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LAETITIA CASTA – “Sarebbe bello vivere senza sensi di colpa”

L’attrice francese interpreta Marianne, donna risoluta e hitchcockiana, nel film “L’uomo fedele”. A dirigerla è per la prima volta il marito Louise Garrel.

Di Elisabetta Bartucca

Le donne che l’hanno ispirata sono tante: “Anna Magnani, Romy Schneider, Gena Rowland: guardare il loro talento ti fa venire voglia di essere un’attrice”, dice. Lei prima di diventarlo ha calcato le passerelle di mezzo mondo, la sua carriera infatti è cominciata dalla moda ed oggi Laetitia Casta non ha dubbi: “Più esperienze faccio più sono contenta, se sono molto diverse è ancora meglio. Non mi interessa essere ciò che gli altri si aspettano da me. Ho iniziato come modella ma ho sempre saputo che sarei andata oltre e così ho preso la decisione di fare cinema, ma senza lasciare la fotografia: per me rappresenta l’inizio di tutto, è un po’ quello che il film muto è per la storia del cinema”, racconta al Festival Rendez-Vous a Roma dove ha presentato “L’uomo fedele”, il film in sala dall’11 aprile, in cui assieme a Lily-Rose Depp si fa dirigere dal marito Louise Garrel, enfant prodige del cinema francese.

Un mènage á trois in cui l’affascinante Abel (interpretato dallo stesso Garrel) si ritroverà ad essere conteso tra due donne, Marianne (interpretata dalla Casta), l’amore di una vita che alcuni anni prima lo ha piantato in asso senza troppi giri di parole e il benché minimo senso di colpa, e la giovane ma instabile Eve (Lily-Rose Depp), segretamente innamorata di lui.

“L’uomo fedele” è una storia di sentimenti intrisa di Truffaut, invaghito di Woody Allen e condito del mistero hitchcockiano: un piccolo film, appena 75 minuti di durata, che tesse attorno ai personaggi una trama di gelosie, seduzioni e dinamiche bizzarre. Il tutto con fine ironia.

Ad aver convinto la Casta è stata la sceneggiatura scritta a quattro mani da Garrel e Jean-Claude Carrière: “Era già tutto ben definito nella scrittura, Jean-Claude è molto preciso, questo film è come una musica piccola: bella, ma anche molto difficile da rendere naturale. La sfida più grande è stata infatti dare corpo a Marianne, un personaggio che rischiava di essere respingente: “Mi sono chiesta come fare a rendere reale e empatica Marianne e trovare la generosità di questo personaggio; a quel punto mi sono completamente distaccata dal senso di colpa e ho immaginato la sua storia con Abel, una storia che non era ciò che voleva, ragion per cui lo lascia senza sentirsi in colpa. Marianne sa esattamente dove andare. – dice. “È bello per una donna non provare questo sentimento, mi piacerebbe fare così anche nella vita!”, confessa.

In fondo i film sull’amore sono quelli che preferisce, l’importante è che non siano commerciali: “È un’idea d’amore che non mi piace. Penso invece a Jean Pierre Leaud, alla Nouvelle Vague e a tutti quei film pieni di ambiguità e mistero nel modo in cui guardano i personaggi femminili. Da questo punto di vista trovo la scrittura de L’uomo fedele molto interessante: c’è ambiguità e mistero, i rapporti mutano, a volte Marianne diventa l’uomo e Abel la donna, ma è stupendo perché la vita è così, è complessa”.

Anche se tra la vita e il cinema serve “mettere la giusta distanza”, confessa raccontando della sua prima volta sul set con il marito: “Non lo avevo mai visto lavorare, è un’altra persona, è impressionante. Quello con il regista è un lavoro che si fa insieme: c’è il suo mondo, ma poi c’è anche la mia idea del personaggio”, da cui in questo si sente parecchio lontana, “ciò che Marianne fa in un minuto (lasciare il proprio uomo perché incinta di un altro, ndr) normalmente si fa in mesi o in anni. Quando lasci qualcuno fa sempre male”.

 

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