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Marisa Tomei

Marco Calvani – Un drammaturgo italiano a Broadway

Il drammaturgo, regista ed attore racconta le svolte più importanti della sua carriera a pochi giorni dal suo debutto a Broadway con The Rose Tattoo (La rosa tatuata), spettacolo che lo vede nei panni di dramaturg e associate director, accanto alla sua amica e musa ispiratrice Marisa Tomei, l’attrice premio Oscar, protagonista dello show.

 

Di Tommaso Cartia

 

È dentro al teatro che Marco Calvani mi porta per questa intervista. Dentro la sua idea di teatro, il suo rifugio, il suo tempio. Dentro quel teatro che sua mamma amava tanto, quel teatro che lo ha accolto e cullato nel suo caldo abbraccio sin da quando era un ragazzino a Prato: “ricordo ai tempi di aver visto una delle ultime esibizioni di Giorgio Gaber, l’ultimo spettacolo che vidi con mia madre. Ricordo la sua forza in scena, come cantava, parlava, declamava, come sudava sul palco, e mi ricordo che la sala era metà inebriata e metà inorridita dal suo piglio così dichiaratamente comunista”. Non solo il teatro, anche il cinema è un’altra grande epifania della sua adolescenza: “D’estate ci andavo tutte le sere. Quando vidi

Marco Calvani. Photo Credit: Raouf Marzouki

Marco Calvani. Photo Credit: Raouf Marzouki

Lezioni di Piano di Jane Campion, fu un’esperienza emotiva potentissima, ci andai tre volte di seguito. Capii che dovevo raccontare delle storie come quella”. Ed è dentro un altro teatro che Marco mi porta oggi, quello di Broadway, in un’altra città, New York, in un altro mondo, molto più grande, larger than life direbbero gli americani, per poi scoprire che: “alla fine Broadway ed il teatro della parrocchia non sono in fondo poi così diversi [ride]. Con questo intendo che alla fine ritrovi le stesse dinamiche, le stesse magagne, perché il teatro è uno spazio vitale condiviso da degli artisti in scena, e gli artisti per natura sono pieni di idee e quindi anche di contraddizioni”. Ci sediamo nella loggia dell’American Airlines Theatre, a Broadway, che sta ospitando The Rose Tattoo, prodotto da The Roundabout Theatre Company. Il teatro è vuoto ma è pieno della nostra conversazione, di luci, di tecnici che provano tutti i microfoni: “check, check one, two!”; della musica dello spettacolo e di Marisa Tomei che entra in punta di piedi a marcare sul palco una delle scene, che ci saluta tranquilla ed esce dietro le quinte. In fondo, forse non sembra così diverso dal teatro della parrocchia anche se: “è indubbiamente una delle più grandi macchine produttive che abbia mai visto”, mi racconta Marco, “anche in termini logistici e regolamentari, perché qui in America le unions sono molto forti e strutturate. C’è una grande forma di rispetto per tutte le maestranze ed un’organizzazione molto puntuale”. Il coinvolgimento del drammaturgo nel progetto è partito tre anni fa al Williamstown Theatre Festival, un evento estivo che ospita la maggior parte delle produzioni che poi approderanno a Broadway. Nel 2016 The Rose Tattoo, diretto da Trip Cullman con Marisa Tomei debutta lì: “sin da allora ho fatto parte del progetto, conoscevo già il regista che mi aveva coinvolto nell’adattamento del testo, perché il testo originale è pieno, sia a livello linguistico che culturale, di italianità. In questo progetto come dramaturg agisco anche da associate director. Mi sono occupato di fare da ponte tra Tennessee Williams ed il regista, e tra il regista e gli attori”. Per chi non fosse famigliare con la figura del dramaturg, di base è un consulente letterario, un editore di testi teatrali che lavora a stretto contatto con il cast artistico. E non poteva esserci testo migliore per Marco Calvani al quale affidare il cuore, l’istinto, e la ricchezza della nostra tradizione culturale italiana. La rosa tatuata, pièce scritta da Tennessee Williams nel 1951 e dedicata al suo compagno di origini siciliane Frank SCAD Savannah Film FestivalMerlo, era stata pensata appositamente per l’interpretazione di Anna Magnani, che poi declinò l’ingaggio teatrale perché non si sentiva padrona della lingua inglese, ma accettò invece il ruolo nel film che le valse l’Oscar. È la storia di una comunità italoamericana, ambientata in una città della Louisiana che si affaccia sul Golfo del Messico. La narrazione tragicomica racconta di Serafina delle Rose, una sarta di origini siciliane da tre anni chiusa in casa per rispetto della sua vedovanza, vigile custode delle virtù e dell’innocenza della figlia e restia alle avenches di un nuovo corteggiatore. La scoperta però del tradimento del defunto marito le faranno scardinare tutti gli schemi della società patriarcale nella quale è cresciuta riscoprendo la sua femminilità e la sua sensualità. Una materia di grande interesse per Marco Calvani che ha riscoperto una parte del nostro passato di immigranti italiani che fa molto riflettere sull’attuale crisi migratoria: “Forse non ci ricordiamo che anche noi siamo stati una minoranza etnica. Quando gli italiani vennero in America negli anni ’40 erano considerati alla stregua degli slaves, ed anche loro dovettero passare attraverso il processo di whiteness (diventare bianchi, nel senso americani al cento per cento N.d.R). Serafina rappresenta il ponte tra la tradizione italiana e quella americana, il desiderio di emanciparsi e di inseguire il sogno americano. Scoprire che i miei antenati hanno subito delle discriminazioni fortissime, che sono stati vittime di uccisioni di massa, mi ha colpito particolarmente. Nelle mie storie io mi occupo sempre delle minoranze e cerco di dar voce a chi non ce l’ha”. Ed in questo progetto la voce la dà alla sua amica Marisa Tomei, che in questo spettacolo trova il modo di riconnettersi alle sue stesse origini italoamericane. “Io e Marisa lavoriamo spesso insieme”, mi spiega Marco, “è un’attrice che si prepara e studia molto.

Questa estate è andata in Sicilia a studiare il dialetto. Era molto importante per lei affrontare questo ruolo come donna e come attrice. Come donna perché per un quarto lei è siciliana e c’è tutta una sfera personale di una famiglia che in un certo qual modo ha sempre voluto rinnegare quelle origini, sia perché gli immigrati hanno sempre sentito il bisogno di americanizzarsi, sia perché la Sicilia possiede un potere magico, connesso anche con i piaceri primordiali che la società patriarcale deve tenere a bada. Questa identità ancestrale viene fuori nell’interpretazione di Marisa, e la sua liberazione come persona diventa poi quella dell’attrice e quindi del personaggio”. Oggi Marco Calvani è ad una svolta importante, non solo con il suo debutto a Broadway ma anche con i suoi primi due progetti di lungometraggi ai quali sta lavorando in Francia e in America; ma sono stati tanti i momenti di svolta della sua vita, che spesso non sono coincisi con quelli di maggior successo. “Il primo è stato quando è morta mia madre, avevo quattordici anni e subito dopo ho cominciato a fare teatro dietro casa mia, con Barbara Nativi. Il secondo punto di svolta, quando facevo l’attore di cinema a Roma, a 21 anni stavo facendo uno spettacolo del quale non avevo alcun rispetto. È stato il momento che mi sono detto, beh se questa cosa va in scena forse allora posso provare anche io a scrivere. E così poco dopo scrissi il testo de Le mani forti nella cucina di casa mia per me come attore e per la mia coinquilina Elisa Alessandro, ispirato al caso di Erika ed Omar. Non avrei mai pensato che sarebbe diventato un tale successo, il Corriere della Sera venne a vedere le prove, scrissero un pezzo e da lì entrai in un ciclone mediatico che fu l’inizio anche del mio lavoro all’estero. Il testo venne tradotto in Francia, Spagna, Inghilterra,

Marisa Tomei

Marisa Tomei in The Rose Tattoo. Photo Courtesy of Marco Calvani

Germania. E successivamente arrivai anche a New York, dove ora vivo da 5 anni”. Tantissime le soddisfazioni per Marco in questi anni, ricordiamo in particolare anche il suo debutto cinematografico con il cortometraggio The View from Up Here, dove nel 2017 dirige un altro premio Oscar, Melissa Leo. Le emozionali alchimie della sua scrittura fremono per saltare fuori dalla pagina e liberarsi sulla scena, forse per quella sua volontà di mettersi sempre dietro alle sue idee, “guardarle come se fossi un bambino di cinque anni che ha paura di toccarle. La mia scrittura è per me uno strumento per cercare di comprendere gli esseri umani e le nostre intricate relazioni, quanto possiamo odiarci, amarci e nello stesso tempo coabitare in uno stesso spazio vitale. Le mie sono storie di minoranze, di immigrazione, di guerra, di abuso di potere, di sopravvivenza e ricerca della felicità, con una particolare attenzione al mondo delle donne, e alla loro capacità d’amare, di sacrificarsi di vivere di infinita compassione. Per me ogni storia, anche la più intima, deve esistere per un’importante ragione politica, che possa stimolare e attivare le nostre coscienze profonde. Io credo nella bontà degli esseri umani e in una presenza più grande di noi”.

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