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Ivan Drogo Inglese

«l’importante è non perdere mai il senso della realtà»

di Francesco Del Grosso

Il cielo non promette nulla di buono e infatti, come da molti giorni a questa parte, la pioggia comincia a cadere tta e generosa sulla città meneghina. Siamo nel centro di Milano, per la precisione in un noto al- bergo pluri-stellato in quel di Piazza Fontana. Fuori il maltempo imperversa e la pioggia continua a cadere incessante mentre, dopo avere attraversato la hall, ci avviamo verso uno degli elegantissimi salotti che costeggiano il bar al piano inferiore dell’hotel, location dove da lì a poco incontreremo il dott. Ivan Drogo Inglese, Presidente di Assocastelli e Senior Partner di ItalyStart investments cluster. Puntuale come un orologio svizzero ci raggiunge nel luogo designato per l’intervista. Stretta di mano, presentazioni di rito e si inizia. Del resto, il tempo è denaro…

 

Lei rappresenta l’elemento di congiunzione tra due importantissimi Casati; ci racconta delle sue origini?
Sono l’ultimo discendente di questi due importanti Casati nobiliari, fra loro molto diversi e con storie in parte anche pittoresche. Gli Inglese sono un Casato di baroni e notabili che si dice addirittura discendano da un ramo dei Duchi di York trasferitisi in Sicilia. Il nome deriva dal fatto che i locali non riuscivano a pronunciare correttamente la parola York e quindi si limitavano a chiamare i mem- bri della famiglia, gli Inglese. Si trattava della classica famiglia aristocratica con comportamenti tipicamente aristocratici. Sebbene vivessero in Italia, nel cuore della Sicilia, comunque parlavano pochissimo l’italiano. I Drogo, invece, sono possidenti siculi con lontane ori-
gini ungheresi. Mentre gli Inglese erano dispendiosi e tendevano a erodere il proprio patrimonio, al contrario
i Drogo accumulavano ricchezze. Mia zia Annitta Dro- go, negli anni Cinquanta, era considerata la donna più ricca dell’Isola. Andò in sposa al principe Niccolò Lanza di Scalea e divenne la principessa di Deliella. Fin qui
non c’è niente di particolare se non il fatto che alla sua morte ha lasciato tutto alla Chiesa, perché così facendo, secondo una convinzione largamente diffusa in tutte le Caste, ci si guadagnava un posto in Paradiso. Il risultato è che interi patrimoni nivano nelle casse della Chiesa, in particolare in quelle delle Ancelle riparatrici, un ordine religioso molto presente in Sicilia all’epoca.
Se io avessi seguito alla lettera l’ispirazione familiare, allora non avrei dovuto fare nulla nella vita se non oziare o occuparmi delle proprietà e degli interessi maturati dai miei predecessori. Al contrario, ho scelto di fare altro e
in parte lo ha voluto anche il caso. Sono entrato pratica- mente subito nel sistema nanziario e imprenditoriale e ho fatto la mia strada sino a ricoprire le cariche di Presi- dente e di Amministratore di Società italiane quotate in Borsa. In poche parole, quello che è considerato un po’ come il salotto buono della nanza e dell’imprenditoria. Poi alla soglia dei Cinquant’anni, quindi qualche anno fa, ho deciso di cominciare a immaginare quello che poteva essere il mio futuro. E comunque il mio desiderio era quello di fare qualcosa che fosse una via di mezzo tra una professione e qualcosa che divertisse. Da questo desiderio è nato il progetto di Assocastelli e della valo- rizzazione del Patrimonio architettonico italiano. All’inizio con l’af ancamento del Principe Emanuele Filiberto
di Savoia, ma poi le nostre strade si sono divise e lui

adesso ha un’attività imprenditoriale negli Stati Uniti nel campo del food e vive a Parigi con la sua famiglia.

Queste sue origini nobiliari e aristocratiche hanno mai rappresentato un peso per lei?
Nelle famiglie si nasce e non si sceglie in quale fami- glia nascere. Più che per me forse è ed è stato un peso per gli altri. C’è da dire però che la Società oramai si è evoluta e non siamo più all’epoca dei latifondi. Per quelli bisogna fare qualche passo indietro nel tempo, anche non troppi. Ricordo, infatti, che quando ero ragazzo e avevo dieci anni, mia nonna paterna, che era una vera

e propria amministratrice di patrimonio, mi teneva vicino a sé quando riceveva i contadini a casa che le portava- no quello che potevano, chi i soldi e chi invece soltanto
i prodotti ottenuti dalle terre che venivano loro af dati. Ma quel mondo ora non esiste più, è nito, perché oggi l’elemento che pesa veramente è il denaro ed è il denaro a muovere tutto. Quindi no, per me non ha mai costituito un peso e allo stesso tempo non mi ha dato nessun van- taggio. Cioè quello che sono riuscito a fare sino ad ora, l’ho fatto e se l’ho fatto è stato esclusivamente grazie alle mie capacità e non certo per i cognomi che mi porto dietro. Conosco tante persone che hanno più cognomi del sottoscritto e non sanno come sbarcare il lunario. Credo che oggi, a meno che tu non faccia parte di una famiglia Reale, la pagnotta te la devi guadagnare ogni santo giorno.

 

 

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