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JOHN TRAVOLTA

«Dai semi piantati possono nascere dei fiori meravigliosi»

 

È stato tra gli ospiti di punta della 14esima edizione Festa del Cinema di Roma, dove insignito di un prestigioso riconoscimento ha poi presentato il suo ultimo film dal titolo “The Fanatic”. Lui è John Travolta e il red carpet che lo ha visto protagonista ha mandato in visibilio il pubblico della kermesse capitolina. Un appuntamento al quale il nostro magazine non poteva assolutamente mancare.

 

di Francesco Del Grosso

 

“Saturday Night Fever”, “Grease” e “Pulp Fiction”, tre pellicole che sono entrate nella storia della Settima Arte e che hanno un ingrediente comune alla base del rispettivo successo planetario. L’ingrediente in questione è di quelli capaci di fare la differenza e risponde al nome di John Travolta. I suoi Tony Manero, Danny Zuko e Vincent Vega fanno ormai parte dell’immaginario cinematografico e non solo, tanto da avere persino influenzato le mode al punto tale da dettarne le regole nei decenni avvenire. E non a caso i film e i personaggi citati sono proprio quelli dei quali l’attore americano ha dichiarato di andare più fiero: «Sono molto orgoglioso di aver partecipato a film che permettono al pubblico di goderne continuamente. Penso che far parte di un film del genere come “Il Padrino” o, nel mio caso, “Saturday Night Fever”, “Grease” e “Pulp Fiction”, sia una vera fortuna, proprio perché sono opere che rimangono nel tempo. Come un mobile, o uno stile di abbigliamento».

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Parole, queste, accompagnate da una pioggia di applausi scroscianti rimbalzati da una platea sold sino al palco della Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, laddove il direttore artistico del festival Antonio Monda ha intervistato Travolta prima di conferirgli il premio per l’ennesima straordinaria performance della sua carriera in “The Fanatic”. L’ultima fatica davanti la macchina da presa diretta da Fred Durst, dove veste i panni di un stalker che nutre una pericolosa ossessione nei confronti di un artista, è solo una delle tante di una galleria di personaggi indimenticabili collezionati dagli esordi nei primi anni Settanta sino ad oggi. Non bastano le dita delle mani per contarle e pensare che a 17 anni fu scartato al provino per “Jesus Christ Superstar”, proprio per il ruolo di Gesù, poi affidato a Ted Neeley: «il produttore Robert Stigwood mi bocciò per questioni anagrafiche ma scrisse su un pezzo di carta “è troppo giovane ma tenetelo d’occhio perché diventerà grande” e me lo mostrò quando anni dopo mi ingaggiò per “Saturday Night Fever” e poi per “Grease”. Quindi non si sa mai quale magia può riservarti il futuro, con le esperienze negative che possono trasformarsi in cose fantastiche, perché dai semi piantati possono nascere dei fiori meravigliosi».

E così è andata per un attore che la recitazione ce l’aveva scritta nel DNA. Travolta ha raccontato al pubblico che ha iniziato a fare questo mestiere grazie alla mamma Helen Cecilia, attrice e cantante in un gruppo della radio locale di Englewood, nello Stato del New Jersey, i Sunshine Sisters, e in seguito regista, oltre che professoressa di inglese e di arte drammatica. Il ricordo di lei è pieno di amore e ammirazione, ma anche di gratitudine per quello che gli ha insegnato negli anni dell’adolescenza: «mia madre era un’ottima attrice e regista e aveva molto talento. Penso che fosse una donna molto professionale e delicata nell’approccio: minimizzava molto il suo impatto come regista sugli attori, in modo di lasciarli liberi di sperimentare e costruire i loro personaggi in maniera completa».

Ultimo di sei figli in una famiglia di origini italo-irlandese (il nonno paterno era originario di Godrano, della Città metropolitana di Palermo, mentre la madre di Burke, in Irlanda), erano soliti esibirsi ogni settimana in recite, con le quali intrattenevano gli amici e l’intero vicinato. Per cui alla domanda su come avessero reagito i genitori alla sua scelta di proseguire su quella strada, non ha avuto esitazione alcuna nel rispondere con un sorriso nostalgico: «eravamo una famiglia appartenente al mondo dello spettacolo, per cui non c’è stata alcuna resistenza da parte dei miei genitori. Noi figli eravamo liberi di fare arte, di qualsiasi tipo. Anzi, questa mia decisione è stata accolta e sollecitata, per contrasto rispetto a molte altre famiglie di quella stessa generazione».

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Cresciuto guardando film di Bergman, Bertolucci e Fellini, fra cui “La strada”, e le pellicole interpretate da Sophia Loren, James Cagney e Liz Tyler, non ha avuto alcun timore nell’ammettere di aver tentato di emulare tali modelli, usando quello che hanno fatto come fonte inesauribile da cui trarre ispirazione. Nel mentre scorrono sul grande schermo alle sue spalle immagini più o meno celebri della sterminata e variegata filmografia che lo ha visto protagonista in quasi cinquant’anni di attività, che l’attore ha commentato con una serie di divertentissimi aneddoti, a cominciare da quello legato a “Pulp Fiction”: «l’idea del parrucchino di Vincent Vega è stata mia. Pensavo che fosse un personaggio unico e molto particolare: nella sceneggiatura si diceva che aveva passato un paio di anni ad Amsterdam. Io ero già stato lì, e in quella città avevo visto persone con capelli davvero stravaganti. Quindi ho suggerito di replicare quei look. Tarantino non era d’accordo all’inizio, ma mi ha concesso di fare una prova: mi sono messo le extensions ai lati, ho fatto il provino e ho cominciato ad agitare la testa facendo muovere i capelli davanti alla macchina da presa mentre parlavo. Alla fine Quentin mi ha detto che funzionava».

Si è soliti dire che una grande carriera passa anche per un mix di no detti e ricevuti. Dopo avere trascorso un’ora in sua compagnia, tra ricordi, sassolini tolti dalla scarpa e curiosità, abbiamo capito una volta per tutte che Travolta è la testimonianza vivente che il saggio aveva ancora una volta ragione. Sta qui il segreto del suo grande successo.

 

Credits Ufficio Stampa Festa del Cinema di Roma

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