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Matteo Rovere

Cominciamo dalla fine; cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo prossimo film da regista, “Il primo Re”?

Si tratta di un film pensato per il mercato internazionale e prodotto con capitali italiani e stranieri, assolutamente sperimentale sotto diversi punti di vista. È un action movie dal forte impatto visivo, molto cinematografico nella confezione, parlato in una lingua protolatina morta, ossia antecedente a quella che abbiamo avuto modo di ascoltare qualche volta al cinema, ad esempio in “Passion” di Mel Gibson. E per scrivere i dialoghi ci siamo avvalsi della collaborazione di glottologi. Questo è un elemento che ovviamente spaventa, ma che allo stesso tempo può incuriosire lo spettatore. Ed è una scelta che va in direzione di una ricerca della verità e del realismo, perché non riuscivo a immaginare le scene parlate in italiano, in inglese o peggio ancora in qualche dialetto. Per quanto riguarda la componente squisitamente tecnica, invece, è un film che molti che vi hanno lavorato e che ci stanno tuttora lavorando in post-produzione hanno definito tra i più complicati mai girati da registi italiani tra le mura amiche. E forse hanno ragione [sorride]. Ci sono una serie di sequenze, tra cui quella piuttosto complessa dell’esondazione del Tevere, ma anche una molte scene di combattimento caratterizzate da coreografie assai elaborate, che hanno quadruplicato gli sforzi. Ma ne è valsa la pena. Scontri cruenti, questi, tra manipoli armati che cercano di trovare uno spazio, una terra, una libertà e un nuovo ordine politico. Dunque, c’è tanta azione, ma realizzata in modo assolutamente realistico, che ha richiesto molti mesi di lavoro da parte degli stuntman per dare vita alle coreografie. Un modo di lavorare che oggi si è perso, ma che negli anni Settanta era all’ordine del giorno. Quella era un’epoca in cui il cinema made in Italy aveva una forte tensione action e il lavoro degli stuntman era molto più valorizzato. Se vuoi “Il primo Re” è anche un omaggio a loro e al quel modo di fare e concepire la Settima Arte. Certamente con un’operazione di questo tipo e con simili scelte il pericolo di fare un buco nell’acqua è molto elevato e ne sono consapevole. Penso, però, che il regista debba essere il primo a non avere paura del mercato e a non essere spaventato dai contesti della contemporaneità, perché altrimenti il rischio è di andare al cinema e vedere sempre le stesse cose. Spero di divertire e incuriosire quel pubblico che cerca intrattenimento e anche contenuti, caratteristiche che sono piuttosto convinto di essere riuscito a ottenere. Ma sarà solo la sala a dirci la verità e se avremo vinto la scommessa.

 

Credits Ufficio Stampa nazionale Bif&st: Studio PUNTOeVIRGOLA

 

 

 

 

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