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JACOPO VENTURIERO – «L’arte del presente»

Jacopo Venturiero è un giovane e talentuoso attore di teatro, cinema e televisione, dal percorso intenso e promettente, che nella seconda stagione della serie di successo ‘Suburra’ interpreta lo speaker radiofonico Adriano. Un ruolo che meritavamo di vedere e che Jacopo meritava di ottenere. Di questo spiccato talento, della sua consapevolezza e professionalità, Jacopo ne ha fatto un mestiere sincero in cui l’arte è un presente che vogliamo vivere.  

di Anna Chiara Delle Donne

Benvenuto, Jacopo. Sei una delle new-entry della serie ‘Suburra’. Come descriveresti il tuo personaggio?

Adriano è un giovane speaker radiofonico di una radio locale della Roma. Come spesso accade, dalla fede calcistica si passa a parlare della fede politica, orientata ad estrema destra. Nasce e cresce nelle curve della tifoseria calcistica ed ha un passato in comune con il personaggio di Samurai, ma prende le distanze da lui, perché è un ragazzo idealista ed integro. Ha a cuore la sua città ed odia tutti quei politici corrotti che hanno anteposto il proprio interesse al bene pubblico. Adriano crede fermamente negli ideali e nelle dottrine della cultura della destra più estrema. Senza avere titoli di studio, si è formato da solo leggendo Evola, crede nell’ordine e nel rigore, agogna la purezza dello spirito.

Adriano crede al concetto di verità, secondo te?

Crede assolutamente nella verità. La sua, quanto meno. Si allontana da Samurai proprio perché Samurai ha tradito quell’ideale di verità. Crede così tanto nei propri ideali da non avere para-occhi. Appoggerà la campagna politica di Amedeo Cinaglia, proveniente dalla parte politica opposta, perché gli sembra l’unico onesto in mezzo a tutti i corrotti e perché porta avanti tematiche sociali care anche a lui.

Come hai costruito questo personaggio e la tua interpretazione?

Ho fatto un lungo lavoro. Il bello del mio mestiere è tutta la preparazione. La parte più interessante è proprio la costruzione del ruolo. Per due mesi ho ascoltato diverse radio locali romane. Ho visto documentari, video, ho ascoltato i gruppi musicali di rock identitario di quegli anni, e ho letto tanti libri sull’estrema destra delle origini, di ieri e di oggi. Ho studiato i fatti di cronaca da cui la serie prende spunto: era importante per me sapere bene chi fosse Samurai, prima di capire chi fosse Adriano. Ho studiato un mondo completamente diverso dal mio, di cui non sapevo nulla, per poterne sposare totalmente gli ideali senza giudicarli, per poterli “giustificare”. Mi sono ispirato anche al romanzo di De Cataldo e Bonini e in particolare a due figure: quella di Spartaco Liberati e quella di Marco Malatesta. Quest’ultimo è diverso da Adriano, diventa un carabiniere, ma il passato in comune con Samurai, la sua crescita culturale, politica e come individuo sotto la sua ala, il successivo allontanamento e poi l’incontro dopo anni mi è stato di grande spunto.

Cosa pensi di aver dato ad Adriano?

Mi sono chiesto cosa potevo portare di me affinché Adriano potesse essere reale ed autentico. Come lui, nutro la stessa rabbia verso il mal governo di Roma, provo una grande sofferenza a vederla ridotta in questo stato, in un degrado e un abbandono che non meriterebbe nessuna città, figuriamoci la capitale! Come me, anche Adriano soffre a vedere Roma in ginocchio e si scaglia dal suo microfono contro chi l’ha distrutta e continua a farlo.

Ho letto che prima di essere preso per la seconda stagione di ‘Suburra’, eri un fan della serie. Te lo saresti aspettato di arrivare in una serie così grande di Netflix?

Avevo divorato ‘Suburra’. No, Non me lo sarei mai aspettato di arrivare dentro ad una serie del genere. Io sono diversissimo da ciò che ho interpretato e aver avuto la possibilità di lavorare a un personaggio del genere mi ha dato grande soddisfazione. Fare l’attore in Italia è difficilissimo. Ci sono attori bravissimi in giro che fanno fatica ad uscire fuori. Noi ne conosciamo soltanto il 2%. Voglio ringraziare per questo Netflix, capace di dare grandi possibilità anche ad attori sconosciuti, inserendoli in produzioni di grande qualità. Questa qualità e libertà espressiva fa decisamente bene alla nostra arte e permette di esportare una serie come questa in 190 paesi, un risultato fino a poco tempo fa inimmaginabile per il nostro cinema.

Torniamo indietro nel tempo, Jacopo. Come nasce il tuo amore per la recitazione?

Mia madre ha sempre fatto l’attrice di teatro. A quattro anni mi portava già in teatro, al festival di Todi o ad assistere alle sue prove. Ero immerso in questo mondo. Ho iniziato per gioco, a dieci anni, a fare dei provini e da lì in poi ho iniziato a fare tante fiction. Mi sono innamorato di questo mestiere. Volevo fare le cose fatte bene e con professionalità. Ho frequentato l’Accademia Nazionale D’Arte drammatica Silvio D’Amico. Da quel momento è iniziata la mia carriera teatrale…

Arriviamo quindi al teatro…

Mi sento fortunato ad aver recitato, sin da subito, a teatro. Ho conosciuto un mondo che oggi non esiste più, almeno non più in quella forma. Mi sono quasi sempre dedicato a quello.

Mi ha davvero colpita una tua recente dichiarazione: “Poi ho scoperto quanto è bello che a teatro ogni sera sia diversa: ti permette di continuare a migliorarti, mentre la scena che giri davanti alla cinepresa una volta finita è quella, non la puoi più cambiare”.

Questa è la cosa meravigliosa del teatro. Il teatro è l’arte del presente. Nel momento esatto in cui accade, non esiste più. Resta Solo nella memoria di chi era lì. Non c’è testimonianza. Il teatro, secondo me, è l’arte che riproduce di più la vita.

Hai l’opportunità di lavorare anche come doppiatore. Ti esprimi attraverso la tua voce, che esperienza rappresenta per te e cosa ne pensi del mondo del doppiaggio?

Sono molto felice di lavorare come attore nelle varie declinazioni che questo mestiere può offrire. Oggi non è tanto usuale che un attore faccia cinema, teatro, doppiaggio. Ho doppiato Jamie Dornan in Cinquanta Sfumature di Nero e in Cinquanta Sfumature di Rosso; Douglas Booth nel film Mary Shelley, Billy Howle nel film Chesil Beach – Il segreto di una notte. Il mondo del doppiaggio è un mondo molto più meritocratico di quanto si creda. Ai direttori di doppiaggio non importa chi sei. Se pensano che tu sia in grado di dare voce ad un personaggio, lo puoi fare anche se non sei un nome.

Chi sarà Jacopo tra un paio di anni?

Chi può dirlo? Diciamo che i tanti anni in Teatro mi hanno portato ad avere i piedi per terra. Ciò che arriverà, arriverà. Voglio fare teatro, voglio fare cinema. Spero di riuscirci. Il mio obiettivo è quello di continuare a fare il mio lavoro. L’unica cosa importante, per me, è cercare sempre di farlo al meglio.

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