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MASSIMO GHINI

«Siamo dei creatori d’emozioni»

 

Quarant’anni di carriera e ancora tanta voglia di macinare polvere su set e palcoscenici. Massimo Ghini non ha bisogno di presentazioni. Ci ha stupito per l’affabilità con cui si è posto in conversazione, attraversando alcune delle tappe fondamentali della sua vita, sempre con sguardo lucido e ironico su di sé e sulla nostra Italia.

 

di Maria Lucia Tangorra

 

Massimo Ghini - The New Pope _ ph Gianni FioritoAma le sfide. È lui stesso a svelarcelo e lo ha già dimostrato. Tra queste, “Vivi e lascia vivere” (in onda su Rai1 dal 23/04) segna il debutto sul piccolo schermo di un regista come Pappi Corsicato. «Negli ultimi anni si è aperto un dialogo costruttivo tra autori, intellettuali e tv» – sottolinea Ghini – «e abbiamo solo da guadagnarci. Per me è stata la prima occasione per entrare nell’universo di Pappi; con gli altri interpreti sapevamo a che cosa andavamo incontro e ci siamo messi a servizio. La caratteristica sostanziale del lavoro televisivo è che la narrazione deve rispettare i tempi di produzione come una catena di montaggio. Quest’esperienza con lui mi ha lasciato un modo di raccontare, avendo sempre ben presente di non ‘cadere’ in un tipo di approccio professionale da routine televisiva, da cui rifuggo già di mio. Ogni volta che cercavamo la strada più ‘facile’, interveniva per ottenere il meglio, il che rendeva tutto più stimolante – e lo dico da vecchio lupo navigato». In merito alla fiction ci svela che lo «ha colpito, sin dall’inizio, il fatto che la storia avesse un carattere di morbosità e di mistero, ma anche di gioco: un ambito in cui un regista come lui si muove benissimo. Leggendo il copione ho pensato: “si comincia a fare qualcosa di diverso anche per Rai1!”. Sento di poterlo affermare essendo una delle colonne della rete, anche se ci siamo mossi sempre in un ambito di ‘comfort’. Chiaramente il confronto con le nuove piattaforme ha invogliato la Rai a sperimentare, tenendo parallelamente conto di ciò che amano gli italiani. In “Vivi e lascia vivere” si naviga all’interno dell’animo umano, lo si descrive e mette in contraddizione». Nelle note, Corsicato ha evidenziato che il tema di questa serie è il cambiamento: «Il coronavirus ci ha costretti a cambiare stile di vita, a relazionarci con gli altri e con noi stessi in un modo totalmente diverso e nuovo. Non voglio fare un paragone forse troppo azzardato ma “Vivi e lascia vivere” […] è in grado di farci riflettere sul fatto che bisogna essere capaci, anche quando un evento così devastante irrompe nelle nostre vite, di trovare il lato positivo». A tal proposito, l’attore, che incarna Toni, asserisce «In questa situazione abbiamo un dovere: continuare a essere artisti e al contempo assumere la responsabilità di cittadini e esseri umani. La nostra vita qualche volta è distante dalla realtà: siamo dei creatori d’emozioni. Nonostante la fatica di questo mestiere, viviamo sempre una condizione di ‘privilegiati’ perché siamo noti o abbiamo avuto un certo tipo di carriera; ma anche su questo cosiddetto privilegio ci sarebbe da discutere, specialmente per la situazione difficile e delicata che vive il mondo della Cultura e dello Spettacolo in Italia. In particolare, la fase che stiamo attraversando mi trasmette un po’ di terrore per il futuro, tenendo conto di come ha sempre funzionato il sistema produttivo nostrano. Si potrebbe rintracciare anche un aspetto positivo: in questa condizione forse verranno al pettine certi nodi che non possono continuare a essere ignorati. Bisogna ripensare alla funzione della tv che deve essere intrattenimento, ma anche cultura, in senso onnicomprensivo. È necessario ricostruire un tessuto pensando ai giovani, agli anziani, a chi dovrà ricominciare a lavorare». “Vivi e lascia vivere” potrebbe essere un motto e proprio su questo punto Ghini non ci nasconde, in coscienza, che «in questo momento, una frase del genere, ha anche la sua responsabilità per questo ci ho riflettuto molto, sembra quasi un monito all’Europa intera». Un aspetto che viene indagato in questa fiction è la fiducia. Guardando al suo percorso, sorge spontaneo porgli una domanda su questo. Ci racconta: «Ho avuto dei maestri. Ero stato appena bocciato all’esame di ammissione all’Accademia d’Arte Drammatica che desideravo frequentare, per cui decisi di andare a Milano. Erano altri anni, nel senso che per lavorare veramente ci si faceva in quattro. Feci il provino al Piccolo Teatro per “Re Lear” e Strehler mi prese. Mi diede un’enorme iniezione di fiducia. Forniva lezioni di vita e umanità pazzesche e nutriva un rispetto immenso per il pubblico, creando spettacoli – anche lunghi – che incontrassero il favore di una platea molto vasta, dalle signore bene agli operai. Ho avuto pure la fortuna di rapportarmi con Gassman ed è come se avessi fatto con lui l’accademia. Zeffirelli mi ha aiutato a raggiungere una dimensione internazionale, mi ha ‘fornito le ali’ per entrare in un mondo fantastico, facendomi sentire meritevole di essere lì.

Vivi e lascia vivere" con Elena Sofia Ricci,Massimo Ghini,Emma QuartulloAllora vigevano dei pregiudizi: se venivi dal teatro non ti ritenevano adatto per il cinema; ma Carlo Lizzani non si fece condizionare: grazie a lui ho vinto il mio primo premio come miglior attore per “Un’isola” al festival di Karlovy Vary. La svolta, dal punto di vista degli addetti ai lavori e della percezione del pubblico è arrivata con “Compagni di scuola”. «Provenivo dall’aver realizzato già 4-5 lungometraggi – presentati a festival europei – per cui nell’ambiente venivo considerato un attore di nicchia. Ci conoscevamo con Christian (De Sica), che mi stimava per cui si spese molto. Carlo (Verdone) mi disse: “Ti propongo questo personaggio (On. Mauro Valenzani, nda), che però non fa ridere”. Io ho aderito al progetto con grande entusiasmo; nel cast c’era tre quarti del cinema italiano di allora». Poi c’è stata tutta l’avventura con Paolo Virzì, Alessandro D’Alatri e Neri Parenti – con quest’ultimo i film di Natale da grande incasso. Ognuno mi ha regalato qualcosa e spero di aver fatto altrettanto. Si sofferma soprattutto su Virzì e D’Alatri appartenendo alla sua generazione. Si è ritrovato a partecipare all’opera prima di entrambi: «Apportavo qualcosa perché loro erano ancora sconosciuti e io un attore emergente, c’era un do ut des su un piano di fiducia. Ci siamo guadagnati il nostro spazio e la nostra credibilità».

Per quanto riguarda la televisione, mi sono rapportato con chi conosceva bene questo mezzo come Giorgio Capitani con cui abbiamo raggiunto delle vette di qualità – basti pensare a ruoli come Galeazzo Ciano ed Enrico Mattei – che mi hanno conferito popolarità insieme a fiction come “Raccontami”». Recentemente “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino ha offerto un’immagine ancora diversa di Ghini, il quale con riconoscenza commenta: «A Gabriele devo tantissimo, anche perché attraverso il suo film, dopo 90 titoli sulle spalle, ho ricevuto per la prima volta la nomination ai David di Donatello e un Nastro d’Argento – in questo caso alla carriera. Il ruolo di Sandro è stata una sfida, ricevo ancora lettere di persone che stanno vivendo l’esperienza dell’Alzheimer coi propri familiari».

Massimo Ghini non si pone limiti sul piano professionale: «Tutto deve rimanere dentro la sfera della scelta che ho compiuto: essere artista. È una decisione di grande responsabilità, che ti impone una condizione anche di precariato. Non bisogna guardare solo l’elemento della notorietà. È un mestiere nevrotico, giocato sulla sensibilità di ognuno, dove mantenere un equilibrio tra decisioni di vita e bisogno di sopravvivenza non è semplicissimo. I limiti, quando me li sono potuti permettere, me li sono posti rispetto al rimanere in un ambito di qualità. Tuttavia il nostro cammino è fatto anche di necessità molto normali, dobbiamo vivere del nostro lavoro: se devo provvedere a una famiglia numerosa, devo guadagnare e questo mi ha condizionato in alcuni momenti. Non ho nessuna vergogna nel dirlo. Io ho depistato sempre» e sembra dircelo con l’orgoglio di chi si è fatto da sé, ma anche di chi, forse, ha pagato lo scotto di alcuni pregiudizi. «Sono partito con Strehler, non ho fatto le cantine, ho debuttato a Parigi. Ho avuto un inizio veramente meraviglioso e l’esperienza mi ha portato – e mi porta – ad attraversare opere di qualunque genere, dai film drammatici dei grandi autori internazionali a quelli di Natale, dalle commedie con Gassman alla commedia musicale. Questo è un tratto che in Italia spiazza, da noi è più confortante avere una specializzazione. Ritengo che un artista non debba porsi dei confini, il limite deve suggerirlo la tua coscienza rispetto a ciò che pensi di fare. Un artista, quando è artista, vive del proprio talento se riesce a curarlo e a gestire anche le proprie crisi e i momenti di sconforto… quanti no ho ricevuto. Ho cercato, rispetto a quello che facevo, di essere coerente e non ipocrita (e vuole continuare su questa linea, nda). Gassman mi ha trasmesso diversi insegnamenti tra cui questo: “Noi attori abbiamo il cervello come tutti, solo che una parte è ottusa e quella ci permette di salire sopra un tavolo e di recitare un cantico della Divina Commedia davanti a mille persone”.

A CASA TUTTI BENE - REGIA DI GABRIELE MUCCINOI più grandi successi li ho avuti interpretando dei personaggi cattivi: ultimamente con “The New Pope” di Sorrentino ho ricevuto delle gratificazioni incredibili dando vita all’uomo peggiore della storia narrata (Spalletta) – in precedenza avevo dato corpo a Papa Giovanni XXIII… i due estremi si toccano». Prima che i cinema e i teatri chiudessero, l’attore romano era in sala con “La mia banda suona il pop”. Un altro lungometraggio – molto commovente – è in stand-by: “La volta buona” diretto da Vincenzo Marra. «È stato un film faticoso nell’accezione migliore della parola perché col regista ci siamo occupati molto della costruzione del mio ruolo. Il copione mi ha fatto pensare ai film della commedia all’italiana, scritti da Vincenzoni e diretti da Dino Risi. Il mio Bartolomeo è sordiano e manfrediano. Lo spettatore si trova di fronte al cinismo che porta i personaggi a compiere atti riprovevoli per poi ritrovarsi a fare i conti con la propria coscienza».

Nell’ottica del mettersi in gioco, Ghini ha esordito nel 2015 nella regia teatrale con “Un’ora di tranquillità” di Florian Zeller, «uno scrittore eccellente. Il testo è una macchina straordinaria. Era tutto nero su bianco, bisognava assecondarlo, io ho avuto delle idee rispetto alla messa in scena. È stata una sfida portarlo sui nostri palcoscenici non essendo il grande classico conosciuto. È una farsa, ma è molto neorealista, si ride su una realtà che viviamo». Ci rivela di aver provato a proporre un progetto cinematografico in qualità di regista, ma non gli è stata data l’opportunità e noi gli/ci auguriamo che avvenga presto. «Te la devi guadagnare tu la possibilità di far capire agli altri che potresti ricoprire un ruolo che non hai ancora svolto. Confesso: ho dovuto faticare molto per ottenere una considerazione a 360°. Non mi lamento (ci tiene a non essere frainteso nda). Da noi manca l’idea che sussiste nel cinema americano del giocare e sperimentare (nel senso del ‘to play’) e sarebbe bello se si affermasse».

 

Credits Ufficio Stampa Massimo Ghini: NI.CO srl

Credits Ufficio Stampa “Vivi e lascia vivere”: Alessandra Zago – Rai Fiction

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