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JASON REITMAN

«Trump? Un presidente indecente. Ho scritto “The Front Runner” pensando che sarebbe stato un film ironico. E invece…»

A rivelarne sarcasmo e intelligenza al grande pubblico fu nel 2007 “Juno”, commedia sulle disavventure di una adolescente americana alle prese con una gravidanza improvvisa. L’anno prima era toccato allo spietato “Thank you for smoking”, poi sarebbero arrivati gli Oscar per “Tra le nuvole” e in tempi recenti commedie di rara umanità come “Young adult” e “Tully”. Oggi Jason Reitman si dedica invece a esplorare i rapporti tra politica e media con “The Front Runner – Il vizio del potere” in sala dal 21 febbraio.

di Elisabetta Bartucca

“The Front Runner – Il vizio del potere” è un film che si basa sul libro dell’ex corrispondente del “New York Times” Matt Bai, All the Truth Is Out: The Week Politics Went Tabloid, sul mancato presidente degli Stati Uniti d’America Gary Hart, ex senatore democratico del Colorado che nel 1987, travolto da uno scandalo sessuale, passò nel giro di tre settimane dall’essere il candidato favorito alla Casa Bianca, a dover concludere la propria corsa alle presidenziali ritirandosi da ogni forma di attività politica. In base alle cronache dell’epoca Hart tradì la moglie con una modella di Miami, Donna Rice, su una barca, la Monkey Business, dove era stato invitato da un amico. I media si scatenarono e i confini tra pubblico e privato furono spazzati via, inaugurando una babele che avrebbe allungato la propria ombra fino ai nostri giorni.

Perché fu in quel momento secondo Reitman, che politica, gossip e intrattenimento iniziarono a confondersi e a sovrapporsi: «La sinistra in America tende a essere cannibalizzata da se stessa e succede così anche a destra. La Casa Bianca ormai considera i giornalisti nemici di stato, ogni mattina quando leggiamo le news dalle nostre app capita sempre più spesso di vedere notizie di politica e gossip l’una accanto all’altra: stessa fonte, stessa firma e identica rilevanza», ci ha raccontato a Torino dove il film ha aperto il 36° Torino Film Festival. «È come se gossip e intrattenimento fossero allo stesso livello del giornalismo politico; tutto nasce dall’esigenza di soddisfare una consistente domanda di pubblico a soddisfare questo tipo di curiosità. La vicenda di Gary Hart ha segnato il momento in cui tabloid e giornalismo politico hanno cominciato a procedere sullo stesso sentiero, poi si sono diffuse le tv satellitari e le news a ciclo continuo».

Per interpretare il protagonista il regista canadese ha da subito pensato a Hugh Jackman «perché aldilà della somiglianza fisica con Gary, Hugh è un gradissimo artista, con un’ etica professionale molto spiccata e un’onestà interiore presente in tutti ruoli che interpreta. Riesce a uscire dallo schermo, afferrare lo spettatore e portarlo dentro il film. Volevo proprio che facesse questo: portare lo spettatore sulla soglia di accesso di una persona così enigmatica, ma senza farlo entrare completamente».

“The Front Runner” è una storia piena di agganci con la contemporaneità; e pensare che quando Reitman iniziò a scriverla con Bai e Jay Carlson, ex portavoce di Hillary Clinton, Obama era ancora presidente: «Credevamo che sarebbe stato un film ironico, solo durante la lavorazione è arrivata l’elezione di Trump e poi il movimento del #Metoo; il mondo è cambiato sotto i nostri piedi, è la realtà di tutti noi, ma anche quella di cui vive e respira questa creatura, che è il film. Nel frattempo ci sono state le elezioni di midterm e i primi allontanamenti di persone non gradite a Trump», che il regista definisce «il presidente degli Stati Uniti più indecente che la storia abbia mai conosciuto, ogni giorno supera limiti».

Inevitabile domandarsi come sarebbe andata se Gary Hart fosse diventato presidente: «È stato il Nostradamus della politica moderna e contemporanea. Fu lui a dire a Bush che in futuro gli Stati Uniti sarebbero stati colpiti da un attacco aereo e che quindi sarebbe stato il caso di monitorare con estrema attenzione le scuole di volo, aveva una capacità di lungimiranza e analisi della realtà straordinarie». Nessun altro politico nel momento del commiato è riuscito meglio di lui a fare il suo discorso migliore e più importante, concludendolo con la nota ironica di: «Tremo all’idea del giorno in cui il mio paese avrà il presidente che si merita».

Ma gli interrogativi sollevati dal film con stile caustico e sprazzi di ironia tagliente sono tanti a partire da quale sia il confine tra pubblico e privato, e quale invece la responsabilità dei media. Hart era in quel momento l’uomo giusto, «il candidato favorito oltre che un personaggio carismatico dotato di un’intelligenza fine e brillante. Fu lui ad invocare la necessità per gli Usa di smettere di dipendere dal Medio Oriente per la fornitura di petrolio che avrebbe inevitabilmente portato a dei conflitti con i gruppi terroristici, e fu lui a promuovere l’insegnamento dell’informatica nelle scuole, ma era un essere umano e come tale ha commesso degli errori. Quello che mi chiedo è come questi errori possano averlo reso inaccettabile dal punto di vista politico, perché sono convinto che il privato non può rendere una persona più o meno abile a governare un paese».

Un paese dove da allora sono cambiate molte cose e in cui nel frattempo un altro scandalo, le accuse di molestie ad Harvey Weinstein da parte di alcune attrici di Hollywood, ha dato origine a un movimento, il #Metoo, per incoraggiare sempre più donne a denunciare gli abusi subiti. È lì che corre il pensiero nelle scene in cui Reitman ci mostra Donna Rice: «Quando ho detto che avrei voluto fare un film su Gary Hart, la reazione della gente è stata: “Ah, quello di Monkey Business?” E la domanda successiva è stata: “Come si chiamava la bionda coinvolta nello scandalo?”. Nessuno parla di Donna Rice come un essere umano, perciò ho cercato di renderla umana fino in fondo come il resto dei personaggi di questa vicenda, in cui il discorso della differenza di genere entra necessariamente in gioco: in uno scandalo di quella portata il peso che una donna dovrà portare sulle spalle è diverso rispetto a quello che dovrà sopportare un uomo sulle proprie».

Gary Hart nel frattempo ha visto il film, lo abbiamo fatto vedere a ciascuna delle persone coinvolte e la sua prima reazione guardando Hugh Jackman sullo schermo è stata: «Ma parlo veramente così?». A detta della moglie, sembrerebbe di sì. A noi non resta che scoprirlo andando a vederlo in sala.

 

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