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MASSIMO LOPEZ

«Non bisogna avere paura di restare indietro»

Intervista all’attore in scena con “Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show”.

Siamo stati letteralmente rapiti dallo spettacolo “Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show” (visto al Teatro Manzoni di Milano), che ha sancito la reunion di due artisti di uno spessore ormai sempre più unico. Se si era in quella platea, non ci si poteva non commuovere di fronte a un affiatamento così prezioso, oltre a divertirsi di gusto. Abbiamo avuto modo di approfondire con Massimo Lopez le tappe compiute fino ad ora e l’attore ci ha risposto con generosità e umiltà e con quella sua voce calda di cui dà sfoggio sul palco, magari regalandoci un’indimenticabile “My Way”.

di Maria Lucia Tangorra e Francesco Del Grosso

Con lo spettacolo “Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show” siete tornati a lavorare insieme, ma a quando risale il vostro primo incontro?

Ci siamo conosciuti grazie al classico sliding doors. Tullio aveva terminato la sua ultima stagione al Teatro Stabile di Genova e io presi il suo posto ne “Il fu Mattia Pascal”. Era il 1975 e fu lui a passarmi le consegne del personaggio di Berto – il fratello del protagonista – interpretato da Giorgio Albertazzi. Poi ovviamente c’è stato il sodalizio con Il Trio al fianco di Anna (Marchesini, nda) lungo dodici anni in cui ci siamo sentiti come una vera e propria famiglia. In generale, le nostre strade sino ad oggi si sono incrociate diverse volte, come ad esempio in occasione dell’ultima fortunatissima campagna pubblicitaria della Telecom dal titolo “Una telefonata allunga la vita”. Il nostro, quindi, è un continuo ritrovarsi, ma come amici veri e non come semplici colleghi.

Cosa è cambiato rispetto al passato?

Penso che ci sia una rilassatezza mentale e spirituale data proprio dalla maturità raggiunta e acquisita col tempo. Non abbiamo secondi fini e non dobbiamo più dimostrare di saper fare qualcosa per poterla riproporre. Non c’è nulla di strategico e quello che realizziamo è pura libertà di divertire e divertirsi. Siamo tranquilli mentre sperimentiamo, ma anche contenti di ciò che stiamo offrendo e ricevendo dal pubblico nel corso delle tappe della tournée nelle varie città.

Cosa ha permesso al Trio di restare unito per così tanto tempo?

Eravamo tre persone che si sono incontrate casualmente e che avevano lo stesso modo di vedere la realtà. Siamo stati complici sin dall’inizio e da quella complicità è nata una grandissima amicizia. Quest’ultima si viene a creare laddove ci sono delle sintonie, grazie alle quali abbiamo iniziato a fare delle cose insieme, a partire dal programma radiofonico di grande successo “Helzapoppin”, che di fatto ci ha aperto le porte della televisione. C’erano una coesione molto forte e una bellissima complicità. Una vera e propria magia che ha consentito alle individualità di coagularsi alla perfezione e di non entrare mai in conflitto. È stato un sostenersi e un completarsi a vicenda. Questo per dire che per natura non ci è mai appartenuto l’essere competitivi. Ciascuno di noi si metteva al servizio dell’altro e del testo, senza alcuna gelosia. Abbiamo sempre inventato e scritto le cose solo perché ci facevano ridere e non ci importava chi dei tre fosse al centro della scena a interpretarle. Anche quando potevamo fare a meno di vederci, noi ci incontravamo lo stesso per trascorrere del tempo insieme e per scrivere, scrivere e ancora scrivere. Con il Trio trascorrevamo ore ed ore a farlo perché la creatività per noi non ha mai funzionato a comando.

Quali sono state, secondo lei, le peculiarità e i punti di forza del Trio?

Il nostro era un tipo di ensemble diverso da quelli che ci hanno preceduto, frutto di una grandissima intercambiabilità di ruoli, vedi ad esempio ne “I promessi sposi” dove interpretavamo più di sessanta personaggi. Senza voler peccare di presunzione ma eravamo delle mosche bianche nel panorama di quegli anni – parliamo del 1985 quando facevamo “Fantastico”. Avevamo un codice di divertimento personale che si discostava da quello classico, basato su un’associazione di linguaggio popolare e nonsense, tanto che all’epoca ci accostavano ai Monty Python, di cui però noi non conoscevamo l’esistenza. Credo che abbiamo avuto la particolarità di essere trasversali sia a livello di istruzione che di classi sociali, ma anche di generazioni e non è un caso che i nostri spettacoli potevano raggiungere fasce d’età differenti. Proprio questa peculiarità ci ha permesso di toccare punte di 14 milioni di spettatori in televisione. Fare uno spettacolo di nicchia è facile, il difficile è fare qualcosa di veramente nazional-popolare, che non è scontato come si potrebbe pensare.

C’era un limite nel vostro modo di fare satira che non avete voluto oltrepassare?

Non c’è mai stato un limite perché abbiamo dato libero sfogo al nostro modo di essere, il che ha fatto sì che le cose uscissero in una maniera del tutto spontanea. Molti hanno visto nella nostra comicità un modo di fare satira in maniera più o meno leggera, ma invece era solo un gioco e un distorcimento simile a quello che si ha quando si osserva la realtà attraverso una lente d’ingrandimento. Per farlo usavamo i personaggi, le voci, i suoni e i costumi, che poi in qualche modo ci consentivano e ci consentono tuttora di andare a toccare determinati argomenti e a chiamare in causa figure riconoscibili. Il fatto di non essere mai stati volgari, che tutti riconoscono come un nostro merito, non è stata una scelta fatta a monte, ma semplicemente non ci è mai venuto di usare parolacce o simili. Forse si tratta di un’eleganza innata in ciascuno di noi, che un certo tipo di teatro che abbiamo fatto ha contribuito a formare.

Tornando agli esordi, quali sono stati i suoi maestri e cosa le hanno insegnato?

Ho avuto diversi maestri, tra cui Giorgio Albertazzi, con il quale ho mosso i miei primi passi a teatro portando in scena Pirandello. Da lui ho imparato un po’ di cose riguardo alla recitazione, al dramma e alla prosa. Poi ho conosciuto Alberto Lionello con il quale ho avuto la possibilità di fare un teatro più brillante, recitando in testi di Goldoni tra cui “I due gemelli veneziani”. Lui mi ha insegnato a perfezionare i tempi comici, i quali sono legati ad una scientificità e a una matematica ben precise. Magari è un’abilità che ti appartiene, ma va comunque perfezionata.

Cosa si sente di dire alle nuove generazioni e a coloro che intraprendono il mestiere di attore?

Non bisogna bruciare le tappe troppo in fretta, ma raggiungere gli obiettivi gradualmente e, nel mentre, guardarsi intorno per allargare i propri orizzonti. Non devi per forza programmare l’arrivo a tutti i costi e il più velocemente possibile. Il mondo odierno ti obbliga a pensare che se non sei arrivato non sei nessuno. Non bisogna avere paura di restare indietro rispetto agli altri. Se si va più lenti c’è la possibilità di arrivare più in alto e più lontano. Oggi purtroppo devi correre e fare immediatamente qualcosa di nuovo. È questo il grave equivoco che si è venuto a creare nelle nostre esistenze. Io non pensavo di arrivare, ma puntavo a fare questo lavoro. Quando ho iniziato e per tre anni ho pronunciato solo poche battute su un palcoscenico, non mi sono sentito frustrato, ma felicissimo di essere riuscito a fare qualcosa che amavo e che amo ancora oggi. Mi sono accorto che solo facendolo lentamente, con metodo e la giusta testa, quello dell’attore è un mestiere che può durare anche tutta la vita quando la salute lo permette.

“Massimo Lopez & Tullio Solenghi Show” (produzione IMART – International Music and Arts), scritto e realizzato da M. Lopez e T. Solenghi, con la JAZZ COMPANY diretta dal Maestro Gabriele Comeglio prosegue in tournée toccando tra le varie città anche Venezia (Teatro Goldoni, 12 – 13 gennaio) e Trieste (Teatro Rossetti, 15 gennaio).

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