Top
Molise: riti di Carnevale | Red Carpet Magazine

MOLISE: RITI DI CARNEVALE

Riti di Carnevale

Alla scoperta del Molise che non esiste

di Ilaria Iovine

I festeggiamenti del Carnevale sono un’ottima occasione per scoprire le tradizioni più autentiche e antiche di un popolo.

Per il Carnevale 2018, vi proponiamo un viaggio tra antichi riti propiziatori, costumi e maschere zoo-antropomorfe tipiche delle numerose manifestazioni folcloristiche del Molise, regione italiana sconosciuta ai più (al punto che si vocifera non esista!), pur occupando il cuore dell’Italia Centro Meridionale.

Per un popolo di contadini e pastori, abituato alla dura vita nei campi e a vincolare il proprio nutrimento e la propria sussistenza alla clemenza della Natura, i riti del Carnevale, nei mesi a cavallo tra il cupo inverno e la primavera, sorsero come evento spontaneo per festeggiare la fine dei mesi più duri dell’anno. Con l’era Cristiana, il periodo fu visto poi anche come un momento di tregua prima del digiuno quaresimale, ineliminabile per un popolo che il digiuno lo faceva “forzatamente” per tutto l’anno.

In Molise, una Regione che conta appena 136 comuni e solo 300mila residenti, si conoscono una trentina di festeggiamenti ufficialmente riconosciuti, ma sono molti di più i paesi che, pur non pubblicizzandole a fini turistici, continuano a tramandarsi tradizioni e a far vivere nei riti del Carnevale, antiche feste religiose in cui le maschere servivano anche per allontanare gli spiriti maligni.

Il rito dell’Uomo Cervo, o meglio de “Gl’Cierv”, si ripete l’ultima domenica di carnevale, da un tempo immemorabile, a Castelnuovo al Volturno. Dopo il tramonto, l’unica piazza del paese che ha come cornice i monti Marrone e Castelnuovo, appartenenti alla catena delle Mainarde, diventa il pittoresco palcoscenico di una pantomima che coinvolge molti abitanti, sia come protagonisti sia come figuranti. Il rito è parafrasi delle origini dionisiache-primordiali del carnevale, come celebrazione del passaggio delle stagioni, spesso simboleggiato in maniera cruenta per sottolineare quanto sia indispensabile una morte sacrificale per la rinascita della natura.

L’origine di questo carnevale, nonostante ogni possibile supposizione, resta oscura. Solo sulla genesi del suo protagonista, il Cervo, si avanza una qualche ipotesi. Coperto di pelli di capra, con volto e mani dipinte di nero, la testa con copricapo di pelle nera, vistose corna di cervo e campanacci legati intorno al corpo, scende fra la gente del paese con tutta la sua forza distruttrice di “animale feroce”. In realtà il Cervo assume anche altre simbologie: è animale sacro, protettore della vita silvestre e la muta annuale delle sue corna lo rende simbolo della “rinascita”, della “rigenerazione perpetua” della natura e del risveglio primaverile, tanto che si credeva che la polvere ottenuta dalle corna potesse difendere le sementi dai sortilegi.

In ogni caso, il cervo, come il lupo o l’orso, stimolano inevitabilmente l’immaginazione popolare in un territorio montano come quello di Castelnuovo, regno di animali selvatici: dovendoci in qualche modo convivere, gli abitanti di queste regioni hanno trovato il modo anche di esorcizzarne la paura.

Nel rito carnascialesco, come Essere Selvatico, estraneo alla vita antropizzata, col suo arrivo provoca il caos, finendo per diventare il “male” da combattere, il maligno da colpire e uccidere. Ed è per questo che viene ucciso, in un sacrificio espiatorio che lo purifica e lo redime.

Il Ballo dell’Uomo Orso a Jelsi (”U Ball dell’Urz”) è un altro tradizionale rito propiziatorio di fine inverno che ripropone le caratteristiche maschere zoo-antropomorfe tipiche della regione. A un orso, tenuto alla catena da un domatore e da un aiutante, viene ordinato di ballare sotto la minaccia di percosse con un bastone. Tra accenni di ribellione e passi di danza si diffondono per tutto il paese le note di improvvisati musicisti. La manifestazione, interrotta durante la Seconda Guerra Mondiale, è stata rimessa in piedi nel 2008 da un regista locale che alla pantomima tradizionale ha voluto affiancarne una propriamente teatrale. La rappresentazione è impostata in modo che possa meglio narrare la vicenda del povero orso, immagine e simbolo di un dio pagano piegato dalla religione cristiana o di Dioniso che ucciso si fa seme e frumento. Il messaggio della rappresentazione ruota intorno alla paura di quella parte più libera e selvaggia, occultata e rimossa dall’individuo o dalla comunità per buona pace di tutti. Nel catturare e imprigionare l’Orso, nel soggiogarlo fra le sbarre, imbrigliamo e soffochiamo la nostra essenza più profonda.

La rappresentazione de “I Mesi” di Cercepiccola viene introdotta alla fine del XIX secolo. La manifestazione, che si svolge generalmente l’ultima domenica di carnevale, è una sorta di drammatizzazione popolare, a cui partecipano in costume, in groppa ad asini e cavalli riccamente addobbati con coperte e pennacchi colorati, circa 32 personaggi, tutti rigorosamente di sesso maschile: 2 pulcinella, 2 “cenciunari” (straccioni), un presentatore, un direttore d’orchestra, massimo 8 orchestrali, un nonno (il secolo), un padre (l’anno), 12 mesi e 4 stagioni. I costumi, per la maggior parte antichi, variano notevolmente tra i vari personaggi, ognuno dei quali rappresenta, ancora una volta, la vita ciclica della natura vista dal contadino.

Il Carnevale di Tufara inizia ufficialmente il giorno 17 Gennaio, festa di S. Antonio Abate, per concludersi con la grossa mascherata del Diavolo. Nata in tempi remoti e tramandata nei secoli, la figura caprina con il tridente fra le mani, protagonista assoluta del Carnevale di Tufara, suscita timore e superstizione. Maschera zoomorfa vestita con 7 pelli di capro (eco dell’antico rito di smembramento), quello che oggi è chiamato “Il diavolo di Tufara” rappresentava un tempo la passione e la morte di Dioniso, celebrate in quasi tutte le realtà agresti. Cosi come la vegetazione di cui era dio, Dioniso moriva e si rinnovava perpetuamente e infatti la Maschera è ancora oggi preceduta dalle maschere della Morte, figure vestite di bianco con il volto impiastricciato di farina. Roteando delle falci, tra urla e grida inquietanti, le maschere rievocano sia il falciare della Morte, sia quello dei contadini nel momento del raccolto. Se infatti il seme muore, e morendo nel terreno è purificato, la primavera ce lo restituirà in raccolto.

Parallelamente alla sfilata del Diavolo, si mette in scena il rito del Carnevale vero e proprio, rappresentato da un pupazzo di paglia. Carnevale, accusato di ogni colpa dagli abitanti del paese per esorcizzare tutti i peccati commessi durante l’anno, verrà processato da una giuria scanzonata con l’aiuto di un avvocato difensore corrotto. La giuria raccoglierà le voci della popolazione e le testimonianze dell’avvocato difensore, ma la decisione sarà sempre la stessa: condanna a morte. Carnevale verrà così lanciato da una rupe tra le braccia del suddetto Diavolo che lo aspetta con il tridente rivolto verso il cielo per infilzarlo e lacerarlo definitivamente.

Il Carnevale, con tutti i suoi significati, morirà, ma non la speranza.

Il rito si ripete ogni anno, perché come ci insegna la natura, per ogni essere che muore ce n’è un altro che nasce o si rigenera da quella stessa morte.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi