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Intervista a Eleonora Lastrucci | Red Carpet Magazine

INTERVISTA ALLA STILISTA ELEONORA LASTRUCCI

Il Festival di Cannes ormai da diversi anni, presenta sul famoso Red Carpet, gli abiti di Eleonora Lastrucci

Così come al Festival del Cinema di Venezia, dove tornerà a settembre. 

Sono imminenti collaborazioni cinematografiche e teatrali e sono previste sfilate Lastrucci in varie città d’Italia ed estere, di cui a breve il calendario. 

La stilista ha lavorato con il grande fotografo David Hamilton e il Maestro Aldo Fallai. 

I suoi abiti nel 2016 e 2017, sono stati sulle copertine dei CD musicali della pianista internazionale Vanessa Benelli Mosell e della coinvolgente cantante Rock dei Janis Joplin Tara degll’Innocenti. 

A breve sarà impegnata in una collezione di alta moda per la ballerina dell’accademia del Teatro alla Scala “Martina Arduino”, già in scena a gennaio 2017 come prima ballerina in “Romeo e Giulietta” e a luglio con “Il Lago Dei Cigni”.

Da Enrico ho imparato l’arte del colore. A mescolarne la vivacità. Da Roberto Cavalli ho imparato la semplicità. E’ così che ho “ascoltato” la mia disposizione naturale.

Quando in alcune circostanze mi è stato chiesto di scrivere qualcosa di me e quello che faccio, ho sempre avuto un certo pudore nel rispondere poiché riesco ad esprimermi meglio attraverso quello che creo che a raccontarmi. Raccontarsi non esprime l’emozione di un desiderio soddisfatto o il fermento misto ad inquietudine che si prova quando si ha l’ispirazione ma non la possibilità di tratteggiarla, foggiarla all’istante, raccontarsi è come porsi su un pulpito. Puoi usare tutta l’attenzione che vuoi nel non sconfinare nella vanità col garbo della complicità tuttavia, non basta poiché parli di te e quando lo si fa, lo stigma cade sull’autore e non sul prodotto. Ed io voglio che siano le mie creazioni a parlare per me. Disegno dall’età di 5 anni. Mi piaceva andare nella stamperia da mio padre.  Lì spaziavo. I tessuti costituivano la materia prima, l’ispirazione fatta “trama” dei miei abiti. Poi, ho imparato a disegnare i tessuti. Mio padre è stato il primo che ha valorizzato questa mia disposizione dell’animo. Mi lasciava fare. Venivano stampati centinaia di migliaia di metri di tessuti raffiguranti i miei disegni  tuttavia  è nell’abito femminile che la mia passione si realizzava. La scuola d’Arte di Firenze mi ha affinato, dunque mi sono specializzata in “stilismo”.Da lì ho iniziato a lavorare nella mia stanza in “ditta” o sul “bancone” di casa, dove riesco a dare sfogo alla mia vena creativa. Disegno in continuazione. Abiti da sposa, da sera, costumi. Riesco fedelmente a tradurre in fogge quel che immagino, quel che sogno. Ho avuto la fortuna, poi, di conoscere persone importanti come Enrico Coveri, Roberto Cavalli. Da Enrico ho imparato l’arte del colore. A mescolarne la vivacità. A illuminare gli abiti, facendo conferire loro quell’aspetto iridescente che un noto fotografo ha definito “caravaggesco”.

Osservando i capi di Roberto Cavalli ho imparato la semplicità. E’ così che ho “ascoltato” la mia disposizione naturale. Che si era peraltro già manifestata in altre creazioni, ma forse non compiutamente espressa con la forza interiore che sentivo di avere.

Ogni mia collezione ha una sua anima e una sua personalità. 

Non mi accontento di rimanere fedele ad uno stile che debba necessariamente essere accostato al suo autore, poiché lo renderebbe schiavo del suo elemento più essenziale e della “trasparenza” che ne deriva.

 

I capi devono assumere vita propria e liberarsi di chi li ha realizzati.

 

Spesso mi ispiro ai miei viaggi per ricercare la qualità dei tessuti e dei materiali, anche il tatto è un elemento importante, spesso mi ritrovo ad occhi chiusi a “sentire” cosa si prova accarezzando quella stoffa, annusandola e avvicinandola al viso, poi ho imparato che la creatività non è una cosa stabile, ma divertimento e passione, come in amore, ti disintegra, impossibile separartene.

Amo l’imperfezione, perché sento una profonda sensazione nel ricercare la bellezza e le cose impossibili, perché quando fai indossare un bel vestito, riesci ad allontanare dalla mente tutto il resto e incominci a raccontare la bellezza rendendo ogni capo unico, cercando di esaltare la femminilità della donna.

L’inquietudine artistica, come la definiva mio padre, nasce anche dalla musica e dall’arte perché una nota di Schubert piuttosto che un dipinto di Filippo Lippi ti danno un’energia incredibile e poi cerco sempre di immaginare la personalità e il carattere della donna che indosserà il mio abito.

L’obbiettivo è quello di realizzare per ogni donna il proprio sogno, per far emergere e sublimare la propria personalità.

Il mio impegno è quello di esprimere raffinatezza, eleganza e allo stesso tempo, provocazione e femminilità.

Amo le culture differenti e i mondi lontani, che mi aiutano a raccontare la bellezza con i colori e le trasparenze, ma quando creo un abito, devo pensare a chi lo indossa poiché colei che lo indossa dovrà sentirlo come parte integrante della propria pelle.

Pensare il colore, poi, in tutte le sue sfumature come un protagonista essenziale.

Amo giocare con le trasparenze e i ricami cercando di velare la sensualità con sete e organze.

Ho creato una linea di Kimono in seta per una nota casa di moda francese, ispirandomi all’arte giapponese, ai dipinti e stampe di artisti, dove geometrie e fiori si intrecciano e fanno conferire agli abiti un aspetto antico e moderno allo stesso tempo.  

Ho inoltre finito di realizzare una collezione di abiti da sposa che mi ha impegnato per due anni e che ha gratificato e calmato il mio impulso creativo.

Essa ha costituito una sorta di fil rouge cui riandavo frequentemente.

Non potevo pensare di valorizzare un corpo femminile senza che ciò potesse manifestarsi durante il giorno più bello.

Sono orgogliosa di essere italiana e di portare il Made in Italy nel mondo. 

Grazie Eleonora

 

 

 

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