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Le borse che cambiano il mondo | Red Carpet Magazine

LE BORSE CHE CAMBIANO IL MONDO

 

Quello che le donne non dicono, spesso lo raccontano le borse. Clutch, pochette, tracolle: prima che diventi moda, la borsa è un romanzo con la copertina firmata da uno stilista e le parole scritte da chi l’indossa. Un libro appena pubblicato, “Fiftybagsthatchanged the world” (50 borse che hanno cambiato il mondo, di Robert Anderson/DesginMuseum) racconta la storia di questo accessorio analizzando i modelli più famosi. Dall’epoca vittoriana di Shakespeare a quella internettiana dei nostri giorni. Dal modello trovato in un sarcofago, 4500 anni fa, alla mitica Birkin di Hermès. Sarà perché non ha problemi di taglie, o forse perché non fa male ai piedi come i tacchi alti. Sta di fatto che la borsa resta il più facile degli accessori, il più venduto, il bene-rifugio su cui poggiano i pilastri degli imperi del lusso.

Satchel è uno dei primi modelli a passare alla storia: nata a metà del 1600,  ha forma di cartella, con due cinghie frontali e una lunga tracolla. Serviva per ricoverare i documenti e viene addirittura citata da Shakespeare nel monologo di “Come vi piace”. La Kelly di Hermès, invece, è una sorta di passaporto dello status sociale di una donna. Disegnata da Robert Dumas-Hermès nel 1930 come “piccola sacca con cinghia da donna”, prende il nome attuale dalla principessa Grace che l’indossò, durante la sua prima gravidanza, nel 1956. Da quel momento è il lasciapassare della ricchezza, un salvacondotto che pone chi l’indossa un gradino sopra tutte le altre. Disponibile dai 5.000 euro in su, vanta oggi liste d’attesa e versioni extra lusso.

Dalle versioni di plastica del minimalismo svedese, a quelle di coccodrillo del massimalismo delle passerelle, il libro mostra come una borsa possa diventare non solo il ritratto di una donna per quello che contiene, ma anche l’autoritratto di chi l’ha creata. È il caso della2.55 di Chanel, la mitica pochette con tracolla dorata che vende ancora così tanti esemplari da costringere il marchio a non reclamizzare troppo la sua versione classica di pelle nera matellassé. Frutto del genio vulcanico e spietato di MademoiselleCoco, prende il nome dalla data di nascita: il febbraio 1955. Ma è il simbolo dietro la sua forma a commuovere e, insieme, a fare venire i brividi: un misto di rivalsa e vendetta, contro gli uomini e contro la religione. Il suo pellame, infatti, ricorda le tenute cavallerizze inglesi, ovvero il simbolo del potere maschile. Il colore, invece, si riferisce all’uniforme da orfanotrofio mentre la catena mista a pelle nera parla della rigida educazione in convento. In un certo senso, la 2.55 è una sintesi di femminismo prima di diventare un sinonimo di lusso.

Ma torniamo alla storia. Dalle braccia delle first ladies (Jackie ‘O con il modello di Gucci) a quelle delle lady di ferro (Margaret Tatcher con la clutch di Salvatore Ferragamo), questo accessorio subisce un’inversione di rotta, dal lusso allo snobismo, grazie a Miuccia Prada che, negli anni Ottanta, mette le basi del successo del marchio che porta il suo cognome scardinando un luogo comune: la borsa-status per eccellenza dev’essere preziosa e costosissima.

Al suo posto, la stilista milanese propone un modello in un filato di nylon, ovvero di plastica, che fa piazza pulita di tutti i concorrenti.

Dopo questa testa d’ariete, arrivano le it-bag, le borse culto che ogni stagione gli stilisti propongono. Dalla prima, desideratissima “Baguette” di Fendi (una busta da tenere sotto il braccio, come il filone di pane francese) alle Lady Dior o Louis Vuitton Speedy. Oggi, non esiste maison che non si lanci nell’arena delle borse-culto: i nomi sono così numerosi da perdere la bussola. Falabella, Sicily, Muse, Downtown, New Bamboo, Obo… Fino ai nomi propri di celebrity, comel’Alexa di Mulberry, dedicata dal brand inglese alla it-girl AlexaChung. Ai tempi di internet e dei red-carpet in diretta sull’iPad, infatti, finire al braccio di una star è la conditio sine qua non per fare il sold-out nel commercio online. Il resto delle altre borse, come direbbe Shakespeare, è silenzio.

 

 

 

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