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JACQUES VILLENEUVE

La determinazione e il carisma del guidare di Villeneuve sono lo specchio del suo carattere, nella vita come in pista l’anticonformista pilota canadese campione del mondo di Formula 1 nel 1997 spinge sempre il limite. Lo incontriamo nella Riviera Romagnola all’indomani del secondo round del campionato italiano Gran Turismo Endurance al volante della sua Ferrari 488 GT della Scuderia Baldini che si svolgerà sulla pista dell’autodromo di Misano Adriatico.

di Francesca Capaccioli

 

La passione per l’adrenalina delle corse fa parte del tuo modo di essere, a 48 anni corri in tre campionati…
Sì, alla mia età sono sempre nel mondo delle corse e credo di essere molto fortunato. Ho cominciato 30 anni fa e ancora oggi riesco a farlo. Corro nel Campionato europeo Nascar, il GT di endurance italiano con Fisichella che è mio compagno di squadra, faccio delle gare in Svezia con Porsche Cup e poi oltre le gare faccio anche le telecronache per la Formula 1 con Sky e Canal Plus.

Ti manca la Formula 1?
Mi manca la Formula 1 di quando correvo! Erano macchine incredibili da guidare. Oggi sono macchine che vanno ancora più forti, ma sembrano un po’ noiose, troppa tecnologia, troppa politica, l’ambiente stesso non mi manca, mi manca la gara, l’andare oltre le tue capacità, fare il gladiatore. Per me la Formula 1 era questo.

Quando hai capito che volevi fare il pilota?
A cinque anni. Quando ero bambino giocavo con le macchine, con le piste elettriche, disegnavo piste su pezzi di carta, guidavo sulle ginocchia di mio papà, è sempre stata l’unica cosa che volevo fare, anche come stile di vita; ho sempre avuto bisogno di spingere il limite, di fare più degli altri.

Che ricordi hai di tuo padre?
Pochissimi. Non so il motivo; forse perché non era molto presente, ma può anche essere che il cervello nasconda delle cose. Sai, la memoria sceglie cosa ricordare o no, sempre! Ho più ricordi di quando era pilota che papà.

Ti ha pesato essere suo figlio?
È un misto. Da una parte sì, perché la gente e anche i giornalisti quando mi chiedevano delle cose non volevano una risposta vera, volevano sentirsi dire solo certe cose poiché per loro rappresentava la continuità di Gilles. Per tutti io correvo per continuare quello che lui aveva iniziato e vedevano lui in me! E ogni volta che davo la mia risposta, ovvero che correvo per me stesso perché mi piaceva, si arrabbiavano, e da quel momento ho preferito non parlarne. Sicuramente questo mio cognome mi ha aiutato all’inizio della carriera a trovare degli sponsor, ma allo stesso tempo davano per scontato che chiamandomi Villeneuve sapessi già guidare nonostante non avessi esperienza. Quindi ho dovuto imparare velocemente. È stata una grande scuola che mi è servita per affrontare la Formula 1.
Sei padre di quattro figli maschi. Che padre sei?
Cerco di creare un rapporto di amore e fiducia. Sono molto in giro per lavoro, ma sono molto presente quando sono a casa. I miei figli vedono l’immagine di un padre che lavora e questo per me è importante.

Ti manca vivere a Montecarlo?
Il periodo a Montecarlo è stato bellissimo. Era pieno di italiani, quindi era una piccola Italia nel modo di agire e nell’educazione, è stato divertente crescere li e rimarrà sempre un bellissimo ricordo.

Dove ti piacerebbe vivere?
Sicuramente in Italia, perché è un paese dove tutto può succedere, e poi perché gli italiani se la sanno sempre cavare.

Ph Scuderia Baldini

 

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