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MALIKA AYANE – «Facciamo il meglio che possiamo nel momento in cui lo stiamo facendo»

Malika Ayane non ha bisogno di presentazioni perché a parlare per lei sono una voce e uno stile inconfondibili, un talento inesauribile e una grande versatilità. Quest’ultima l’ha portata a confrontarsi oltre che con la musica anche con la radio, il cinema e la televisione. Il 2019 la vedrà impegnata con le nuove tappe del fortunato “Domino Tour”, con il quale la cantautrice milanese sta portando in giro il suo quinto progetto discografico in dieci anni di carriera.

di Francesco Del Grosso

Quando hai capito che la musica avrebbe ricoperto un ruolo principale nella tua vita?

Lo è sempre stata. Qualche giorno fa parlavo con mia figlia del fatto che non tutti da piccoli sanno cosa vogliano fare nella vita, mentre io ero una di quelle persone che lo sapevano da subito. Non tanto il diventare una cantante famosa, piuttosto che il mio benessere passasse attraverso il fare della musica. Ricordo che da bambina il solo suonare mi dava gioia.

Cosa ti sei portata dietro dell’esperienza al Teatro alla Scala?

La ricerca della qualità e della bellezza. Quando hai 12 anni e dopo avere fatto i compiti nel bar di un teatro come quello vai a fare le prove con un’orchestra di grandi professionisti inizi a guardare il mondo con occhi diversi e ti rendi conto che esiste qualcosa di così alto che ti segnerà per sempre. È come abituarsi a mangiare molto bene ed essere poi costretti ad adattarsi e non il contrario.

Oltre al tuo stile e alla tua voce, cosa ti accompagna sul palco durante ogni esibizione?

Una grande insicurezza [ride]. C’è sempre un attimo prima di cominciare in cui non sai come andrà a finire. Non è facile da spiegare a parole cosa accade in quel momento. È come se ad un certo punto si spegnesse tutto – me compresa – e la sensazione di incertezza prendesse il sopravvento. Si palesano una serie di possibilità e hai un lasso di tempo limitato per decidere da che parte andare.

Come è cambiato – e se è cambiato – il tuo modo di cantare rispetto agli esordi?

Penso che l’esperienza di esseri umani porti a vivere le cose diversamente, un po’ come accade quando ti approcci alle emozioni o alle decisioni da prendere. Allo stesso modo, con la maturità cambia anche il tuo modo di cantare. Se quando ero adolescente volevo stupire per forza e cantavo articolando i suoni – cosa tra l’altro molto comune tra le giovani cantanti – con il crescere mi sono resa conto che era più importante riuscire a dare valore attraverso il suono a quelle stesse parole. Quindi fare meno, ma fare meglio. Vale a dire usare la voce come uno strumento e al contempo cercare di rendere comprensibili i contenuti.

Come hai affrontato le partecipazioni a Sanremo e qual è l’episodio che ricordi maggiormente?

Ad oggi ho partecipato a quattro edizioni e ho capito quanto importante fosse andarci con la consapevolezza che stai portando un progetto musicale (un singolo brano o la promozione di un disco) all’attenzione di milioni di persone. Non ho mai vissuto il festival come una competizione, semmai come la possibilità di parlare a tanti. Quindi non è tanto la situazione in sé ma come gestisci quello che stai portando sul e fuori dal palco. Sbagliato sarebbe dire che l’avere preso parte più volte a quella manifestazione non sia stato più o meno incisivo sulle vendite, sui concerti e sugli ascolti alla radio. Indubbiamente la rivolta degli orchestrali nel 2010 è stato l’episodio di maggiore impatto, ma quello che ricordo con più affetto è il Sanremo del 2015, che ho affrontato in maniera più rilassata e positiva rispetto ai precedenti.

Che valore ha per te l’avere vinto due volte il Premio della critica Mia Martini a Sanremo?

Ha un valore umano prima che artistico. Nell’epoca dei social, ogni giorno c’è qualcuno che subisce delle vessazioni ed è molto importante che certi atteggiamenti vengano condannati. Di recente è stato realizzato un film su di lei dal titolo “Io sono Mia” che, oltre a rendere il giusto tributo alla figura di una straordinaria donna e cantante, è un dito puntato contro quel genere di maldicenze e di violenze psicologiche che possono arrivare a distruggere una vita e una carriera. L’effetto che fa la leggerezza con la quale si dicono le maleparole a volte può essere devastante. Spesso ci dimentichiamo che alla base siamo tutti esseri umani e questo va al di là della notorietà o della maggiore e minore esposizione mediatica.

Di cosa ti piacerebbe parlare in una canzone e che non sei ancora riuscita a fare?

Io scrivo tanto di stati d’animo all’interno di quelle che possono essere le situazioni più disparate. Attraverso i testi delle mie canzoni mi piace parlare di come ciò che viviamo dentro poi si rifletta sul mondo esterno e viceversa. Più che un tema preciso vorrei diventare più brava ad affinare la precisione con cui descrivo certe sensazioni e certi concetti.

Qual è la tua posizione rispetto ai talent show?

È innegabile che la televisione dia una certa visibilità, ma la carriera è un’altra cosa. Bisogna essere persone strutturate e non invidio quelle che ingenuamente pensano che il punto sia arrivare a fare parte velocemente di questo calderone dove tutti fanno dischi, quanto quello di restarci il più a lungo possibile facendo delle cose delle quali andare fieri. Molti come Mengoni o la Michielin si sono messi a studiare dopo il talent show e lo avrebbero fatto indipendentemente dalla partecipazione a X Factor. Non so se oggi fossi stata un’esordiente se avrei potuto fare a meno della televisione per emergere.

Cosa ti aspetti dal pubblico e cosa pensi che il pubblico si aspetti da te?

Vicendevolezza pura. Un concerto è uno scambio reciproco di emozioni e ci deve essere un’empatia tra il pubblico e chi si esibisce.

All’attivo hai una serie di prestigiose collaborazioni, ma quale tra le tante ti ha sorpreso di più?

Potrebbe sembrare scontato, ma la più grande scoperta è e continua ad essere Caterina Caselli. Più passano gli anni e più mi rendo conto di quanto sia un modello da seguire in termini di versatilità, di capacità di fare gioco di squadra e di sapere riconoscere prima degli altri cosa funziona e cosa no. Ho avuto la fortuna di crescere al suo fianco e di godere dei suoi insegnamenti. Senza di lei e le sue indicazioni non avrei mani potuto conoscere Paolo Conte o fare un tour con Bocelli.

Al momento ti senti più libera come donna o come artista?

Per la prima volta sento che tutti i pezzi corrispondono perfettamente ed è una sensazione splendida che viene dall’avere l’età giusta sia in termini di maturità che di energia fisica e mentale.

Quale ritieni possa essere il punto di svolta o l’anno zero nella tua carriera?

Penso che sia proprio il mio ultimo disco “Domino”, che a mio avviso è più difficile da promuovere e da fare arrivare alla gente rispetto ai precedenti. Si tratta di un album nel quale ho rimesso in gioco tutta la credibilità e l’esperienza maturata in questi 10 anni di carriera. Con esso non traccio un bilancio, ma festeggio l’inizio di un nuovo percorso. L’idea di potere plasmare di nuovo qualcosa contando solo su quello che ho e non su possibili scorciatoie mi ha dato un ulteriore slancio a fare di meglio e di più. Per questo ritengo “Domino” un punto di svolta e al contempo di ripartenza.

Artisticamente qual è la tua più grande paura?

Qualche anno fa ti avrei detto il non riuscire a fare dei dischi belli quanto avrei voluto. Oggi invece, penso che noi facciamo il meglio che possiamo, nel momento in cui lo stiamo facendo, credo che ogni cosa porti a poterne fare un’altra. La mia paura più grande è proprio l’idea di non avere più la forza o il coraggio di provare a fare cose nuove.

Credits Ufficio Stampa Malika Ayane: Lara Cecere LaPresse

Ufficio stampa 1 Day: Elisa Martini

Sugar Artist Promotion and Marketing: Nicoletta Zagone

 

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