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Marco Ripoldi

Partiamo dal titolo del tuo ultimo film. Moriremo tutti democristiani?
Dipende da noi, anche se in questo caso il termine democristiano non va interpretato in chiave politica ma come atteggiamento. Il film ha molte chiavi di lettura: parla di vita quotidiana, ma anche di politica senza mai parlarne direttamente. Il titolo usa una metafora politica per raccontare la vita quotidiana, facendo cioè l’opposto di quello che “Il Terzo Segreto di Satira” ha fatto fino ad ora con i suoi video.
Mi auguro però che se moriremo democristiani, possa succedere il più tardi possibile! Certo, se guardo fuori la vita ci impone tanti compromessi che non sono necessariamente negativi, a volte portano anche cose buone.

Il tuo ruolo è quello di Stefano, un giovane no global che si è ritrovato a fare filmini ai matrimoni, un eterno ragazzino rimasto al palo, che continua a condividere casa con improbabili coinquilini e ad andare alle feste Erasmus, anche se la vita è andata avanti. Quanto c’è di te e della tua generazione dentro questo personaggio?
La prima volta che ho letto il copione mi sono quasi spaventato, mi sembrava di mettermi completamente a nudo davanti alla telecamera. Anche io, come Stefano nel film, non sono mai andato al G8, e quando i miei amici raccontavano di esserci stati io rispondevo: «No, io non ci sono andato perché ero a mare!». Ero sempre dispiaciuto però di non riuscire a mentire e dire invece di esserci stato. C’è molto di me e del mio percorso in Stefano, che si ritrova a fare delle scelte senza mai scegliere, mettendo sempre davanti  qualcosa: la relazione, gli amici, la condivisione. Fino a quando si rende conto di non essere più un bambino e il desiderio di svoltare e avere una propria identità si impone, mettendo in crisi la sua quotidianità e le sue stesse scelte.
Mi piace molto una sua battuta, che recita: «Forse sono di sinistra perché ho fatto il classico, se avessi fatto l’Itis sarei fascista e tassista come mio cugino». Lo penso anche io, anche se in realtà ho frequentato l’Itis e non il classico, ma non sono né fascista né tassista! C’è un pezzo di me in ognuno dei protagonisti di questa storia perché come loro anche io mi trovo spesso a dover accettare dei compromessi, ad esempio girare degli spot che vorrei non aver mai fatto.

 

Credits Ufficio Stampa: Sara Battelli
Rubik Comunicazione

 

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