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LINO GUANCIALE

«Bisogna avere il coraggio di uscire dalla propria zona comfort»

Intervista all’attore dal lungo corso teatrale e volto noto del piccolo e grande schermo.

Spesso la tv dona notorietà, ma ci teniamo a sottolineare come Lino Guanciale sia nato dalle tavole del palcoscenico. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo proprio nella splendida platea del Fraschini di Pavia poco prima del debutto assoluto di “After Miss Julie” di Patrick Marber, con Gabriella Pession e Roberta Lidia De Stefano, per la regia di Giampiero Solari (produzione Teatro Franco Parenti). L’attore si è raccontato manifestando un grande trasporto per il teatro, gratitudine verso l’affetto del pubblico che lo segue e una forte lucidità sui tempi che viviamo.

di Maria Lucia Tangorra

In questa riscrittura dell’originale di Strindberg viene messo in scena un rapporto di potere tra un uomo e una donna. Qual è il potere che più ti spaventa oggi?

Senz’altro quello della propaganda, quello che veniva chiamato quarto potere, che non è più soltanto il potere dell’informazione, ma anche dell’informazione attraverso i canali d’impatto immediato e istantanei anche nelle forme che utilizziamo. Oggi la comunicazione massiva viaggia ormai alla velocità della luce, con una facoltà di approfondimento praticamente nulla e questo la rende lo strumento ideale per chi fa della semplificazione politica la propria forza. In momenti di crisi o post crisi come quello che viviamo è facilissimo veicolare lo scontento e la frustrazione della gente in rabbia nei confronti di qualcuno a cui affibbiare la colpa dei nostri malesseri: ecco, questo mi spaventa soprattutto. Bisogna reimparare a guardare le persone negli occhi, in questo il teatro è un veicolo pedagogico e politico fortissimo, si parla direttamente al cuore e alla testa delle persone.

Se contiamo gli anni in Accademia (la Silvio d’Amico di Roma, nda), hai già alle spalle vent’anni di carriera: qual è la tua più grande conquista fino ad ora?

Sono contento di essere riuscito a realizzare progetti diversi. Mi auguro per il breve-lungo futuro di concretizzare dei bei lavori cinematografici e davvero importanti per la tv. A teatro ho modo di fare ciò che mi piace, dal mettermi alla prova con personaggi che non ho mai affrontato come nel caso di “After Miss Julie” al teatro politico che mi è a cuore – ciò vale per gli spettacoli col gruppo con cui storicamente lavoro (legato a ERT – Emilia Romagna Teatro), ma anche per “Ragazzi di vita” (regia di Massimo Popolizio, produzione Teatro di Roma), un’operazione con un suo valore politico teatrale importante per l’autore di cui si parlava e l’impegno di portare in scena ben diciannove giovani attori. Per quanto riguarda il piccolo schermo sono soddisfatto di essere riuscito ad avere un arco di proposte differenti: si è partiti da “Che Dio ci aiuti” e si è arrivati a “La porta rossa”. Adesso devo essere bravo io a proseguire in questa direzione, orientando bene le mie scelte. Un artista deve essere abile a trarre spunti dal pubblico e anche ad offrirne; spero di crescere ancora insieme a chi mi segue e che questi apprezzi le decisioni che ho intenzione di prendere.

Esiste una corda interpretativa che non hai ancora avuto modo di esprimere?

Sicuramente. Ho deciso di prendere parte allo spettacolo propostomi dalla Pession perché in questo personaggio sono insite volgarità, brutalità e violenze di ogni tipo accanto alla tenerezza. Sono corde che non ho molto esperito in questi anni. Teatralmente ho sempre lavorato tanto soprattutto sulla grazia e la forza, stavolta si tratta di portare in scena molti lati oscuri di una figura che ha un retroterra culturale estremamente distante dal mio. Mi ha affascinato molto questo aspetto di coscienza e odio di classe.

C’è un ruolo grazie al quale hai scoperto qualcosa di te?

È accaduto in varie occasioni, compresa quest’ultima. Tanti anni fa, quando vestii i panni di Figaro (ne “Il matrimonio di Figaro” diretto da Claudio Longhi, nda) imparai moltissimo su me stesso – anche lì, non a caso si trattava di un servo, furbo e brillante tanto quanto, invece, il Gianni di “After Miss Julie” è un servo scuro e tragico.

Hai mai voluto cimentarti sul piano drammaturgico?

Ho sempre amato scrivere, ultimamente lo sto facendo con più metodo e non appena avrò modo realizzerò un progetto. Lo stesso vale per la regia. Adesso stanno maturando i tempi.

Parafrasando il titolo di uno spettacolo creato col gruppo con cui lavori, “Carissimi padri”, in cosa la tua generazione può essere maestra?

Siamo gli ultimi testimoni di un mondo che sembrava perfetto e invece è decaduto, imboccando una parabola discendente di cui non è facile ancora calcolare gli effetti. Svolgendo laboratori con studenti e insegnanti e andando in tournée incontro spesso i ragazzi anche coi miei compagni e se li si interroga sul proprio futuro, i giovanissimi rispondono con la consapevolezza di chi avrà un contratto precario, credono che possa esserci possibilità di riscatto solo nel guizzo del genio del singolo (magari perché ha un’idea per un’app) e non hanno minimamente fiducia in un sistema che possa aiutarli a far emergere le loro qualità. La nostra generazione, invece, credeva a tutto ciò. Questa rassegnazione da parte dei giovani di oggi, così pieni di vivacità intellettuale, è desolante. I miei coetanei cominciano a essere classe dirigente e devono tenerne conto, in questo siamo importantissimi perché siamo stati testimoni del declino della civiltà occidentale. Dobbiamo consegnare più speranza possibile ai giovanissimi perché da una crisi si può uscire anche con una proposta di realtà migliore rispetto a quella precedente, a patto di ostacolare questa tendenza all’isolamento.

Quale valore ha, per te, veicolare Pasolini e in particolare “Ragazzi di vita”?

Enorme perché, piaccia o non piaccia, con tutti i suoi limiti, che riconosco anch’io – ne sono un ammiratore critico – è stata una personalità chiave per l’Italia post bellica a tantissimi livelli. “Ragazzi di vita” è fondamentale perché racconta la Roma di cui Pasolini si innamora. Da quell’opera emerge tutta l’energia aurorale di un artista dalla grandissima capacità immaginativa e linguistica e, al contempo, una città piena di una vitalità primitiva, che la famosa civiltà dei consumi perverte. Bisogna organizzare risposte eque perché il progresso non penalizzi sempre gli ultimi. L’unica utopia che credo sia necessario percorrere è l’educazione per tutti e l’educazione all’educazione. La cultura ti rende capace di opporti altrimenti sarai sempre destinato a servire qualcuno.

“Ogni attore e ogni essere umano decide quanto alto deve essere il cielo che gli sta sopra la testa”, diceva Nekrosius (recentemente scomparso). Com’è il tuo cielo?

Il più alto possibile. Non è un fatto di ambizione ma di slancio che dai a ciò in cui credi. Il cielo deve essere il più alto possibile e il più vuoto e vasto di potenzialità possibili perché altrimenti non c’è spazio per la speranza – questo vale sia nell’arte che nella politica che nell’esistenza in generale. Credo che il maestro intendesse che più alto lo concepisci e più responsabilità assumi. Devi essere all’altezza di dove appendi le tue speranze. Bisogna avere il coraggio di uscire dalla propria zona comfort.

Cosa ti stimola ancora?

Da un lato l’idea di non smettere di imparare – è fondamentale – e dall’altro il momento che viviamo non è facile, ma è cruciale.

Da artista, cosa chiederesti all’attuale governo?

Ho paura a chiedere perché temo che non abbiano orecchie per ascoltare e non credo che gli interessi più di tanto la vita culturale del Paese e degli artisti. Gli domanderei di astenersi dal prendere iniziative dannose.

Sono in tournée fino al 13 gennaio con “After Miss Julie”, subito dopo riprendo “Ragazzi di vita” partendo dallo Strehler di Milano (16/01 – 27/01) e concludendo al Bellini di Napoli (26/03 – 31/03). Dal 4 aprile al 16 maggio ricomincio, invece, con “La classe operaia va in paradiso” (regia di Claudio Longhi, produzione ERT). Nel frattempo ci sarà anche qualche data di “Itaca… il viaggio”, un recital che ho realizzato con Davide Cavuti, un fisarmonicista bravissimo. Infine, l’ultima settimana di maggio insegnerò all’Accademia di ERT. Per quanto riguarda la seconda stagione de “La porta rossa” (diretta sempre da Carmine Elia) dovrebbe essere trasmessa a febbraio su RAI2.

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