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LUIGI NIFOSÌ – «Racconto la Sicilia attraverso immagini ed emozioni»

Raccontare la Sicilia, immortalare ogni angolo di bellezza, fermare il tempo e rendere ogni posto eterno. Il fotografo Luigi Nifosì, da sempre, racconta con eleganza e naturalezza la sua terra siciliana. La sua fotografia è un viaggio fatto non a piedi nudi sulla terra ma dall’alto con le ali di un gabbiano verso le infinite sfumature della Sicilia.

di Anna Chiara Delle Donne

Benvenuto, Luigi. Partiamo dall’inizio: come nasce il suo amore per la fotografia?

I rullini e le macchine fotografiche sono stati sempre di casa dai Nifosì. Mio padre fotografava le due mie sorelle e me con una vecchia Benicini Comet II che esiste ancora, grazie a cui abbiamo un discreto album dei ricordi.

Per molti anni la fotografia è stata distante dai miei interessi, a vantaggio dello sport (basket, tennis, windsurf) e dalle moto, però avevo amici moto bravi in fotografia e dotati di attrezzature che non mi sarei mai potuto permettere con le finanze di famiglia. L’esperienza mi servì molto: osservavo e mettevo da parte le cognizioni tecniche e concetti di ripresa. Col primo stipendio da insegnante di educazione fisica, andai dritto ad acquistare la mia prima vera macchina fotografica sapendo già cosa volevo fotografare e come.

Quando ha deciso di trasformare la sua passione in professione?

Fu in concomitanza con una serie di delusioni ricevute sul lavoro che mi resi conto di poter capitalizzare il mio tempo in modo più fruttuoso, dedicandomi alla ricerca fotografica, allora quasi esclusivamente dedita al patrimonio monumentale e paesaggistico siciliano. Oggi dovrei ringraziare chi decise di mettermi da parte a beneficio di colleghi meno capaci. Il vero salto qualitativo l’ho fatto nel 2008: tre libri in un solo anno, tra cui il mio testo più fortunato, IN VOLO SULLA SICILIA, primo Summa della mia ricerca fotografica aerea, che tanta notorietà e apprezzamenti mi ha fruttato.

Il mare e la terra siciliana sono protagoniste assolute delle tue foto. Cosa rappresenta per te la Sicilia? 

Il mare e la terra siciliana sono un binomio indissolubile. Sono nato a luglio, dopo che mio nonno, mio omonimo, aveva appena comprato la nostra casa a Cava d’Aliga, su una scogliera che guarda al mare africano. Sono cresciuto tra spiaggia, barche e reti da pesca. Poi in età post-adolescenziale, ho avuto la passione per il windsurf e il mare osservato dal lato giusto. Infine c’è stato l’incontro e l’amicizia con Piero Guccione, il grande pittore riferimento nell’arte nazionale e internazionale per la sua interpretazione dell’azzurro.

Come non rimanere, quindi, influenzati dall’immensa distesa azzurra e mutante che ha da sempre circondato la mia esistenza?

Appena mi sono alzato in volo sulla Sicilia è stato impossibile distogliere lo sguardo dalle coste; dalle isole. Ma anche dai castelli; dai tanti siti archeologici che rappresentano parte fondante e intrinseca del pur variegato paesaggio siciliano. E i vulcani, le maccalube, le singolari condizioni geomorfologiche che si trovano solo in Sicilia, dove le mettiamo?

“La Sicilia es el mundo” ripeteva a un editore spagnolo l’antropologo Antonino Buttitta, con cui ho avuto la fortuna di collaborare. La Sicilia è il paradigma del mondo e io sono d’accordo, ritenendomi fortunato ad essere nato e vissuto in uno dei luoghi più belli al mondo, dove basta puntare l’obiettivo per potare a casa una buona foto.

 Il tuo archivio fotografico vanta decine di migliaia di immagini che ritraggono il complesso paesaggistico e architettonico siciliano. Quale posto ti ha più entusiasmato ed emozionato durante i tuoi scatti? 

Ci sono un paio di posti in Sicilia che posseggono un vissuto stratificato nella storia straordinario; luoghi del mito scolpiti nell’immaginario collettivo come quint’essenza della Sicilia stessa. Su due piedi direi il castello di Lipari e lo stabilimento Florio di Favignana; che poi sono anche i due posti dove non solo ho esposto la mia mostra più partecipata dal pubblico e legata al libro che ho già citato.

Se parliamo di emozione pura oltre alle saline Ettore Infersa di Marsala, la tavolozza ove si realizza l’abbraccio della terra ed il mare, nessun altro posto può dirsi più evocativo ed emozionante del vulcano Etna. I crateri centrali del vulcano attivo più alto d’Europa sono il posto dove l’essere umano viene ricondotto alla sua misera dimensione di timoroso osservatore della grandezza della natura.

Nella tua recente mostra fotografica “Sicilia, L’isola mai vista”, sono stati esposti oltre 100 scatti. Che effetto ti ha fatto? 

Non nego che l’attenzione del pubblico per il tuo lavoro, dopo tanti sforzi, è sempre gratificante. A Modica esponevo per la prima volta il Summa di venti anni di ricerca, di voli sulla Sicilia. Aggiungevo un mattone non da poco al primo step di dieci anni antecedente.

L’attenzione di due curatori di chiara fama come lo storico dell’arte, prof. Paolo Nifosì e del prof. Giuseppe Barone, già direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Catania, aggiungevano un elemento di ulteriore importanza all’iniziativa che è stata sugellata dalla conferenza tenuta a chiusura dell’esposzione dal prof. Sebastiano Tusa, già sovrintendente del Mare di Sicilia, e attuale assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana.

Le visite alla mostra più belle e che ho più apprezzato, rimangono quelle fatte con i bambini delle scuole elementari e gli studenti dei licei che numerosi sono venuti, regalandomi momenti indimenticabili.

Negli scatti della mostra ci sono anche inediti di siti archeologici e preistorici non conosciuti come di Mokarta, Tapsos e altri. Questi siti sono un nuovo stimolo di studio e approfondimento. Come nasce l’idea e la voglia di scattare in posti del genere e cosa speri che susciti in chi guarda questi scatti?

I siti archeologici rappresentati in mostra a Modica, sono solo una minima parte, una selezione stringatissima, del materiale raccolto negli ultimi due anni, grazie a una ricerca che conduco unitamente agli archeologi del dipartimento di Archeologia dell’Università di Catania. Due anni fa abbiamo chiuso una convenzione che è stata condivisa anche dalla Guardia di Finanza e dal Nucleo Tutela Beni Culturali dei CC. Ad oggi le rilevazioni aeree compiute hanno fruttato la catalogazione di un centinaio di siti. Un’altra ventina ancora mancano alla conclusione del progetto che formerà materiale didattico per docenti e studenti di archeologia degli atenei siciliani.

Molti dei siti fotografati, sino a qualche tempo fa, erano sconosciuti anche per me, che comunque di archeologia di occupo da non pochi anni.

Luigi, cosa comporta umanamente e professionalmente scattare una foto in un posto non conosciuto, non contaminato dall’evoluzione e dalla tecnologia? 

Ci sono luoghi in Sicilia che rimangono ancora in possesso di un fascino primordiale: le riserve naturali e quelle marine; i vulcani come le saline sino alle immense e sconosciute aree lacustri e boschive. Davanti al candore della scala dei turchi di Realmonte piuttosto che a Cala Rossa di Favignana – ma potrei citare qui altre decine e decine di luoghi – rimango ancora incanto, tanto da dimenticare, talvolta, persino di fotografare.

Quali sono i suoi prossimi progetti futuri? 

Riuscire a stampare finalmente uno dei quattro progetti editoriali che ho nel cassetto da tanto, troppo, tempo.

La ricerca sulla Sicilia vista dall’alto è solo uno dei lavori che vorrei tanto vedere, finalmente, ricondotto in forma di libro: peraltro un libro che mi viene richiesto da tantissimi.

C’è la storia dell’archeologia in Sicilia, con un testo già pronto da anni a cura di Sebastiano Tusa. Ancora un volume sulle tragedie di Siracusa, le rappresentazioni classiche che fotografo ininterrottamente dal lontano 1992! E per finire un lavoro di ricerca anch’essa ultradecennale, dal titolo anglosassone perché pensato per il mercato internazionale: ANCIENT GODS, NEW HEROES. Uno spaccato su come stanno cambiando e perdendo identità le feste popolari in Sicilia.

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