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Lucia Mascino | Red Carpet Magazine

LUCIA MASCINO

“Forse non sono una persona libera, ma certo appassionata di libertà”

Intervista all’attrice, a breve in scena nei nostri teatri con “Il segreto della vita – Rosalind Franklin”

di Maria Lucia Tangorra

In questo settore non è mai semplice emergere, anche quando lo si merita, per fortuna la giusta occasione è arrivata anche per Lucia Mascino con “Amori che non sanno stare al mondo” di Francesca Comencini (tratto dall’omonimo romanzo edito da Fandango Libri).

Attrice poliedrica che tanto ha abitato le tavole del palcoscenico, si è fatta conoscere al grande pubblico in particolare grazie alla serie “Una mamma imperfetta”. Abbiamo avuto modo di intervistarla durante la trentacinquesima edizione del Torino Film Festival (24 novembre – 2 dicembre 2017) dove sono stati presentati due film che ben la rappresentano e – verrebbe da dire anche – ci rappresentano. Oltre all’opera della Comencini, abbiamo potuto assistere, infatti, a “Favola”, tratto dallo spettacolo ideato da Filippo Timi, con cui si è creato un fondamentale sodalizio artistico e umano. Scopriamo attraverso le sue parole tutti i dettagli di una donna e di un’artista che si è raccontata generosamente.

Se dovesse rispondere istintivamente, cosa l’ha colpita del personaggio di Claudia?

Dal primo momento in cui l’ho letta su carta e immaginata, ho provato una grande simpatia per questa adulta in battaglia con se stessa e con gli altri. In battaglia per dei valori portati all’assoluto come l’idea di verità e di totalità. È una donna generosa, ma anche invadente e impegnativa, è buffa e insicura e il suo esporsi con foga nasce dal credere che ci sia qualcosa di importante da difendere e per cui combattere. Claudia è una che “grida” non per scontrarsi ma per incontrarsi.

Vige l’idea che le registe riescano maggiormente a tratteggiare le donne. Secondo lei questo è accaduto con “amori che non sanno stare al mondo”?

Sì, penso di sì. Aggiungerei, in questo caso, pure la sceneggiatura stilata da tre donne (F. Comencini, F. Manieri e L. Paolucci, nda); si sente il loro lavoro d’insieme, sono andate a pescare da vari materiali compresi testi filosofici (tra cui “Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica” di Paul B. Preciado). Hanno tradotto materiali “seri” in scene comiche mantenendo il contenuto. Questa scelta è dovuta in primis a una battaglia che fa Francesca Comencini, da anni, sul ruolo della donna nella società.

Non è la spinta che ha avuto la mia generazione, nata in un’epoca in cui, in fondo, molte cose erano già cambiate, eppure soltanto quarant’anni fa c’era il “matrimonio riparatore”, e non ci rendiamo conto di quanto il percorso da fare sia ancora impellente nel presente.

Il film racconta di una storia d’amore e ragiona sull’amore inserendosi in un momento storico specifico che è quello di oggi. Non vuole essere un atto d’accusa verso il ruolo maschile. Qui l’uomo è l’oggetto desiderato, è il “molto amato” e in questo c’è un ribaltamento rispetto al racconto a cui siamo abituati. Poi si è scelto di prendere dei temi che possono sembrare dei cliché, come il cinquantenne che lascia la compagna per una più giovane, ma che sono delle realtà, e sono stati trattati con sincera serietà e al contempo ironia, senza mai banalizzare. Alcune scene resteranno cult.

A proposito di forma mentis, resiste ancora l’idea che una donna sia compiuta se realizza il desiderio di maternità…

Nonostante oggi ci siano donne senza figli felicemente single, esiste ancora uno sguardo sociale “ghettizzante” verso la donna che ha fatto quel tipo di scelta e si trova al «secondo atto della sua vita» come dice Francesca (Comencini) – le rubo l’espressione perché mi piace.

“Amori che non sanno stare al mondo” è una commedia femminile più che femminista, ma oltre al racconto amoroso c’è un ragionamento sulla libertà di essere soli e di determinarsi: l’idea che la conclusione di una grande storia d’amore non coincida col fallimento o la fine di una vita, ma con un passaggio. Ahimè si paga ancora lo scotto di un’evoluzione sociale che non è andata di pari passo. È un film per coppie, per single, per uomini e per donne, per lasciati, per lasciarsi e per innamorarsi; insomma non c’è uno schieramento con un dito puntato e casomai, quando lo si punta, lo si fa con tenerezza e divertimento e, in ogni caso, sotto quel dito puntato ci finiscono tutti, sia Flavio (Thomas Trabacchi) che Claudia. Vedendo il lungometraggio col pubblico ho scoperto che parti che credevo drammatiche facevano ridere perché chiaramente alcune dinamiche sono comuni.

Ad esempio, durante una scena di lite notturna, all’apice della tensione, lui dice: «no, non piangere… ma perché piangete tutte tra le quattro e le cinque di notte?». E lì gli spettatori ridono. Ho scoperto solo così che questa cosa è evidentemente più frequente di quanto credessi.

Così come denota quella scena, direi che in generale, la stessa sceneggiatura cambia spesso registro, dal comico al drammatico, tanto che non saprei dire nella parola “genere” cosa è giusto mettere: commedia? Dramma? Si possono mettere entrambi? Dramma comico forse.

Come si trova la giusta misura?

Godendosi fino in fondo entrambe le chiavi del film e, quando sono comiche, godendosi il ritmo di scrittura, mentre, quando scendono negli abissi, non bisogna aver paura di dare libero sfogo anche a quella parte. Dopotutto capita raramente e per me è un grande pregio del film, che volutamente non è omogeneo. La difficoltà consisteva nel mantenere la verità del sentimento. “Amori che non sanno stare al mondo” non racconta una distanza, ma una vicinanza, toccando il cuore. Al suo interno i personaggi ragionano molto sull’amore e sul sesso, eppure, al contempo, è un lungometraggio che potremmo definire di pancia.

Al Torino Film Festival è stato presentato anche “Favola” di Sebastiano Mauri, tratto dallo spettacolo teatrale ideato da Filippo Timi…

Io ho fatto pochissimi ruoli così grandi, a parte in “Un altro pianeta” (2008) e “Fräulein – Una Fiaba d’Inverno” (2016), per cui per me è stranissimo essere al festival con due lavori da protagonista.

Mi sembra sia una bellissima coincidenza…

L’opera della Comencini e quella diretta da Mauri interpreto personaggi molto distanti l’uno dall’altro e ho compreso che mi diverte molto la possibilità di trasformarmi. È un aspetto che ho messo a fuoco solo negli ultimi anni. Recentemente mi è capitato di partecipare a uno spettacolo (“Ritratto di una capitale” per la regia di Fabrizio Arcuri) fatto da ventiquattro frammenti della durata di venti minuti ciascuno, scritti da altrettanti autori provenienti da cinema, teatro e letteratura. Io davo corpo a due personaggi che erano in due frammenti diversi: in uno, scritto da Fausto Paravidino, interpretavo una coatta romana e nell’altro, scritto da Roberto Scarpetti, una donna rumena. Due stili completamente differenti. Li portavo in scena uno di seguito all’altro, per cui andavo in quinta, mi cambiavo velocissimamente e rientravo sul palco. Mi sono sorpresa nel cogliere quanto mi divertissi in questa repentina trasformazione, era come una montagna russa del sé.

Pensando ai lavori con timi in teatro, da spettatrice arriva, invece, come se lei già avesse consapevolezza di questo e si divertisse a giocarci…

Nell’“Amleto” davo vita a tre donne: la buffona, l’attrice che si sfoga e la madre di Amleto. Negli altri erano ruoli unici nella stessa pièce.

Tornando a “Favola”, che tipo di lavoro è stato compiuto per il passaggio al grande schermo?

Avevamo timore poiché la pièce si basava molto su una parte “live” che conduceva Filippo – lui è unico nella capacità di improvvisare e non solo – ed era un momento che conferiva tantissima energia sia a noi che al pubblico. Allo stesso tempo era uno spettacolo già molto cinematografico con le musiche di Hitchcock, i tagli di luce, gli abiti anni cinquanta e conteneva in sé il desiderio di portarlo al cinema e di rendere quei personaggi esistenti, al di là di noi.

Quello che abbiamo perso nello scambio con gli spettatori dal vivo, lo abbiamo mille volte guadagnato in verità, intimità e ricchezza di dettagli e in più ci siamo ingranditi. Sono stati aggiunti concretamente il ruolo di Mother – interpretata dalla meravigliosa Piera Degli Esposti – e quello del marito a cui dà volto il bravissimo Sergio Albelli; senza dimenticare Luca Santagostino, il quale incarna talmente bene i tre fratelli gemelli Stuart, che, giuro, si fa fatica a collegare che sia un unico attore a vestirne i panni (aveva il medesimo ruolo nello spettacolo, nda). Il fascino del cinema è innegabile: finalmente i nostri occhi erano grandi metri per metri e tutto è leggibile al loro interno, dalle sfumature alle cascate di emozioni. Il cinema in questo è inarrivabile.

Poi di buono c’è che le parti più esplosive che portavano gli spettatori a tornare venti volte a vedere lo spettacolo, nel lungometraggio sono rimaste e quindi miracolosamente si è creata una continuità pur nella differenza totale di linguaggi.

Ci siamo preparati molto anche con un coach americano, Michael Margutta, per spostare l’abitudine rispetto alla “routine” che poteva essersi creata dalle tante repliche fatte. Un aspetto teatrale è la fissità della location, lì c’era una sola stanza, sul grande schermo troviamo un’intera meravigliosa casa anni cinquanta ricostruita appositamente a Cinecittà – del resto accadeva così nel cinema di quegli anni coi teatri di posa.

In “favola” avviene un ribaltamento delle illusioni. Qual è, a suo parere, un’illusione che deve ancora esser ribaltata oggi?

L’illusione consiste nel pensare che il mantenimento di quello che era sia la salvezza, invece è impossibile arrestare il cambiamento che è in corso – potentissimo in quest’epoca. Ad esempio si crede sia possibile continuare a tenere ancora chiusi vari tipi di confini, ma il mondo è dentro un forte mutamento e il processo è inarrestabile – per certi versi direi fortunatamente.

Forse non sono una persona libera, ma certo appassionata di libertà: l’apertura immette nuove energie e può avere un ritorno positivo. Non si può generalizzare, ma forse dovremmo credere che siamo più liberi di quanto pensiamo e dovremmo accorgerci e assaporare la conquista di diritti che è già avvenuta. Invece mi sembra si verifichi il contrario: diamo per scontato il punto in cui siamo e siamo mosci nel conquistare o aprirci al cambiamento, cioè il percorso che potremmo ancora fare non lo facciamo perché pensiamo di essere già liberi.

So che può risultare contorto, ma è lineare. Va detto che non è semplice accorgersi in che momento si è nell’hic et nunc di quando lo si vive.

Senza entrare nel merito dei casi specifici di Weinstein e di ciò che è scoppiato in Italia, proprio per il discorso sulla libertà, pensa che qualcosa si stia muovendo?

La parola è un’azione e parlare è importante ed è terribile che qualcuno risponda «è sempre stato così». Nello stesso tempo penso che il gossip sia fingere un cambiamento, è controproducente e l’opinione pubblica non si deve sostituire a una valutazione più seria e politica. Parlarne in tv fa audience. Tutti dobbiamo contribuire a cogliere la voce alzatasi, certamente fondamentale. Forse parlare indurrà qualcuno a trovare il coraggio di farlo.

Mi infastidisce il perbenismo per cui si può arrivare a sostituire un attore in una produzione perché macchiato col timbro nero. Non mescolerei. Senza dubbio l’argomento è delicato e molto ampio.

Questa dinamica di potere esiste in tutti gli ambiti, non soltanto in quello dello spettacolo, ma si chiacchiera su questo perché fa parte del gossip.

Lucia, anche nello spettacolo “il segreto della vita – Rosalind Franklin” (produzione teatro eliseo), che porterà a milano (al franco parenti dal 3 al 15 aprile 2018, nda) e in tournée, si fa riferimento a questo…

Sì sono felice di tornare a teatro e di lavorare con un bravissimo regista qual è Filippo Dini così come sono entusiasta all’idea di tornare al Franco Parenti che per me è una casa importante. Mi stimola molto l’opportunità di lavorare ancora su un testo che ribalta il punto di vista e rimette in luce una scienziata, una donna, che ha contribuito alla scoperta del DNA ma che è stata sempre ignorata dai libri di storia a favore di Watson e Crick ritenuti “gli scopritori” del DNA.

Evidentemente e, aggiungerei, finalmente è nello spirito dei tempi ridare voce a quelle donne a cui è stata tolta per anni.

Pochi giorni fa pensavo, ad esempio, a una piccola cosa a proposito dei ruoli… mia madre, per vent’anni, ha cucinato due volte al giorno per sei persone e anche se la mia era una famiglia non troppo tradizionale, dove c’era un bello scambio (mio padre la domenica mattina preparava la besciamella per fare le lasagne), è assurdo averlo dato sempre per scontato. Avremmo dovuto dirle grazie ogni giorno, anzi darle una mano. I ruoli tradizionali hanno chiesto molto alle donne.

Ci credo che lei non voglia far la paladina “Sposando” certi progetti, ma che si tratti di una coincidenza…

Probabilmente possiedo un tipo di energia per cui posso interpretare questo genere di ruoli.

Quando rientravo a casa durante il periodo delle scuole medie, talvolta, in attesa dell’autobus, mi fermavo in un bar per star al caldo e vedevo i giochetti elettronici, dove i punti apparivano su delle donnine digitali a seni nudi e io pensavo: «ecco io sono lei, sono una donna». Provavo fastidio per la differenza di genere tra maschio e femmina e per anni ho combattuto anche con la mia femminilità, mi irritava che qualcuno si rapportasse a me in quanto donna e non in quanto persona.

Guardavo con sorpresa e quasi con ammirazione le mie coetanee che senza porsi troppi problemi, con disinvoltura, indossavano, per esempio, la minigonna svolazzante; io, invece, sentivo sulle spalle tutta la storia che c’era dietro, millenni di differenze e obblighi.

Approfondiamo il suo felice incontro teatrale con timi. In un settore e, in generale, in un mondo in cui sembra che possa esserci principalmente competizione, come mai è così duraturo il connubio con lui?

Ci siamo incontrati nel ’97 durante uno stage a Bologna, lui lavorava già nella compagnia di Giorgio Barberio Corsetti, io lo avevo appena conosciuto ma è come se, in qualche modo, ci fossimo riconosciuti.

Lui più impetuoso, io più diffidente, ma entrambi con tanta energia, con un bisogno infantile di gioco e un desiderio adulto di sentire e abbracciare l’esistenza. Abbiamo lavorato ambedue con Giorgio (Corsetti) per anni, spesso in tournée in Francia, insieme a un gruppo di circensi locali, poi nel 2005 io sono uscita dalla compagnia (lui l’anno seguente) e per me è stato un momento di crisi.

Per un anno sono rimasta ad Ancona cercando di capire quale altra strada prendere; Filippo in quel periodo mi ha metaforicamente presa in braccio e non ci siamo più persi. Ci sono tra noi una grande amicizia e intesa artistica forse anche perché siamo cresciuti assieme. Nel 2007 sono “ripartita” vincendo un bando nazionale con un mio progetto di spettacolo (realizzato a quattro mani con la danzatrice Rebecca Murgi) intitolato “Io sono internazionale”, dove si metteva in luce proprio l’assurdità di essere così chiusi all’altro e al contempo di riempirsi la bocca con l’idea di essere approvati internazionalmente.

Poi quando nel 2008 Filippo ha creato il suo primo spettacolo da autore e regista, oltre che da interprete, mi ha chiamata. Mi riferisco all’“Amleto”, una pièce stupenda (la prima versione, del 2009, aveva come titolo “Il popolo non ha il pane? Diamogli le briosche”, per la regia di F. Timi e Stefania De Santis e produzione Santo Rocco e Garrincha in collaborazione con Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, Artedanza E20, Teatro Stabile dell’Umbria. Nel 2012 l’artista si riconfronta a modo suo con questo cult, proponendo un nuovo allestimento intitolato “Amleto²”, di cui cura anche la regia. Produzione Teatro Franco Parenti, nda).

Poi ne abbiamo fatti altri quattro insieme e, parallelamente al teatro, sono arrivate le due serie televisive “Una mamma imperfetta” (Rai) e “I delitti del BarLume” (Sky), che mi hanno permesso di avere più popolarità e quindi di migliorare l’orizzonte e il presente lavorativo.

Quindi cosa caratterizza il vostro sodalizio?

Qualcosa di simile annusato sin dall’inizio e che, di esperienza in esperienza, si è amplificato. Nel 2005 Filippo era in tournée con “Metafisico Cabaret” (per cui ha vinto l’Ubu) e io non ero stata presa, sono entrata in corsa per una sostituzione. Diciamo che da Corsetti ho imparato, ma ho ricevuto pure qualche ferita. Ricordo ancora quando eravamo a Napoli, da dietro le quinte vedevo Timi sul palco e pensavo tra me e me: «se va avanti da solo lo seguo perché ho tanto da imparare».

Nessuno, allora, aveva capito che sarebbe stato autore e regista di propri lavori. Il destino, poi, è incredibile: la mia prima formazione è avvenuta al centro di ricerca e sperimentazione di Pontedera, l’anno precedente c’era stato lui ma non ci eravamo incontrati. Successivamente sono andata sul set di Tonino De Bernardi per far visita a sua figlia, mia amica, e il regista mi ha sollecitata a prender parte a una scena del film. Io, però, ero intimidita, Filippo era un vero e proprio istrione. Beh, sta di fatto che adesso nel film (“Fare la vita”) c’è una scena di noi due che ci baciamo.

Non so dire razionalmente quale sia il nostro legame, so che non riesco più a ricordarmi la mia vita quando non ci conoscevamo. Filippo è una persona incredibile. Ci vogliamo molto bene.

Lucia, ha optato per il CSRT di Pontedera, una scelta forte…

Anche quella è capitata un po’ per caso. Seguendo un laboratorio ad Ancona, la persona che lo teneva mi mise a parte di questo corso di formazione dove gli allievi venivano e vengono pagati.

Oltre a questo, era un approccio che mi corrispondeva maggiormente perché non mi interessava la dizione perfetta, ma mi piacevano più gli esercizi di “ascolto”, un linguaggio quasi più astratto dove buttar dentro gli impulsi e l’inconscio. Anche il lavoro con Corsetti era legato a delle immagini interiori, attingeva a testi tratti da Kafka e Ovidio.

Pian piano mi sono allontanata, prendendo anche gusto nel raccontare la normalità.

Il teatro Franco Parenti di Milano è divenuto un po’ una casa teatrale. Secondo lei esistono teatri e produzioni che hanno voglia di coltivare un artista nel tempo?

Il Parenti è proprio una casa, negli ultimi due anni ho avvertito in tal senso anche il Teatro Argentina di Roma.

Sicuramente la Shammah con Filippo ha avuto un incontro e lui con noi che ci sentiamo una compagnia pur non essendolo legalmente. In un mondo dove spesso i rapporti son fugaci, in particolare per il piccolo e grande schermo, il teatro riesce a fare un po’ più famiglia anche perché per uno spettacolo hai la possibilità di vivere un tempo più lungo.

Con “Una mamma imperfetta” scritta da Ivan Cotroneo si è cominciato a sperimentare sul piano della serialità. Come crede che sia cambiata da allora?

Il format è stato pensato da Cotroneo (il quale l’ha anche sceneggiato e diretto) insieme a Francesca Cima della IndigoFilm. È stato un lavoro sperimentale di grande qualità per scrittura, fotografia e interpretazione, tra l’altro il primo che ha visto la collaborazione tra Rai e web – nel caso specifico si trattava del “Corriere della Sera”. Sia noi che il pubblico l’abbiamo molto amato e personalmente è stato un passaggio importante nella mia carriera.

Mi sembra che sia in Italia che in America gli attori di cinema vadano più felicemente verso le serie. Con “I delitti del BarLume” ho quasi l’idea che rincontrerò i compagni di classe perciò attendo l’estate per girare le nuove puntate e questo rassicura un po’, soprattutto sul piano attoriale.

Ci vuole la giusta misura, una fiction che ti impegna per sei mesi ti consuma e può verificarsi – per alcune – il rischio di viverle meccanicamente.

Cosa non ha fatto ancora emergere di lei?

Fino ad ora l’affanno consisteva nello stare a galla, adesso posso aprire gli occhi e cercare di capire cosa manca come espressione artistica, ma mi auguro che ci sia ancora tanto da scoprire. Non mi sento così navigata.

Forse avrebbe meritato questa chance anche prima…

Probabilmente sì, anche perché ora tante parti non posso farle [lo dice con amarezza e umiltà] però adesso mi godo il momento che è finalmente arrivato.

Richiamando il titolo del film di Francesca Comencini, cosa vuol dire per lei star al mondo in quanto donna e artista?

Per star al mondo bisogna essere genuini e in ricerca, essere curiosi di ciò che ci circonda, guardando gli altri. Cerco sempre le istruzioni d’uso, ma non le ho. Sicuramente dare e ricevere.

Quando cresci, la vita deve passare principalmente per il cuore, persino la stessa testa.

Concludiamo questa chiacchierata coi suoi prossimi progetti…

Avevo in mente di realizzare un monologo con Lucia Calamaro, che apprezzo tantissimo, purtroppo quest’anno non è stato possibile. Mi auguro accada prossimamente. Durante l’inverno dovrei realizzare una commedia di una regista milanese (l’attrice sta girando “Palloncini”, opera seconda di Laura Chiossone, nda) e poi è programmata la tournée con “Il segreto della vita”.

A gennaio saranno trasmesse su Sky Cinema Uno HD le nuove storie de “I delitti del BarLume” (sono già andate in onda e restano disponibili anche su Sky On Demand all’interno della collezione “I delitti del BarLume”, nda), in attesa di scoprire se gireremo la prossima estate.

Credits
Ufficio Stampa Lucia Mascino: Federica Ceraolo

 

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