ideato e diretto da Sara Lupoli e Loris De Luna. Lei, classe 1987, è una danzatrice, coreografa, performer e attrice napoletana, lui è da qualche anno un volto noto della serie “Gomorra”, ma le tavole del palcoscenico sono il suo background, il luogo da cui tutto è cominciato: insieme mettono in scena una performance di rara grazia, frutto della sperimentazione più riuscita.
Lo spettacolo si muove nel territorio scivoloso dell’avanguardia: siamo lontani dalle regole del teatro di prosa, la linearità della rappresentazione convenzionale cede il passo alla rottura dello spazio, del tempo e dei corpi in scena. Non c’è nulla che possa vagamente consolare o rassicurare lo spettatore, destinato a rimanere spiazzato in poco più di cinquanta minuti di performance. La forza de Gli amabili resti risiede proprio nella continua sfida interpretativa lanciata al pubblico.
Eppure si parte dalle origini della tragedia: dalle Coefore di Eschilo, per la precisione dal testo de “Le mosche” di Jean-Paul Sartre, che ne è un “singolare rifacimento dove le dinamiche interiori del singolo si scontrano con quelle della società”.
Al centro una riflessione sui diversi modi in cui il microcosmo famigliare può essere rappresentato attraverso il movimento: continuo e organico, da corpo a corpo e da questi agli oggetti in scena.
Il focus drammaturgico è quello di una storia dai contorni universali, che mescola suggestioni provenienti da territori diversi: la mitologia, la letteratura, la musica, la danza e il teatro.
La famiglia con i suoi rituali, i suoi strappi, le disfunzioni, le separazioni e le sue isterie, diventa un unico gigantesco organismo composto dai singoli corpi in relazione costante l’uno con l’altro e con lo spazio circostante. Corpi che si arrampicano, si strattonano, si attorcigliano, precipitano o si avvinghiano attorno a quel grande tavolo che assume le sembianze di un totem.
Per lo spettatore sarà un viaggio sensoriale e corporeo all’interno di una continua destrutturazione dello spazio e del senso, mentre sul palcoscenico si andrà consumando l’eterna lotta tra le istanze del singolo e i bisogni del gruppo. Una scenografia ridotta all’essenziale, una scelta musicale che vira su ritmi elettronici e una regia che privilegia la visionarietà fanno tutto il resto. Chapeau.

 

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