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MACCIO CAPATONDA

«Non ho molta fiducia nel genere umano, la politica mi lascia indifferente e la musica mi fa piangere. Rido con Troisi, Verdone, Frassica e Benigni»

Intervista al comico che ha segnato una generazione di internauti e che al Figari Film Festival di Olbia ha presentato la sua ultima fatica: “The Generi”, in onda su Sky Atlantic.

La musica è una delle poche cose che lo fa piangere, la politica invece lo lascia indifferente, «perché non l’ho mai capita e ho fatto fatica a giudicare il rapporto tra politica e realtà. Sono nato in una generazione comoda, priva di ideali politici e con la tv, senza particolari problemi, non sono stato educato alla politica». Alla politica che passava in televisione preferiva di gran lunga i telefilm e i cartoni animati, soprattutto “Tutti in campo con Lotti”, “Creamy” perché mi affascinava l’idea della doppia identità e ovviamente “Ken il guerriero”. Pioniere della moda delle web series, comico e grande mattatore della rete con i suoi assurdi trailer, Marcello Macchia in arte Maccio Capatonda è stato il riferimento per una generazione di internauti ancora in erba e negli anni ha saputo rinnovare il proprio linguaggio seguendo i tempi e le urgenze di un’epoca che lo hanno portato a passare con disinvoltura dal web alla tv, al cinema. E oggi di nuovo al piccolo schermo con “The Generi”, la serie scritta con Luigi Di Capua dei “The Pills”, in onda dal 2 luglio su Sky Atlantic. Incontriamo Maccio al Figari Film Festival, giovane manifestazione di cortometraggi in programma a Olbia dal 19 al 24 giugno scorso, in occasione della presentazione del secondo episodio della serie il cui protagonista, Gianfelice Spagnagatti, è un quarantenne al riparo da qualsiasi tipo di emozione, che si ritroverà ad affrontare un surreale e dissacrante viaggio attraverso i generi cinematografici.

L’ultimo di una galleria di personaggi che hanno fatto storia, molto distanti dalla persona schiva che in questa breve chiacchierata si racconta senza filtri. A chi gli chiede di immaginare il corto della sua vita, risponde: «Quando sto al cinema a sette anni e vedo Ritorno al futuro, quando mio nonno mi regala la prima telecamera, quando mi ha chiamato la Gialappa’s, quando mi sono innamorato la prima volta e quando sono morto la prima volta».

 Elisabetta Bartucca

 Ph Andrea Mignogna

 

Ti ritieni un fan del cortometraggio?

Sono un cortografo, cortofilo… La dimensione del corto si addice a una generazione come la mia che vuole tutto e subito; se penso ai trailer con cui ho cominciato, che erano spesso il sunto di storie molto compresse, più che di corti parlerei di cortissimi. La compressione che si è diffusa molto bene su internet è l’espressione di quest’epoca, in cui ci siamo abituati al mordi e fuggi come i titoli delle notizie in tv o la mole di informazioni che riceviamo, che però ti soddisfano. I corti mi danno una sensazione di completezza, perché porto a chiusura un’idea che mi piace; poi li lascio andare e passo ad altro perché ho sempre voglia di cambiare e fare cose nuove. Un film ad esempio è una cosa più elaborata.

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